Sandro Campani racconta la lenta frattura di un uomo travolto dal lavoro, dal tempo e dalle occasioni perdute. Tra realismo e inquietudine metafisica, La casa del dormiveglia è (anche) una radiografia spietata della provincia italiana e del capitalismo contemporaneo.
Quando lo incontriamo, nel 1997, Massimiliano Toschi è un uomo che pensa di avercela fatta. Ha un'azienda, una moglie, un figlio, una casa che sta per comprare sull'Appennino tosco emiliano. Ha costruito la propria esistenza attorno al lavoro, che definisce la sua identità.
È stato bambino negli anni del boom economico, e giovane imprenditore del distretto ceramico di Sassuolo negli anni 80: un padrone buono, spaccone e un po' superficiale, profondamente legato a quell'idea di etica del lavoro, di artigianato e concretezza che ha caratterizzato tanta provincia italiana.
È profondamente legato anche alla montagna, che delimita con precisione lo spazio, un sopra e un sotto, un confine sicuro. Quanto è facile perdersi, invece, nella vastità della pianura?
Il romanzo copre trent'anni della vita di Toschi, ma non li racconta tutti: quasi il narratore non avesse tempo e, come Toschi sempre preso dal lavoro, non si accorgesse della vita che accade tra un capitolo e l'altro. Così apprendiamo di quanto di importante è successo in questi salti temporali leggendone gli effetti e constatandone il risultato.
La casa in montagna, innanzitutto: sua moglie e suo figlio non vi si sono mai trasferiti, e Toschi ha finito per viverci da solo. Questa graziosa villetta bifamiliare, intonacata di bianco e un po' stonata rispetto al paesaggio montano circostante, che doveva essere il rifugio familiare ed il luogo caldo e rassicurante in cui tornare la sera, presenta ben presto al nostro Toschi il conto: delle sue scelte, della sicurezza e del senso pratico con cui ha guidato la famiglia, perdendo dettagli e ignorando sentimenti.
Non è un cattivo marito, o un cattivo padre: è che il suo linguaggio è quello del lavoro e del fare. E questo lo ha allontanato sempre di più da moglie e figlio, rendendoglieli estranei.
La solitudine e l'isolamento della casa, la notte, lo mettono in difficoltà: Toschi dorme male, sente voci, fruscii, sussurri al di là dei muri. Rumori ovattati che sembrano provenire dalla parte disabitata della villetta. Non aspettatevi, però, una storia di fantasmi: al contrario, con grande realismo e senza giudizi, questo romanzo descrive uno scorcio dell'Italia e della sua provincia industriale dalla seconda metà del 900 ad oggi. E racconta di un uomo privo degli strumenti necessari ad affrontare i cambiamenti del tempo che gli è toccato in sorte.
Lo fa con una lingua che imprime a queste pagine un carattere forte e deciso, nonostante siano al tempo stesso pagine così delicate: è la lingua di un territorio, dei suoi imprenditori e dei suoi operai, che cambia con gli anni e con le generazioni. Una lingua che dice del profondo rispetto di Sandro Campani per la sua terra.
Ne La casa del dormiveglia seguiamo Toschi lungo un arco di trent'anni, dal 1997 al 2026. La sua è la storia di un piccolo imprenditore, una moglie, un figlio e una casa in collina che ha acquistato: un luogo protagonista, che lo vedrà andare e tornare, accompagnandolo attraverso la normalità di una vita segnata da crisi matrimoniali, incomprensioni generazionali e dall'inesorabile avanzare dell'età. Una vicenda apparentemente ordinaria, resa straordinaria dalla penna di Campani. Tra i bar di paese, gli incontri con gli amici, il ritmo della natura e i pensieri intimi di un marito e padre, l'autore costruisce un racconto profondo ed empatico. La sua scrittura mescola con maestria l'italiano e le inflessioni dialettali, restituendo al lettore l'atmosfera autentica della vita di provincia — quella che gran parte di noi conosce da vicino — senza mai perdere la sua cifra poetica.
Un romanzo intenso, immerso in paesaggi emiliani dove nebbia, boschi e silenzi amplificano il senso di isolamento. La scrittura, precisa e materica, intreccia natura, lavoro in ceramica e fragilità umana, trasformando argilla e forni in simboli di un lento logoramento interiore. Una bella riflessione sul tempo che passa, sull'identità e su ciò che continuiamo a portarci dentro, anche quando crediamo di averlo lasciato alle spalle.
Ben scritto, una storia che dura 30 anni in una realtà di provincia emiliana in pieno boom economico, tra nebbia e colline. Si mescalano attaccamento eccessivo al lavoro per un piccolo imprenditore di successo con contestuale distacco dalla realtà familiare, ed incubi ed inquietudine.