A guardarla dall’alto, Istanbul, che un tempo era casa sua, sembra intrappolata in una muraglia di grattacieli – il lungomare sul Bosforo ha cambiato volto. Sono venticinque anni che Asena Bulut non torna, e non è sicura di che cosa troverà una volta scesa dall’aereo. In mano ha due passaporti, le sue due vite, il passato nella casa del melocotogno e il presente da affermata scrittrice occidentale. Sul cuore ha il peso di un’assenza, quella di suo fratello, giornalista attivista di cui nessuno ha più notizie dal suo ritorno in Turchia. È un maggio anomalo, quello, sotto una coltre di neve e invaso dai gatti neri, e Asena si scopre straniera nella città dove ha aperto per la prima volta gli occhi, non solo per gli abiti che porta. Non può confessare a nessuno che il vero motivo del suo viaggio non è ritirare quel premio letterario, giunto come una sorpresa e diventato poi pretesto. Ad attenderla per un’intervista c’è Azra, una giornalista col capo coperto, stessa età stessa lingua, a un mondo di distanza da lei. Ad attendere Asena ci sono anche le strade di Istanbul, in cui perdersi per cercare un’identità che le scivola tra le dita, per ricucire lo strappo delle due vite e affrontare a viso aperto i suoi fantasmi. In questo esordio struggente e poetico, Açelya Yönaç celebra la sua terra d’origine dalle molte anime, opposte ma vicine come le sponde del Bosforo, il guado dove secondo la leggenda vanno a infrangersi i sogni.
«Se prendi un albero e lo sradichi dalla sua terra per portarlo in un’altra, l’albero non darà più frutti. E se per ostinazione li dà, non saranno mai dolci».
La casa turca è un libro ambizioso e ricco di spunti, ma ammetto che per me è stata una lettura complessa. La scrittrice adotta uno stile moderno e una struttura narrativa particolare che richiede molta concentrazione e questo ha reso il mio ritmo di lettura un po' faticoso e, a tratti, ha frenato la mia capacità di immedesimarmi completamente nella storia. Ad esempio, la scelta di inserire delle interviste l'ho trovata a volte disorientante, poiché non sempre era immediato capire l'alternanza delle voci.
Ciò che invece ho amato profondamente è lo sfondo in cui si muove la storia: Istanbul è descritta magnificamente, con una vividezza che mi ha toccato il cuore (anche per legami affettivi personali). Ho trovato affascinanti e riuscitissimi i focus sui contrasti tra il mondo laico e quello religioso, il legame profondo con le figure storiche realmente esistite – come la poetessa ottomana – e la ricostruzione del terremoto, un evento che non conoscevo e che mi ha molto colpita.
Per concludere, gli elementi di grande interesse ci sono tutti e la qualità si percepisce, ma è un romanzo che consiglierei soprattutto a chi cerca una narrazione non convenzionale e ama le sfide stilistiche. A me non è riuscito a conquistare del tutto, ma ne riconosco il valore intellettuale e l'amore per la Turchia.
"L'inizio della nostra vita sembra finire qui, su questo marciapiede che osservo. Esistono storie che finiscono bene? Se finire è chiudere un capitolo, chi ti garantisce che ce ne sarà un altro?"
Questo è quello che chiamo un degno esordio! Struggente e poetico, proprio come anticipa la trama, da leggere senza pregiudizi, ma con la voglia di scoprire realtà diverse, storie diverse, persone diverse. Lo consiglio davvero tanto!
"Come si può tornare veramente, se il luogo a cui si fa ritorno è cambiato per sempre?"
In questo romanzo d’esordio l’autrice descrive il rientro temporaneo a Istanbul di Asela per ritirare un premio letterario. La donna, scrittrice, non rientra da più di vent’anni nel suo luogo di nascita e fatica a trovare un punto d’incontro fra le due culture, Occidentale, in cui è cresciuta, e Orientale. Appena giunta sul Bosforo sente il richiamo delle sue origini e fa i conti con i ricordi del passato e con quello che è accaduto al fratello, giornalista incarcerato in Turchia.
Un romanzo profondo che evidenzia la lacerazione provocata dall’appartenenza a due culture diverse che faticano a trovare un’intesa, che provocano una frattura. Lo stile narrativo è caratterizzato da un uso del linguaggio ricercato, introspettivo, quasi poetico, evocativo, grazie anche ai racconti e alle leggende presenti nel libro.
La città stessa è protagonista, custode di storie narrate oralmente, vicoli, gatti senza una zampa, persone e luoghi caratteristici. Il simbolismo è forte, l’autrice mette a confronto due culture senza giudicare, soltanto con la volontà di comprendere, anche se si possono denotare critiche sulla condizione della donna in Turchia.
Un romanzo intenso che sottolinea quanto la casa non sia quella in cui si abita, ma quella in cui si viene a patti con se stessi, ci si riconosce e ci si accetta, riappacificandosi.
Recensione completa nel blog The Books of Alice, link nella bio.
Un testo che mi ha colpito molto, tornare nel luogo in cui si appartiene, la terra in cui si è nati, ma non riconoscere quel posto, vederlo cambiato e sentire di non farne parte.
Asena è stata lontana dalla sua Istanbul più di vent'anni, ne fa ritorno per ricevere un premio letterario e nel libro si usa l'espediente narrativo dell'intervista, per descrivere due mondi completamente differenti, due facce della Turchia odierna molto diverse. Azra la giornalista che intervista Asena è un volto televisivo molto noto, non è sposata, è velata, è ricca ma vive in un mondo in cui la figura maschile conta di più di quella femminile. In casa la sua realtà è molto diversa, si comporta come ci si aspetta da lei, fa sentire la sua voce solo al lavoro.
Possono due donne così diverse incontrarsi e convivere nello stesso posto? Istanbul è una città divisa tra Europa e Asia, tra modernità e tradizione. Queste due identità che caratterizzano questa città non prevalgono una sull'altra, ma rendono unico questo luogo che da anni affascina moltissime persone.
Per tutti i migranti i ricordi sono un'arma a doppio taglio, danno una falsa visione della realtà perché riportano a un luogo che non esiste più, che inevitabilmente cambia e si evolve. I ricordi ingannano e si pensa che il tempo non porti nessun cambiamento e quando invece si capisce che le cose sono diverse, allora si fatica a riconoscersi e a sentirsi parte di quel luogo che prima chiamavano casa.
Sia Asena che Azra si sentono giudicate per le loro scelte, la giornalista in più occasioni fa capire come la scrittrice non appartenga più alla cultura turca, perché non conosce più il luogo in cui era vissuta un tempo. Vivere in un posto con culture differenti non è facile da comprendere, penso che ci si senta sempre inadeguati e spaesati nell'aver scelto un modello culturale rispetto ad un altro, perché alla fine il passato è importante per le proprie origini ma si deve guardare in avanti.
Il Bosforo, il mare, il nostro caro deniz, unico luogo in cui rimane identico a se stesso, un posto che consola, che ricorda e che non giudica.
L'autrice è turca ma scrive in italiano e riesce a trasmettere molto bene cosa si prova a lasciare la propria casa e quando vi si fa ritorno, si prova da una parte felicità ma dall'altra paura per quello che non si conosce, perché ci si sente fuori luogo. Trovo una scelta davvero particolare, quella di scegliere un'altra lingua rispetto alla propria turca per scrivere un romanzo, ma come ha spiegato l'autrice: l'italiano ha reso questa storia più universale, si è sentita capita per cui non possiamo che farle i complimenti.
Secondo me ci sta bene questa citazione: Güzel bir anı gelecekte yeniden yaşamayı güvence altına alarak elde edilen mütevazı bir sonsuzluk duygusu...
"Un modesto senso di eternità ottenuto assicurando che un bel ricordo venga vissuto di nuovo nel futuro..." ("Nar Ağacı" di Nazan Bekiroğlu).
Un romanzo sulla propria identità. L'autrice di origine turca, ha fatto le scuole in Francia, parla inglese e vive anche a Milano. Una ricerca delle proprie radici attraverso la scrittura e il riconoscersi nella terra natia. Un'espediente, quello dell'intervista con una giornalista turca che la intervista, molto interessante perché fa comprendere bene come e quanto pur essendo nate nello stesso luogo si possa essere totalmente differenti. Ho bisogno di tempo per elaborare bene questo romanzo ma l'ho trovato molto interessante.
Ho fatto fatica all'inizio ma poi sono entrata nel meccanismo e ho capito che la struttura frammentata e a tratti un po' sconnessa del romanzo è il corrispettivo del mondo interiore della protagonista (e forse dell'autrice), esito di un'identità irriducibile a un'unità confortante, dimensione che sperimenta chiunque si senta sospeso tra due o più patrie, tra due o più lingue, tra due o più famiglie.
Può non piacere, può disorientare ma resta un libro pensato e costruito con un intento, che magari alcuni non colgono o non apprezzano perché in un libro cercano altro.
La lingua stessa ha delle accensioni liriche ma anche qualche inciampo che si deve però accogliere come sfumatura di un'espressione plurale, come gli inserti in turco, macchie di colore in un dipinto policromo.