Igor, poco più che quarantenne, ha sempre avuto un rapporto complicato con il padre, a partire dal suo lavoro di traduttore americanista che Herr Professor – russofilo, vetero-comunista, soprannominato così per il suo rigore intransigente – ha sempre disprezzato. Per fortuna, però, padre e figlio vivono in città diverse, e le occasioni di scontro sono limitate al minimo. Le giornate di Igor si somigliano un po' tutte, tra le piccole frustrazioni del traduttore e una certa insofferenza per la nuova piega che ha preso la vita della compagna Marta, recentemente reinventatasi intellettuale femminista. Almeno finché non è chiamato a fronteggiare una crisi più un messaggio della sorella Ester lo informa che la salute del padre sta peggiorando, la demenza senile avanza implacabile. E Igor, tornato a Viareggio, si trova suo malgrado ad affrontare una crisi familiare che lo costringerà a rimettere insieme i brandelli di due vite, la propria e quella di Herr.
Dario Ferrari (Viareggio, 1982) ha passato il primo trentennio di vita a studiare, fino a diventare dottore di ricerca in Filosofia, un titolo ornamentale che serve quasi esclusivamente a impreziosire le note biografiche. Insegna in un liceo romano ed è traduttore.
Non sarà un capolavoro, ricalca la struttura del precedente, ma o gioia! o giubilo!, sa scrivere, sa mettere insieme una storia, sa addirittura incastrarcene un'altra dentro. E poi anche io sono campionessa mondiale di sonno, lo sento molto fratello in questo. Se ci aggiungiamo la storia dei calchi linguistici, potrei arrivare a provare una gemellitudine insita. (su altre cose deve lavorare: il rapporto con Cosmo sembra quello di About a boy, la tendenza ombelicale, la narrazione delle donne abbastanza sghemba) Però perlomeno non ti fa rimpiangere il tempo passato a leggerlo. E di questi tempi è una gran cosa!
Un romanzo scorrevole e spesso divertito sui rapporti familiari, in particolare sul legame padre-figlio e sul tema dell’invecchiamento e della progressiva perdita di lucidità. L’ironia che attraversa gran parte del libro rende la lettura piacevole e in più di un passaggio riesce a cogliere con finezza le piccole nevrosi domestiche.
Con il procedere della storia, però, qualcosa si inceppa. L’espediente del “romanzo nel romanzo” mi è parso un innesto poco organico: invece di amplificare i temi del libro, finisce per interromperne il ritmo e disperderne la tensione narrativa. Anche alcune digressioni risultano eccessivamente esplicative, come se il testo sentisse il bisogno di chiarire ciò che avrebbe potuto lasciare implicito.
Nel finale emerge inoltre una vena conciliatoria che, a mio avviso, smussa troppo le ambiguità costruite in precedenza. Ne resta un libro gradevole e ben scritto, ma che avrebbe forse guadagnato qualcosa in più trattenendo la tentazione di spiegare e di ricomporre troppo.
Se vogliamo che tutto rimanga com’è, è necessario che tutto rimanga esattamente com’è
“Squadra che vince non si cambia”. Dario Ferrari si ripresenta con un romanzo nel romanzo, ancora una volta un fatto avvenuto nella sua Versilia e usato come controcanto della vicenda principale. Ferrari ha ripescato le Tre Giornate in cui nel 1920 venne instaurata la Repubblica viareggina, per alternarle alla vita di Igor, traduttore pendolare fra Roma e Viareggio. Ha sottratto quelle giornate al padre, russofilo vetero comunista, insegnante e sindaco mancato, che le aveva rivisitate per farne un saggio. Non è corretto dire che gliele ha sottratte, diciamo che se n’è appropriato come se fossero un lascito, quando il padre ha dovuto abbandonarle a causa del proprio decadimento cognitivo. Ha cercato in quelle pagine di venire a patti con lui prima che morisse, ha voluto credere che rappresentassero il testimone di un’ideale staffetta padre/figlio. Ferrari ha messo sarcasmo, sentimento e politica ne “L’idiota di famiglia”. Io avrei fatto volentieri a meno del terzo ingrediente, ma scommetterei che saranno in molti ad affermare che è proprio quello che hanno apprezzato di più. C’è un filo rosso che congiunge il 1920 al 2020, lo seguirete con un dito mentre leggerete di un figlio senza figli che ha un amico gay e una sorella lesbica, perché oggi non puoi scrivere un romanzo e riempirlo di soli eterosessuali. La prima parte è assai godibile, poi bisogna aspettare di arrivare a ridosso dell’epilogo per emozionarsi. Bravo Ferro, capita sovente che uno faccia il filotto con un raddoppio e beva nel rinterzo successivo. Sto dicendo che dopo un buon romanzo è difficile far bene anche in quello dopo. Non è caduto il birillo rosso, ma Ferrari è andato comunque a punti. https://postimg.cc/zbGGcTv4
///
Chiedo per curiosità agli extra-etruschi se hanno mai letto prima questi grassetti e se li trovano comprensibili:
le offese si sprecavano e si colorivano di bestemmie furibonde, ma poi oltre a qualche sasso lanciato per dovere e a qualche ciaffata di striscio…
«T’appiccico al muro», gli ha gridato, rispolverando una delle espressioni predilette dalla mamma.
Non perfetto, ma go-di-bi-lis-si-mo! Costruzione che funziona, ottimo controllo della lingua, efficace e bilanciata ironia, intelligente leggerezza che tocca temi importanti, nervi scoperti, relazioni complicate, “non detti” e “ricorrenti detti” di un universo famigliare, insomma un po’ tutti gli ingredienti delle nostre vite comuni. Inoltre anche in questo romanzo l’autore innesta abilmente nella storia che racconta un pezzetto della Storia, con grazia e originalità, suscitando curiosità nel lettore. Insomma un’ottima prova complessivamente. Meno bene però, secondo me, la rappresentazione di qualche figura femminile su cui non esercita profondità, e che risultano perciò un po’ stereotipate, al limite della banalità, figure banalmente inafferrabili, certo funzionali alla trama e più utili a mettere in evidenza il resto che incisive e rilevanti.
“Le mie relazioni più intense, fin dall'infanzia, sono state con le parole, con il loro suono che si portava dietro un colore, una forma, un movimento, una tonalità emotiva. Le parole avevano delle fisionomie particolari, che dovevano poi interagire con chi le accoglieva nel proprio universo simbolico.”
Proprio per questo motivo il narratore Igor, quarantenne viareggino che vive a Roma, è diventato traduttore: un lavoro poco appariscente, che persevera nell’ombra, e che forse è destinato a essere divorato dall’intelligenza artificiale. Anche il suo rapporto con Marta, fidanzata storica, è traballante, dopo che lei è diventata improvvisamente scrittrice di successo per una casa editrice femminista. A complicare le cose sarà una telefonata della sorella Ester, donna indipendente dall’ingenuo ardore, madre single del complicato settenne Cosmo, una telefonata che gli annuncia la ormai galoppante demenza del padre, chiamato anche in famiglia Herr Professor, insegnante di filosofia dalla mente arguta e lucida. Ma che ora si sta perdendo.
Igor torna così alla casa dell’infanzia, dove incontrerà tutti i suoi fantasmi e farà i conti con i suoi legami familiari irrisolti, primo fra tutti quello con il padre. Il cui lascito principale è occuparsi di un pressoché illeggibile manoscritto nel quale si favoleggia delle Tre giornate di Viareggio, quando, nel 1920, una manciata di anarchici ribelli volle fondare proprio lì una repubblica libertaria e comunista. Si avvia così il classico racconto nel racconto.
Pur cambiando le situazioni e gli oggetti del suo studio e del suo dileggio, Ferrari utilizza la stessa formula vincente del romanzo precedente, con esiti meno brillanti però, anche se la penna felice, la leggerezza (e insieme la profondità), l’umorismo e la storia in sé riescono ad avvincere chi legge.
E l’idiota di famiglia chi è? Beh, a questa domanda non c’è una sola risposta.
Dopo "La ricreazione è finita", Dario Ferrari si conferma come un grande autore di romanzi contemporanei intelligenti, divertenti, drammatici, profondi, magnificamente scritti. Mi sento particolarmente colpita, mi sento molto vicina alle storie e ai suoi personaggi, alle esperienze di vita che racconta, insomma, sono proprio la destinataria ideale di un libro del genere. Non posso che sperare che continui a scriverne a lungo.
Sin da quando ho iniziato a leggere L’idiota di famiglia, ho avuto la sensazione di aver trovato un amico con cui sentivo il bisogno di fermarmi, di restare, per provare a comprendermi davvero. Un amico capace di aiutarmi a dire ciò che spesso non riesco a raccontare nemmeno a me stesso, a dare voce a pensieri che rimangono sospesi e senza forma.
Attraverso quelle pagine ho cercato di essere più presente nella mia realtà, e in quella di chi mi cammina accanto ogni giorno, con uno sguardo più attento alle cose che mi circondano.
Questo libro ha rappresentato una presenza costante per me, un amico che non si offende se sei troppo impegnato, che non chiede spiegazioni se sei assente per qualche giorno: resta lì, in silenzio, ad aspettarmi. Pronto a donarti, anche solo per cinque minuti, un’autentica esistenza emotiva.
All’inizio pensavo che gli intermezzi romanzeschi fossero meno ben riusciti rispetto agli altri libri di Ferrari - soprattutto rispetto a La ricreazione è finita - invece mi sono dovuta ricredere. Un libro che è un girotondo intorno all’ego di essere padri e figli, che mi ha fatto commuovere sinceramente, che mi ha fatto anche dono di una bellissima poesia di Sandro Penna.
«È riuscita a fare quello che secondo alcuni è lo stigma della vera libertà: tramutare il “così è stato” in “così ho voluto che fosse”, smettendo di subire il passato e cominciando a considerarlo una propria scelta. Mi pare l’unico modo - quanto meno il più onesto - in cui si possa essere artefici del proprio destino: non tanto fare della propria vita ció che si vuole, quanto piuttosto fare in modo di desiderare ció che ci è toccato.»
Viaregginità che più non si puó + ironia e cinismo quanto necessari. 4.5⭐️
Dario Ferrari si conferma il mio autore italiano preferito. “La ricreazione è finita” mi ha estasiato, “L’idiota di famiglia” è una conferma. Ho amato ogni singolo personaggio, incantata dall’uso delle parole, e la malinconica ironia mi ha regalato l’atmosfera di un’infanzia e un’adolescenza diverse da quelle narrate, ma che avevano lo stesso sapore dolce amaro. Bravo Dario, molto molto bravo.
Ho terminato L’idiota di famiglia nello stesso giorno in cui è morto Francesco Guccini. Le ultime pagine le ho lette subito dopo aver riascoltato Don Chisciotte, da Stagioni (2000), e la coincidenza ha finito per investire il romanzo di un’intensità inattesa, come se la malinconia della canzone e quella del libro si richiamassero a vicenda, fino a confondersi in un’unica esperienza emotiva. Ne è nato un pianto che non era soltanto il pianto della perdita, ma quello più complesso di chi avverte che ogni fine continua ostinatamente a generare storie, memoria, desiderio di raccontare. Un pianto attraversato dalla morte e, proprio per questo, ancora più colmo di speranza, di bellezza, di umanità.
Ferrari conferma una notevole padronanza nel raccontare il presente, riuscendo a trasformare la materia apparentemente più ordinaria in letteratura viva. Le scene di quotidianità possiedono una naturalezza mai banale; i dialoghi alternano con misura ironia e commozione; gli affreschi storici, sempre nitidi e puntuali, non interrompono mai il respiro della narrazione, ma ne ampliano continuamente l’orizzonte, facendo del romanzo una cornice dentro la quale le vicende individuali acquistano una risonanza collettiva.
Dopo La ricreazione è finita, questa è un’ulteriore conferma del talento di Ferrari. Eppure, proprio perché la sua voce appare ormai così riconoscibile, emerge anche una lieve perplessità: la struttura narrativa, il ritmo e alcune dinamiche compositive finiscono per richiamare molto da vicino quelle del romanzo precedente. È un’impronta stilistica che continua a funzionare, ma che, se reiterata senza significative variazioni, rischia di trasformarsi in una cifra prevedibile. Sarebbe affascinante vedere Ferrari cimentarsi con un impianto narrativo differente, capace di mettere alla prova la sua scrittura su registri nuovi, senza rinunciare a quella sensibilità che, già oggi, rappresenta il tratto più autentico della sua narrativa.
Mi è piaciuto molto questo romanzo. Di quel piacere che non finisce con l’ultima pagina, ma continua a lavorare un po’ dentro, come fanno i libri che riescono a farti ridere e, quasi senza che tu te ne accorga, a portarti verso qualcosa di malinconico e profondo.
L’idiota di famiglia è un romanzo dolceamaro, ironico, tenero e feroce, con quell’umorismo toscano che riesce a essere insieme sgangherato e intelligentissimo, affettuoso e cattivo. Ferrari guarda i suoi personaggi senza mai risparmiarli, ma nemmeno giudicandoli davvero: li prende in giro, con quella forma di ironia che nasce più dall’affetto che dalla distanza. E io, pagina dopo pagina, mi sono affezionata a tutti.
A Igor innanzitutto, al suo essere sempre un po’ fuori posto, alla sua incapacità di sentirsi all’altezza, alla sua vita trascorsa cercando l’approvazione di un padre che gli ha sempre tenuto davanti agli occhi un metro impossibile da raggiungere. Igor ha studiato, ha fatto il traduttore, ha cercato di comportarsi correttamente e di fare del suo meglio, eppure continua a sentirsi un fallito, quasi un idiota.
Ma chi è davvero l’idiota?
È una domanda che attraversa tutto il romanzo. È idiota chi non ha capito Dostoevskij? Chi non è riuscito a diventare ciò che il padre voleva? Chi non ha avuto successo? Oppure, al contrario, chi crede di aver capito tutto e giudica gli altri dall’alto della propria intelligenza?
Herr Professor è magnifico. Un vecchio fragile, malato di Alzheimer, la cui memoria lentamente si sfalda e si confonde, mentre rimane sorprendentemente intatta la struttura profonda dell’uomo che è stato: la cultura sterminata, le convinzioni granitiche, l’intransigenza ideologica, l’amore assoluto per Dostoevskij.
La cosa che mi ha colpito di più è che, mentre la memoria perde i dettagli, sembra conservare l’essenziale. Le date possono sparire, i nomi possono confondersi, il passato può mescolarsi al presente, ma rimangono le passioni, le ossessioni, le fedeltà, i libri. La malattia diventa così anche una domanda sull’identità: che cosa rimane di noi quando la memoria comincia a dissolversi? Quanto della persona che siamo stati è custodito nei nostri ricordi e quanto, invece, vive negli altri?
Il rapporto tra Igor e il padre è forse il cuore più doloroso e più bello del romanzo. Un figlio che per tutta la vita ha cercato di essere visto da un padre apparentemente incapace di vederlo davvero e che, quando quel padre perde progressivamente la possibilità di parlare, di ricordare, di essere il padre di prima, finisce paradossalmente per riuscire a vederlo.
Non più il professore, non più il giudice, non più il monumento: semplicemente un uomo, fragile, contraddittorio e perfino tenero.
In questo percorso, il dattiloscritto di Herr Professor ha un ruolo fondamentale e ho trovato molto riuscito il modo in cui Ferrari lo inserisce nella narrazione. Le sue pagine vengono disseminate nel racconto e tornano a più riprese, così che il lettore non si trova davanti a un lungo intermezzo storico che rischierebbe di rallentare la storia, ma a una seconda voce che progressivamente acquista peso e significato.
Il resoconto romanzato della Repubblica di Viareggio del 1920, delle sue Tre Giornate e di quel breve sogno rivoluzionario mi ha interessato molto. Una piccola storia locale, quasi dimenticata, che Ferrari trasforma in un controcanto alle grandi illusioni politiche di Herr Professor e, allo stesso tempo, alle illusioni personali di Igor.
Da una parte ci sono le utopie politiche del padre, dall’altra le utopie più modeste e private del figlio. Entrambe, in modi diversi, sono destinate a fare i conti con la realtà. Una repubblica dura tre giorni, una relazione finisce, una carriera non decolla, un figlio non diventa quello che il padre avrebbe voluto, una mente si perde. Ferrari riesce però a raccontare tutto questo senza trasformare il fallimento in una sentenza.
Una vita può non diventare quello che avevamo immaginato e avere comunque un senso.
Mi è piaciuta molto anche la satira del mondo editoriale contemporaneo, soprattutto nel contrasto tra Igor, che lavora sulle parole quasi una per una, e il successo di Marta, dentro un sistema in cui un libro è ormai anche un prodotto, una campagna, una presenza sui social, un numero in classifica. Anche qui Ferrari evita la facile contrapposizione tra una cultura “buona” e una cultura “cattiva” e mette piuttosto in discussione il significato stesso del successo e, soprattutto, il valore che attribuiamo ai libri.
Che cosa rende davvero importante un libro? Il fatto che sia scritto bene, che venda, che venga recensito, che entri nel dibattito pubblico? Oppure quel fatto molto più misterioso per cui una frase, magari dopo anni, continua a vivere dentro di noi?
Perché L’idiota di Dostoevskij attraversa tutto il romanzo come una presenza invisibile. Non è soltanto un riferimento letterario, ma quasi uno specchio nel quale i personaggi finiscono per riflettersi. Igor lo ha letto, ma non ne ha colto la grandezza, e questa cosa lo tormenta quasi fosse una colpa. Un grande libro, tuttavia, non è necessariamente qualcosa che dobbiamo “capire”. Può restare dentro di noi, sedimentare, aspettare e tornare molti anni dopo con un significato completamente diverso.
Forse non siamo noi a capire i libri: sono i libri che, qualche volta, arrivano a capire noi.
E alla fine ritorna la domanda che mi sono portata dietro per tutta la lettura: la letteratura ci salverà?
Probabilmente no. Non ci salva dalla vecchiaia, dalla malattia, dal fallimento, dalla perdita. Non restituisce quello che abbiamo perduto e non aggiusta ciò che nella vita si è rotto.
Può però fare qualcosa di meno ambizioso e, proprio per questo, forse più importante: dare un nome alle cose. Può farci sentire meno soli, prendere qualcosa che ci sembrava soltanto nostro — una paura, una vergogna, un desiderio, un fallimento, il bisogno di essere amati — e mostrarci che qualcun altro lo ha già provato.
E può far parlare chi non c’è più.
Per questo mi è rimasta così tanto quella metafora della stella morta: la stella si è spenta, ma la sua luce continua ad arrivare. Mi sembra un’immagine bellissima per parlare della memoria, dei padri, dei libri e, in fondo, delle persone che amiamo.
Possiamo perdere qualcuno, possiamo perderne la voce, possiamo persino perdere il ricordo preciso di ciò che è stato, e tuttavia qualcosa continua a viaggiare verso di noi: una frase, una canzone, un gesto, un libro, una maniera di guardare il mondo. La luce di qualcosa che non c’è più.
Igor, alla fine, non ricompone la propria vita e non ottiene quel risarcimento che ha inseguito per anni. Non riceve dal padre la definitiva conferma di essere stato finalmente compreso, né può cancellare le incomprensioni che hanno segnato il loro rapporto. Quello che cambia è il suo sguardo: impara a stare accanto, a prendersi cura, a lasciare che un uomo sia finalmente soltanto un uomo, senza più pretendere da lui la risposta capace di sistemare tutta una vita.
Ed è qui che il romanzo, sotto la comicità e la satira, mi sembra trovare la sua nota più profonda. Non abbiamo bisogno di riuscire in tutto, né di essere all’altezza delle aspettative di qualcuno, e nemmeno di comprendere fino in fondo le persone che amiamo. A volte bisogna semplicemente riuscire a rimanere abbastanza a lungo accanto a loro da poterle vedere davvero.
Un romanzo colto senza essere spocchioso, divertentissimo e malinconico, pieno di letteratura ma anche pieno di vita. Un romanzo che mi ha fatto ridere molto e che, arrivata all’ultima pagina, mi ha lasciato addosso qualche domanda.
Sono proprio quelle, alla fine, le domande che preferisco portarmi dietro da un libro.
Che cosa rimane di noi quando tutto comincia a disfarsi?
Dopo “La ricreazione è finita”, vero e proprio caso editoriale, Dario Ferrari torna con “L’idiota di famiglia”, romanzo con al centro la relazione tra Igor Nieri, di professione traduttore dall’inglese e il padre Herr Professor, ex docente di storia e filosofia, impegnato in politica, ma affetto da demenza senile. Ambientato tra una Roma decadente, capitale dell’editoria radical chic, incarnata dalla compagna di Igor Marta, e una Viareggio che vive dei ricordi degli anni Novanta, “L’idiota di famiglia” si distende per più di 500 pagine, con un ritmo narrativo lento. L’inserzione, dalla terza parte del romanzo, delle pagine scritte dal padre relative alle “Tre giornate di Viareggio” è pregevole per il tentativo di far sentire, attraverso la scrittura, la voce di un genitore affetto da demenza senile e incapace di comunicare ma, a mio avviso, appesantisce molto la narrazione, che avrebbe, a mio avviso, ricevuto più verve dall’analisi del rapporto tra Igor e Marta.
Un romanzo, quindi, godibile, con la classica ironia amara di Ferrari, ma che a mio avviso perde molto in quanto troppo verboso e prolisso in alcune parti. Con 100-150 pagine in meno sarebbe stato più godibile.
Ogni volta che finisco di leggere uno dei libri di Dario Ferrari, penso al mantra “L’Italia è il Paese che amo, qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti”. Ringrazio veramente tanto il buon Gesù (grazie) di avermi fatto nascere italiano per poter apprezzare, godere, vivere ogni singola parola che Ferrari abbia mai scritto.
Avevo alte aspettative, che non sono state deluse. Dopo La Ricreazione è finita, Dario Ferrari si conferma un ottimo scrittore. Il tono è leggero e ironico, ma mai banale, così come la storia, anzi le storie che è capace di incastrare molto bene. Veramente, veramente un bel libro.
Dopo la lettura del secondo romanzo di Dario Ferrari riconfermo l'ottima impressione che mi hanno lasciato: il suo stile e le sue storie di vita sono per me un valido intrattenimento.
Anche questo libro ha la peculiarità di divertire e anche di fare riflettere. Il suo protagonista con i suoi dubbi e il suo sentirsi sempre un po' fuori posto suscita innegabile empatia.
Mi è piaciuta davvero tanto la parte principale, dotata di una profondità e un'umanità rare, sempre accompagnate da un'ironia di fondo che rende possibile leggere il libro senza sentirsi appesantiti. Mi è sembrata molto meno interessante la trama del metalibro, quello sulle 3 giornate di Viareggio, soprattutto ho trovato estenuante l'alternanza dei capitoli. Oltretutto il metalibro è un escamotage letterario già usato nel precedente libro dell'autore, non ho capito perché ha voluto riproporlo. Nel complesso, però, ho sentito questo libro vibrare di umanità.
This entire review has been hidden because of spoilers.
Scritto molto bene, a tratti anche divertente e ironico. Anche in questo libro, una storia ne contiene altre. I personaggi importanti sono due: Franco Nieri, Herr Professor, e Idargo. Due bellissime figure in due storie differenti: la prima che svetta per la sua cultura, la sua intransigenza, il suo amore per la letteratura e soprattutto per Dostoevskij e il principe Myŝkin e la seconda, per i suoi ideali anarchici e per la sua onestá e la sua fede nella fratellanza umana. Non conoscevo la storia della brevissima Repubblica Viareggina del 1920 e embrione di future rivolte popolari e autogestioni. È stata una buona occasione per scoprirla. Tanti i temi su cui Ferrari si sofferma: i rapporti familiari tra padre e figli, tra fratelli e tra marito e moglie con puntate anche nel mondo dell'editoria indipendente o meno con figure di donne imprenditoriali che rasentano l'antipatia. In primo piano il problema che tocca tante famiglie quando la demenza colpisce una persona, la inghiotte e la fa scomparire piano piano: alle persone care non rimane altro che il suo involucro vuoto.
Ancora una volta l'importanza delle parole risalta in tante pagine: sia per chi ha basato il proprio lavoro sulle parole prese in prestito da altri e per chi invece ne ha fatta la sua dottrina. "Gli erano toccati questi due figli, da una parte l’indifesa e fervente Ester e dall’altra Igor il traduttore. La prima era la protagonista perfetta di una storia di rivoluzioni, e il secondo era quello la cui vocazione è di essere assorbito nelle pieghe delle parole, di far esistere un testo e poi sparire. E ci ha trattato di conseguenza. ... Fin da piccolo sono stato incantato dalle parole, mi ci sono dedicato, mi ci sono accomodato dentro e però poi non mi sono più mosso; ora mi rendo conto che con le parole mi ci sono costruito una gabbia, che sono stato avvolto dalle loro spire: mi sono rimaste le parole al posto della vita."...
• Una grande delusione soprattutto perché avevo apprezzato il precedente romanzo, La ricreazione è finita; invece ho trovato un racconto colmo fino a traboccare di luoghi comuni, sentenze confezionate per essere estratte e incollate sui social in una gran fiera della banalità e dell’ovvio.
• "Mi stupisce ogni volta l'evidenza che se uno era coglione a diciotto anni solo in pochissimi casi ha smesso di esserlo a quaranta" e "Fa un certo effetto vedere come il tempo agisca in maniera sensibile e metodica sui corpi e lasci invece pressoché invariati gli spiriti" oppure "Bisogna braccare i germogli di speranza ogni volta che spuntano con il loro aspetto tenero e indifeso, non provare empatia, sradicarli subito - è infestante, la speranza, se la lasci crescere poi non te la togli più, è come la gramigna, anzi peggio, come il gelsomino: bello, e profumato, ma se lo lasci fare in un mese ti mangia la casa."
• Mi aspettavo un libro di intrattenimento intelligente e spiritoso e trovo invece la banalità.
Leggere di nuovo un libro di Ferrari è un po' come ritrovare un vecchio amico dopo qualche tempo. Quell'amico che sa farti ridere in maniera allo stesso tempo arguta e disillusa.
Ferrari ha il pregio di essere genuinamente divertente anche quando racconta la più triste quotidianità: un lavoro che non soddisfa, una vita familiare complicata e difficile da gestire. Igor, il protagonista de "L'idiota di famiglia", è abbastanza antipatico. Egoriferito e indisposto dalle persone intorno a lui, pecca di una totale assenza di empatia. Eppure, eppure, Ferrari riesce a farcelo andare a genio, a farci sentire vicini alla sua lotta quotidiana con la demenza senile del padre. Chi, come Igor, si è sempre sentito giudicato da uno dei suoi genitori? Chi come Igor ha fatto a volte scelte di pigrizia/comodo senza valutarle fino in fondo?
In alcuni punti sembra di rileggere alcuni paragrafi de "La ricreazione è finita", sempre di Ferrari. Qualche parallelo tra Marcello, protagonista del libro precedente, e Igor è inevitabile, ma i due libri affrontano mondi diversi e momenti della vita diversi. Se hai apprezzato "La ricreazione è finita" sono certa ti divertirà anche questo.
Igor, il protagonista del libro che vive a Roma e di lavoro fa il traduttore, ad un certo punto deve lasciare la città per andare a Viareggio, ad accudire il padre malato di demenza senile. Ecco che deve tornare a confrontarsi con la figura imponente e che ha influenzato più di tutti la sua infanzia e adolescenza e che ha segnato ogni sua scelta. Grazie all'incontro e alla relazione con diverse figure (dalla sorella Ester, al nipotino Cosmo, all'amico Botero, alla massaggiatrice Milagros e infine Marta, nonchè un testo lasciato dallo stesso padre in eredità) si assiste ad una vera e propria crescita di Igor nonchè al raggiungimento di una certa auto-affermazione, che prima tendeva a nascondere o ad averne paura. Devo dire che tra tutti i libri che ho letto di Dario Ferrari, La ricreazione è finita è il mio preferito, anche se ammiro lo stile e l'ironia della sua penna mai banale e ogni suo scritto merita di essere letto!
“Si, bravo, le sfumature. Qui a nessuno frega più un cazzo di nulla, figurati delle sfumature.”
“La vita e la letteratura sono affari distinti, un capolavoro non è meno bello perché affonda le radici in una visione del mondo aberrante.”
“La dessero gli altri, l’anima, quelli che ancora disponevano di una carcassa da portare in giro, da farci una passeggiata, da riempire di vino o da vederci un tramonto sul mare con una donna.”
“La ricreazione è finita” ha, a mio parere, una marcia in più. Forse perché era una novità interessante nel marciume editoriale di questi tempi. Ma pure questo libro mi ha trascinato nel “cerchio magico”. Curioso di leggere il prossimo di Ferrari.