Brillano candide le Alpi Apuane in cui è incastonato Greto, il paese in cui è ambientato questo romanzo. Case abbandonate, negozi che chiudono, un solo bar frequentato da pensionati, ex cavatori, ex operai, che giocano a carte, bevono e si lamentano del presente infame. Un paese fantasma, la scritta sui muri "Viva il compagno Stalin" racconta un passato di militanza comunista, l'esperienza partigiana e la ferita incancellabile della violenza nazifascista, che nell'agosto 1944 sterminò 77 persone. Un luogo abituato alla sventura, tanto che nemmeno la scomparsa di un uomo riesce a scuoterlo. Si tratta di Argo, padre di Bianca e Viola, un tipo egocentrico, irascibile, che una notte, dopo una furiosa litigata con le figlie, non torna a casa. Nessuno sa cosa sia successo, le ipotesi si rincorrono, ma intanto Bianca, la brillante Bianca, che da Greto ha sempre sentito di doversi salvare e perciò si è trasferita a Firenze, è di nuovo bloccata lì. Costretta a mettere in stand by i progetti di carriera accademica e una relazione per occuparsi della sorella Viola, che, dopo la morte della madre, vive segregata in casa. È una beffa che, dopo una vita trascorsa a subire le sfuriate di un padre capace di influenzare tutta la famiglia con i suoi cattivi umori, sia di nuovo lui a sabotare i piani di Bianca e a costringerla ad avere a che fare con la gente di Greto. Come gli amici spiantati di Viola, che a trent'anni vivono da adolescenti e le occupano casa con festini ad alto tasso alcolico. A Greto però c'è anche Orlando: pure lui ha provato ad andarsene, ma è tornato dopo aver constatato che fare l'avvocato a Milano lo rendeva infelice. In sua compagnia, Bianca sente allentarsi la morsa di angoscia che il paese le provoca, e, complice una primavera che fa sbocciare tutta la bellezza della natura, inizia a pensare di poter restare... Alla soglia dei trent'anni, Bianca deve scegliere cosa fare di se stessa, determinata a sottrarsi ai condizionamenti di un padre inadeguato sotto ogni punto di vista e di una madre molto amata ma che ha rinunciato a realizzarsi. E poi cosa significa realizzarsi? Silvia Dai Pra', una delle autrici più interessanti del panorama contemporaneo, ha scritto un romanzo solidissimo e stratificato, che tiene insieme una scrittura piena e consapevole e personaggi che si stagliano nell'immaginazione. Un romanzo che racconta la provincia e il mondo accademico, la montagna, le cave di marmo e i dilemmi dell'ambiente, i rapporti famigliari con acume e una sensibilità che è insieme novecentesca ed estremamente attuale: irriducibile a semplificazioni, come è la letteratura
Incipit Non avevo chiuso le persiane e troppo presto la luce aveva invaso la stanza: macchie marroni si allargavano sulle lenzuola, avevo sangue sulle unghie, sulle dita, sulle cosce. Continua su IncipitMania
A volte certi romanzi mi gettano nel dubbio: sono loro ad essere mancanti di qualcosa o sono io che non li capisco fino in fondo? E questo è uno di quei casi. La trama: in un paese dal nome di fantasia, Greto, incastonato nelle Alpi Apuane, Argo, uomo dal carattere forte e un po' fumantino, una sera scompare e fa perdere ogni traccia di sè. Chi ci racconta la storia è Bianca, una delle due figlie, quella più indipendente, quella allergica alla vita del piccolo paesello morente, che ha scelto di fare carriera accademica, e di andare in città, a Firenze, per salvarsi dalla provincia asfittica. E' proprio in uno dei pochi momenti in cui torna a casa, durante la festa di compleanno di una cugina che il padre, dopo un litigio con le figlie, si volatilizza. Parte dunque la ricerca di quest'uomo, parte la ridda di ipotesi sul suo destino e inevitabilmente vengono a galla tutti i dissapori che da anni avvelenano sotterraneamente i rapporti in famiglia. Se Bianca è la figlia ambiziosa e indipendente, Viola è quella fragile, che dopo la morte della mamma si è segregata in casa e rimprovera alla sorella di avere abbandonato tutti per il proprio egoismo. Intorno a loro si muove una pletora di dubbi personaggi: amici eccentrici e/o disagiati, fidanzati di comodo e amanti sinceri, improbabili guru, e una vita sonnecchiante di paese, fatta di vecchi al bar e di mamme che preparano i "tordelli" per tenere vicini a sè figli e nuore. Ora, diciamo subito che alla fine del romanzo il "giallo" della scomparsa trova una spiegazione, ma la vera storia che si dipana tra queste pagine è altro: è la difficoltà di comunicazione nelle famiglie, è la ricerca del proprio posto nel mondo, è il miraggio dell'emancipazione dalla realtà che ci ha visto nascere e crescere, è la necessità del compromesso, che incombe sempre sulle nostre vite. I temi sono attuali e interessanti, ed ho apprezzato che alla fine il romanzo sia stato un viaggio che li ha toccati tutti, però io ho avuto un problema con le scelte narrative che l'autrice ha operato: troppa carne al fuoco, tanti personaggi di contorno non del tutto esplorati (ma d'altronde era impossibile farlo con tutti), una "fauna" umana che talvolta mi è sembrata caricaturale, digressioni sulla storia politica di questo paese immaginario di cui non ho ravvisato l'utilità nell'economia della storia. Ma come dicevo, magari il problema sono io
Sentirsi a casa, avendo ramo materno massese. Un romanzo intriso di dialoghi e tanta rabbia. Tanta verità e, insieme, qualcosa che manca per renderlo davvero speciale.
Non lo so. C’è qualcosa che non mi ha pienamente convinta.
Il modo di scrivere dell’autrice mi piace molto e mi è piaciuta anche l’idea: la protagonista inizia un incessante e inconsapevole ricerca di se stessa dopo la misteriosa sparizione del padre. (Almeno io ho percepito questo).