In un Giappone mai esistito ma incredibilmente verosimile, un misterioso incidente in una cava ha alterato le leggi naturali: il fuoco fatica a bruciare e le fiamme diventano un bene prezioso. Due mondi sovrapposti, dominati da un’unica montagna che pare sdoppiarsi, fanno da teatro a una serie di scene che si rivelano come in una cartomanzia. Le sorelle Suwa e Tae trasportano una fiamma, inseguite da un pavone dagli occhi iniettati di sangue. Intanto, le vite di K e Q si incrociano nel labirintico Laboratorio cranico, centro di ricerca e hotel, dove K giunge in cerca di Mitsu, la tranviera di cui è innamorato, e Q accetta di scarnificare animali morti pur di sottrarsi a un matrimonio imposto. Tra segnali luminosi, cerimonie lisergiche e visioni oniriche, i personaggi scompaiono e riappaiono continuamente, inghiottiti da un universo di cui forse, in fondo, sono solo comparse.
Il pavone volante è un capolavoro visionario, un cinema verbale finemente concepito da una delle scrittrici giapponesi più originali del panorama contemporaneo.
Yūko Yamao (山尾 悠子, born March 25, 1955) is a celebrated Japanese novelist, tanka poet, and a preeminent voice in Japanese fantasy and speculative literature. Known for her poetic, crystalline prose and dark, dreamlike atmospheres, she is deeply influenced by surrealism and pre-modern aesthetics.
Ammetto che Yamao è un’autrice di cui non avevo mai sentito parlare. A quanto pare viene spesso associata all’ambito della letteratura fantastica, ma non nel senso del fantasy epico alla Tolkien. Si tratta piuttosto di un fantastico letterario, più vicino a Borges, con mondi irreali, stranianti, costruiti secondo logiche misteriose. Leggendola, mi sono venuti in mente autori come Kafka e Shibusawa, ma anche Yōko Tawada, Rulfo e Asturias. La prima parte del romanzo, che dà il titolo al volume, è ambientata in un mondo bizzarro in cui, dopo un incidente in una cava, il fuoco ha iniziato a bruciare con difficoltà. L’opera alterna episodi piuttosto brevi, dal tono quasi leggendario, a racconti più lunghi. L’ambientazione sembra una sorta di Giappone contemporaneo parallelo, molto credibile, anche se qua e là emergono elementi arcaici, popolari e mitologici che a tratti ricordano il Kojiki e rendono il mondo narrativo surreale e straniante. È un libro che può piacere molto a chi ama questi elementi, ma (per fortuna!) non è una lettura semplice: di librerie cozy con gatti e nonnine ce n’è già abbastanza. Lo stile è fiorito, molto elegante, e lo sviluppo cronologico è piuttosto frammentato. La trama è tutt’altro che lineare, sempre che ce ne sia una. Insomma, lo si deve godere come un quadro di Dalí, accettando anche il disorientamento. Al netto di tutto questo, l'ho trovato un piccolo capolavoro da leggere e rileggere per coglierne tutte le sfumature.
Colpo di fulmine in anteprima al SalTo. A caldo non saprei nemmeno dire con precisione cosa ho letto… ma so di averlo letto, e con entusiasmo. Pagina dopo pagina mi tornavano in mente certe vertigini provate con Boris Vian o Queneau, la stessa libertà inventiva, quel gusto per l’assurdo, quella leggerezza non solo apparente. L’edizione è curatissima, la scrittura raffinata, e il romanzo è semplicemente geniale. Succedono troppe cose per poterle riassumere, è un caleidoscopio continuo, frammentario, allucinato e bellissimo. Non immaginavo che il Giappone avesse autori capaci di un surrealismo così raffinato e ironico. Indimenticabile.
Onirico, folle, indescrivibile, originale e raffinato. Letto due volte per capire meglio i rimandi infiniti interni al testo. Erano anni che non trovavo qualcosa di così squisitamente assurdo