Atene sta precipitando verso il crollo definitivo. La delusione e l'amarezza per l'inarrestabile agonia producono in Aristofane una straordinaria felicità creativa. Il suo vagheggiamento del passato sfocia nell'invenzione di realtà diverse, mondi fantastici, surreali, utopici e, a dispetto del suo conservatorismo aristocratico, carichi di contenuti contestativi. L'opera di Aristofane è tra le più libere e vi risalta l'esigenza di gioia e di concretezza, legata anche ai godimenti del cibo e del corpo e alle bellezze della natura, espressa nelle azioni e nei dialoghi con alternanza di comicità grevi e violente, festose situazioni e squarci di lirismo.
Aristophanes (Greek: Αριστοφάνης; c. 446 – c. 386 BC) was an Ancient Greek comic playwright from Athens and a poet of Old Attic Comedy. He wrote in total forty plays, of which eleven survive virtually complete today. These provide the most valuable examples of a genre of comic drama known as Old Comedy and are used to define it, along with fragments from dozens of lost plays by Aristophanes and his contemporaries. Also known as "The Father of Comedy" and "the Prince of Ancient Comedy", Aristophanes has been said to recreate the life of ancient Athens more convincingly than any other author. His powers of ridicule were feared and acknowledged by influential contemporaries; Plato singled out Aristophanes' play The Clouds as slander that contributed to the trial and subsequent condemning to death of Socrates, although other satirical playwrights had also caricatured the philosopher. Aristophanes' second play, The Babylonians (now lost), was denounced by Cleon as a slander against the Athenian polis. It is possible that the case was argued in court, but details of the trial are not recorded and Aristophanes caricatured Cleon mercilessly in his subsequent plays, especially The Knights, the first of many plays that he directed himself. "In my opinion," he says through that play's Chorus, "the author-director of comedies has the hardest job of all."
Aristofane, il massimo autore greco di commedie, vive in un periodo di profonda crisi politica della sua città, Atene. La stagione di incertezza economica, di minaccia della pace cittadina e di decadenza dei costumi produce in Aristofane, difensore dei valori della tradizione ateniese, democratica e pacifista, e sospettoso critico delle nuove filosofie, una vivacità e una prolificità senza eguali. Impegnata nella lunga guerra contro Sparta, che terminerà con una sconfitta, con una democrazia in declino che cede alle lusinghe demagogiche, minacciata dai nuovi politici, militari e filosofi, Atene è al centro delle commedie aristofanesche. A differenza della tragedia, infatti, la commedia greca prende spunto dalla quotidianità e dall'attualità della vita cittadina, e Aristofane non manca mai di aggiungere riferimenti espliciti ai suoi contemporanei più o meno illustri, che diventano bersagli della sua critica salace. Politici, strateghi, giudici, sicofanti, filosofi, poeti, drammaturghi tragici e comici: nessuno sfugge agli strali aristofaneschi. Il linguaggio colorito e allusivo, ricco di doppi sensi, di giochi linguistici scherzosi e di oscenità, non doveva lasciare indifferenti gli spettatori delle sue commedie. L'inventiva aristofanesca rende la sua opera molto fresca ed attuale ancora oggi: nonostante siano passati duemilacinquecento anni, sembra che il mondo non sia cambiato, ed i mali che lo affliggono siano rimasti gli stessi. Dal conflitto generazionale tra padri e figli alla stupidità della guerra, dalle malefatte politiche alla corruzione dei giudici, dalla furbizia dei cialtroni e degli approfittatori all'ignoranza delle masse, dai difetti della democrazia all'uso improprio del potere. È incredibile come, nonostante il suo pensiero conservatore, aristocratico e antidemocratico, Aristofane sia sempre portatore di istanze innovative, progressiste, attualissime e condivisibili: un classico, un caposaldo del pensiero libero.
Nell'edizione che ho letto sono presentate in ordine cronologico quattro delle sue commedie più note: Gli Acarnesi, Le Nuvole, Le Vespe e Gli Uccelli. I titoli di queste commedie si riferiscono sempre ai componenti del Coro, centrali nelle opere aristofanesche.
Gli Acarnesi (425 a.C.), commedia dal messaggio fortemente pacifista, ha come bersaglio polemico i promotori della Guerra del Peloponneso, che Atene stava combattendo contro Sparta. Demagoghi e comandanti militari, secondo Aristofane, erano favorevoli alla guerra soltanto per interessi personali. Il protagonista è Diceopoli, un contadino che, stufo di vedere i suoi raccolti distrutti dai soldati, interviene in una assemblea cittadina per proporre una tregua con Sparta. L'ottenimento di una pace tra le due città non è possibile, perciò Diceopoli ratifica grazie ad Anfiteo una pace privata con Sparta, evento che scatena le ire degli Acarnesi (Acarne era un quartiere di Atene), che vedono in Diceopoli un traditore. Per convincere gli Acarnesi ad abbracciare la causa pacifista, Diceopoli ricorrerà all'arte retorica ed affabulatoria del tragico Euripide, vincendo il duello verbale con il generale dell'esercito Lamaco. Delle quattro commedie, a mio avviso, questa è la meno riuscita, forse perché l'autore doveva ancora raggiungere la propria maturità artistica (cronologicamente, questa è la prima delle commedie di Aristofane a noi giunte).
Le Nuvole (la cui versione definitiva è stata scritta tra il 421 e il 418 a.C. sulla base di una prima versione del 423 a.C.) è invece la commedia di Aristofane che più prende di mira le nuove filosofie, che grazie ai sofisti stavano soppiantando il pensiero pre-socratico. La polemica di Aristofane si indirizza verso il coevo Socrate, anche se in realtà la sua filosofia aveva poco a che vedere con i sofisti (i veri oggetti della critica aristofanesca) e nella commedia egli rappresenta soltanto un illustre esempio del nuovo pensiero. Il contadino Strepsiade, arricchitosi sposando una donna di famiglia nobile, deve risolvere i suoi problemi economici causati dal figlio Fidippide, amante dei cavalli e della bella vita. Per non pagare i numerosi debiti, si rivolge a Socrate, filosofo capace con il solo dono della parola di prevalere su ogni disputa dialettica, anche se dalla parte del torto. Socrate non crede negli dei dell'Olimpo, ma solo nelle Nuvole, entità disordinate e caotiche che incontrastate governano il mondo e le sorti degli uomini (gli interessi astronomici e meteorologici di Socrate non hanno tuttavia fondamento storico). Strepsiade si dirige al Pensatoio e prova in prima persona ad imparare la difficile arte oratoria, ma la sua semplicità e la sua venalità non gli permettono di comprendere i sottili discorsi di Socrate, che rinuncia all'impresa di istruire il vecchio contadino. Sarà dunque Fidippide a raggiungere il Pensatoio e ad essere istruito da Socrate e dai suoi discepoli, assistendo alla disputa tra il Discorso Giusto (quello che rappresenta il pensiero dei padri, difensori della tradizione e del rispetto degli dei) ed il Discorso Ingiusto (quello che rappresenta il pensiero dei figli, dei nuovi filosofi sofisti, assertori del relativismo e rinnegatori di ogni verità assoluta ed oggettiva, sia in campo religioso che in campo morale). Attraverso ragionamenti capziosi e cavillosi, il Discorso Ingiusto prevarrà sul Discorso Giusto, rendendo Fidippide un campione di retorica sofista. Salverà, grazie alla nuova abilità di linguaggio, il padre dai creditori: ma Strepsiade non avrà soltanto gioie dal nuovo modo di pensare appreso da Fidippide. Ecco l'ambiguità delle Nuvole, i nuovi dei che hanno esautorato i vecchi, l'immoralità distruttiva ed autodistruttiva che prende il posto delle antiche virtù.
In questa commedia, Aristofane mostra tutte le sue perplessità verso i sofisti, eccentrici e strambi portatori del relativismo, perciò considerati veri e propri ciarlatani, corruttori e manipolatori delle giovani e suggestionabili menti, capaci di ragionamenti ridicoli, minuziosi, vacui e infondati, al solo scopo di distruggere ogni forma di verità, valore, giudizio, tradizione. Quello che conta per i sofisti, sostiene la critica aristofanesca, è soltanto la parola, saperla utilizzare al di là di ogni moralità a proprio vantaggio, anche partendo da una posizione di palese torto. Ma la commedia non ha come bersaglio soltanto le nuove, seducenti e pericolose filosofie; anche l'ignoranza ed i bassi istinti dei comuni cittadini di Atene, come Strepsiade, un opportunista che pensa soltanto ad un modo per sfruttare la nuova filosofia e farla franca, non pagando i propri debiti, vengono presi di mira da Aristofane. Di queste quattro commedie, Le Nuvole è forse la più amara, per l'assenza di un vero e proprio lieto fine, ma anche per questo la più moderna, la più spassosa, la più riuscita, la più potente. Forse la mia è una suggestione personale, data dal fatto che l'ho da poco vista rappresentata al Teatro Greco di Siracusa. Un'emozione unica.
Le Vespe (422 a.C.) è invece una critica alla mania degli ateniesi dei processi. Filocleone (cioè “colui che ama Cleone”, un importante figura della politica ateniese del tempo) è un vecchio affetto da una terribile malattia: quella di voler partecipare a ogni processo in qualità di giudice popolare, e di giudicare colpevole ogni imputato. Suo figlio, Bdelicleone (“colui che disprezza Cleone”), lo rinchiude in casa e lo fa costantemente sorvegliare affinché non vada in tribunale. Filocleone tenta in tutti i modi di evadere, aiutato anche dai suoi amici giudici, ma invano. Il figlio cerca di convincerlo che la sua attività non è affatto nobile, ma è soltanto uno strumento in mano di chi esercita il potere. Per accontentare il padre, tuttavia, inscenerà una farsa, in cui l'imputato è un cane, accusato di aver rubato e mangiato un pezzo di formaggio. Filocleone, ovviamente, vuole condannare l'imputato, ma verrà ingannato dal figlio, in modo che il cane sia assolto. La conclusione del processo farà passare a Filocleone la voglia di giudicare, dedicandosi ad una nuova vita dalla condotta immorale, tra banchetti, risse, festeggiamenti e fornicazioni. Ai tempi di Aristofane, che erano quelli della Guerra del Peloponneso, la giustizia ateniese era stata ormai privata di ogni valore: i giudici, ormai tutti anziani, si occupavano soltanto dei numerosi, quanto futili, litigi tra cittadini, illudendosi di svolgere un ruolo importante. La petulanza dei giudici popolari, che Aristofane compara a fastidiose vespe, è in realtà asservita agli umori dei politici ateniesi, che esercitano il loro potere incontrastati, come Cleone, bersaglio della commedia. L'abbandono dell'attività di giudice da parte di Filocleone provoca una sorta di ringiovanimento, cosicché l'anziano possa dedicarsi ad una vita più spensierata e gioiosa, benché non proprio esemplare. Sebbene questa commedia abbia un inizio davvero esilarante, non ho trovato riuscito il suo proseguimento: la conclusione, infine, mi è apparsa poco ispirata.
Gli Uccelli (414 a.C.) è la commedia dell'evasione totale. Un Aristofane inconsueto, eppure caustico e magnifico, che non si occupa strettamente di questioni sociali e non polemizza con precise personalità coeve. Il tono favolistico, finora inedito in queste commedie, viene accentuato dall'interazione verbale tra uomini, uccelli e dei. Pistetero ed Evelpide, due ateniesi stanchi del comportamento dei propri concittadini, decidono di abbandonare Atene e di cercare un luogo migliore. Raggiungono Upupa, che in una vita precedente era il re di Tracia Tereo e che è stato trasformato in uccello dagli dei, e gli propongono di fondare una nuova città nel cielo insieme a tutti gli altri uccelli, chiamata Nubicuculia. Gli uccelli sono inizialmente diffidenti nei confronti dei due uomini, membri di una specie tradizionalmente nemica, ma poi si lasciano convincere. Il piano dei due ateniesi è quello di spodestare gli dei: infatti, essendo la nuova città degli uccelli sospesa nel cielo, essa potrà intercettare le invocazioni, le preghiere e i sacrifici che gli uomini compiono agli dei. In questo modo, gli dei dovranno per forza scendere a patti con gli uccelli per sopravvivere, e questi ultimi torneranno a essere i sovrani di tutto il creato; inoltre, gli uomini dovranno necessariamente tornare ad adorare gli uccelli, intermediari tra uomini e dei, veri esecutori del potere sovrannaturale di questi ultimi. Alla fondazione di Nubicuculia, Pisterero dovrà subito fronteggiare uomini da una parte e dei dall'altra, che cercheranno in modi opposti di intralciare i suoi piani di diventare successore di Zeus e sposo di Regina. Nubicuculia è un'alternativa al mondo degli uomini, un'utopia comica dove felicità e prosperità vogliono essere raggiunte rinnegando totalmente ogni etica umana, abolendo ogni tabù e lasciando ampie concessioni, un esperimento fantastico che conferma che le leggi di natura devono necessariamente scendere a compromessi con la civiltà umana.
Vi è mai capitato di vedere uno sketch satirico dopo mesi, e avere delle difficoltà a capirlo o non trovarlo più divertente? Ecco, diciamo che 2500 anni dopo, non avendo avuto modo di conoscere Cleone di persona, e non potendo apprezzare i giochi di parole in originale, Aristofane, a me, non fa ridere.
Ora però so che OGNI SINGOLA parola in greco antico ha un doppio senso e può significare pene o vagina (a caso, cito a memoria: campo, orzo, attrezzo, scrofa, spatola...). Deve essere stato divertentissimo sfogliare il dizionario in 4^ ginnasio.
Aristofane mi piace. Non è una comicità da sbellicarsi, però funziona. Certo, per capire alcune battute bisognava essere lì, ma questo genere di commedia politica ha ancora molto da insegnare e raccontare, anche ai giorni nostri.