Un manicomio dato alle fiamme, venticinque vittime e una firma scritta con il sangue: Tanti saluti da Hell. Da allora Hell è diventato una leggenda. Un mostro per la polizia, un simbolo per chi crede che la giustizia non sia abbastanza. Samuel Bennet è sempre stato ossessionato da quella notte e, quando i suoi genitori vengono arrestati per un’accusa costruita, l’ossessione si trasforma in necessità. È convinto che l’unica persona in grado di ribaltare il sistema sia proprio Hell. Insieme ai suoi amici decide di trovarlo, ma la ricerca li trascina in un mondo in cui la linea tra giusto e sbagliato si dissolve rapidamente. Tra scelte estreme, segreti e un nemico che agisce nell’ombra, il gruppo è costretto a reinventarsi per sopravvivere. Non esiste un inferno in cui finire, né un paradiso in cui rifugiarsi. Esiste solo il mondo reale… e chi è disposto a morire pur di cambiarlo.
Asia Ventola è nata il 17 novembre 2005 a Fondi. Fin da piccola ha sempre desiderato diventare scrittrice, trovando nella narrazione il suo modo più naturale di esprimersi. A quindici anni ha scritto “Benvenuti all’Inferno”, nato durante un periodo trascorso in ospedale, quando la scrittura è diventata per lei un rifugio e una valvola di sfogo. Appassionata di robotica, videogiochi e cinema, vive a Terracina con la sua amata gatta Leia.
“Le storie più difficili da raccontare sono quelle che ti cambiano mentre le vivi”
Non sono mai stata brava a recensire i thriller. Anzi, credo che siano tra i libri più difficili di cui parlare. Perché gran parte dell’esperienza si basa su un mistero. E quando quel mistero l’hai ormai scoperto, non puoi raccontarlo. Non puoi parlare davvero dei personaggi, delle loro evoluzioni, delle scene che ti hanno colpito di più o delle rivelazioni che ti hanno lasciato a bocca aperta, perché rischieresti di rovinare tutto a chi quel viaggio deve ancora farlo.
E così, alla fine, molte recensioni di thriller finiscono per assomigliarsi un po’ tutte.
“Finale sconvolgente.” “Colpi di scena continui.” “Ti tiene incollato alle pagine.” “Nulla è come sembra.” “Tensione fino all’ultima pagina.”
Frasi vere, spesso. Ma che raccontano pochissimo di ciò che un libro lascia davvero. Devo ammettere che scrivere questa recensione è stata una sfida. Perché Asia, oltre a essere una persona a cui voglio bene, è anche una scrittrice di talento. E credo che il suo libro meriti qualcosa di più di una lista di aggettivi o di qualche frase fatta. Merita che qualcuno provi a raccontare perché funziona. Merita che qualcuno parli delle emozioni che lascia addosso una volta chiuso. Quindi non so bene cosa verrà fuori da questa recensione. So solo che proverò a fare una cosa diversa: non raccontarvi il mistero, ma raccontarvi cosa si prova a viverlo. Perché “Benvenuti all’Inferno” è stato tante cose.
Intenso. Doloroso. Sorprendente.
Ma soprattutto, per certi aspetti, incredibilmente geniale.
Con cosa voglio aprire le mie considerazioni? Con una delle cose che mi ha colpito di più durante la lettura. L’impressione costante che Asia stesse usando quello che sapevo contro di me. Di solito, quando in una storia ci viene mostrato qualcosa prima dei personaggi, ci sentiamo privilegiati. Abbiamo un pezzo del puzzle in più e questo ci fa credere di aver capito dove la storia sta andando. Qui succede l’esatto contrario. Ogni nuova informazione che riceviamo non conferma le nostre teorie: le distrugge.
Ogni volta che pensavo di aver capito qualcosa, il libro riusciva a farmi dubitare di nuovo. E la cosa più interessante è che non lo fa nascondendo informazioni al lettore, ma facendo leva proprio su quelle che già possediamo. Più andavo avanti e più mi ritrovavo a ripensare a scene, dialoghi e dettagli che credevo di aver interpretato correttamente. È una scelta narrativa difficile da gestire, perché il rischio è quello di confondere chi legge o di dare l’impressione di barare. Invece qui ho avuto la sensazione opposta: ogni rivelazione rendeva tutto più chiaro e allo stesso tempo più inquietante. La tensione non nasceva da ciò che non sapevo.
Nasceva da ciò che credevo di sapere.
E credo che gran parte di questa sensazione dipenda da un altro elemento che ho apprezzato molto: il modo in cui viene utilizzato il narratore inaffidabile. Non voglio entrare nei dettagli per evitare spoiler, ma posso dire che raramente l’ho visto usare in questo modo. Spesso il narratore inaffidabile è il grande colpo di scena finale, quello che arriva per sorprenderci nelle ultime pagine. Qui, invece, ho avuto la sensazione che fosse una parte integrante dell’intera struttura del romanzo. È qualcosa che modifica continuamente il modo in cui leggiamo la storia. Pagina dopo pagina impariamo a fidarci di ciò che stiamo leggendo, salvo poi renderci conto che la realtà è più complessa di quanto apparisse. E a quel punto non cambia solo la nostra interpretazione degli eventi.
Cambiano anche i personaggi. Cambiano i rapporti. Cambiano le emozioni che avevamo provato fino a quel momento.
Ed è proprio questo che mi ha tenuta incollata alle pagine. Un altro aspetto che ho apprezzato molto riguarda i personaggi. Non sembrano personaggi nel senso classico del termine. Sembrano persone. Sbagliano, cambiano idea, prendono decisioni discutibili, a volte fanno arrabbiare e altre volte fanno soffrire. Non sono definiti da un singolo tratto caratteriale o da un ruolo preciso nella trama. Ed è proprio per questo che risultano autentici. Durante la lettura non ci limitiamo a seguirli: sviluppiamo opinioni su di loro, ci affezioniamo, li giudichiamo e, in alcuni momenti, ci frustrano esattamente come farebbero delle persone reali.
C’è poi una cosa che ho notato andando avanti nella lettura: Asia non ci racconta chi sono i suoi personaggi. Ce lo mostra. La loro personalità emerge dalle scelte che compiono quando vengono messi sotto pressione, dal modo in cui reagiscono al dolore, alla paura o ai conflitti. E questo li rende ancora più credibili, perché non sembrano mai pedine mosse dalla trama, ma persone che influenzano davvero gli eventi. Sotto la superficie del thriller, però, c’è anche molto altro.
Per me Benvenuti all’Inferno parla soprattutto di trauma, identità e percezione della realtà. Non è soltanto una storia che cerca di rispondere alla domanda “cosa è successo?”, ma anche alla domanda “cosa succede alle persone dopo?”. Come cambiano. Come sopravvivono. E come certe ferite continuano a influenzare il modo in cui vediamo noi stessi e il mondo che ci circonda.
Una delle cose che ho apprezzato di più è che il trauma non viene trattato come qualcosa che si supera semplicemente andando avanti. Il passato continua a vivere dentro i personaggi, influenzando le loro scelte e il modo in cui vedono sé stessi. Ed è proprio questo che li rende così umani. Forse è anche per questo che i colpi di scena funzionano così bene. Non perché sono semplicemente inaspettati, ma perché cambiano il significato emotivo di ciò che abbiamo letto fino a quel momento. Le rivelazioni non modificano soltanto la trama: modificano il modo in cui guardiamo i personaggi, i loro rapporti e le loro scelte. E quando un colpo di scena continua a farti riflettere anche dopo che l’hai scoperto, secondo me ha fatto centro.
Alcuni dei momenti che mi sono rimasti più impressi non sono stati i colpi di scena, ma certi dialoghi. Dialoghi che in superficie sembrano rivolti a un’altra persona ma che, in realtà, danno l’impressione di essere rivolti anche a una parte ferita di sé stessi. Ed è in quei momenti che il libro smette di essere soltanto un thriller e diventa qualcosa di molto più intimo.
Un’altra cosa che mi è rimasta impressa è il modo in cui il libro parla della morte. Non come semplice tragedia o come espediente narrativo, ma come parte inevitabile dell’esperienza umana. C’è un passaggio che ho sottolineato e che credo riassuma perfettamente questa idea:
“Mi fa più paura non sapere cosa accadrà domani… che non avere più quel domani.”
È una frase che mi è rimasta addosso perché sposta completamente la prospettiva. Non parla della paura di morire, ma dell’incertezza del vivere. E credo che, al di là della componente thriller, sia una delle riflessioni più interessanti che il romanzo porta avanti. C’è però una riflessione che mi è venuta spontanea mentre leggevo e che credo riassuma bene il modo in cui ho vissuto questa storia. Spesso non stavo soffrendo per ciò che accadeva, ma per ciò che quei momenti rappresentavano.
Alcune scene mi hanno dato la sensazione di assistere alla fine di un equilibrio, di un rifugio emotivo, di una parte dell’identità dei personaggi. Ed è una forma di dolore molto diversa dal semplice shock. Credo che il motivo sia che raramente mi sono sentita una semplice spettatrice. Non mi sono limitata a seguire gli eventi: mi sono ritrovata a condividere dubbi, paure, speranze e frustrazioni insieme ai personaggi. E quando una storia riesce a farti provare emozioni come se ciò che stai leggendo fosse reale, significa che ha superato la barriera della pagina.
Una delle cose che mi è rimasta più addosso non riguarda nemmeno il mistero. Riguarda i rapporti tra i personaggi. A un certo punto mi sono resa conto che non stavo più seguendo semplicemente una storia: stavo guardando un gruppo di persone diventare una famiglia. E quando un libro riesce a farti affezionare non solo ai singoli personaggi, ma anche al legame che li unisce, ogni gioia e ogni dolore finiscono per colpirti il doppio.
Per questo credo che il finale mi sia rimasto così impresso. Pensavo di aver capito dove stesse andando la storia. Mi sbagliavo. Le ultime pagine non si limitano a chiudere ciò che è stato costruito fino a quel momento: gli danno un significato completamente nuovo. È uno di quei finali che ti costringono a fermarti, chiudere il libro e ripensare a tutto ciò che hai appena letto.
Arrivata alla fine di questa recensione, continuo a pensare di non essere particolarmente brava a recensire i thriller. Perché per parlarne davvero dovrei raccontarvi tutto ciò che non posso raccontarvi. Chi sono i personaggi che mi hanno fatto arrabbiare, soffrire e commuovere. Le scene che mi hanno lasciata a fissare il vuoto. Le rivelazioni che mi hanno costretta a rimettere insieme ogni pezzo del puzzle. Ma forse è proprio questo il complimento più grande che posso fare a “Benvenuti all’Inferno.”
Dopo migliaia di parole, ho ancora la sensazione di non aver raccontato nemmeno la metà di quello che mi ha lasciato.
Non solo molto pratica nel fare recensioni più "serie", solitamente mi limito a parlare in maniera informale con le mie amiche più strette. Essendo, però, Asia una scrittrice emergente mi sembra importante darle quello che è stato il mio parere.
Ho trovato l'idea del libro molto carina e reputo lo abbia anche sponsorizzato molto bene. Non avevo in programma di leggerlo in questo periodo, ma la curiosità ha avuto la meglio e quindi ho posticipato le altre letture per dedicarmi a "Benvenuti all'inferno".
La scrittura è scorrevole e il modo in cui ha impostato la storia funziona, rendendoti letteralmente schiavo del libro perché posarlo non è più un'opzione. Vuoi sapere ciò che succede e continuare a fare ipotesi su ipotesi e scoprire ciò che è accaduto.
I miei "problemi" più grandi nei confronti del libro sono stati due: 1. il primo riguarda una scelta stilistica, ovvero quella di andare a capo a ogni dialogo. Personalmente, ho fatto un po' fatica ogni tanto a capire chi stesse parlando. Forse, anche per l'abitudine di leggere le battute sequenziali dello stesso personaggio sulla stessa riga, invece che a capo (sia se introdotte da un'azione, sia se semplicemente intervallate da un verbo enunciativo);
2. il secondo riguarda la verosomiglianza, un aspetto fondamentale per me, soprattutto nei libri ambientati nel mondo reale. Ho apprezzato l'idea di come Helena sia diventata Hell, ma ho trovato inverosimile che una bambina di nemmeno 10 anni riesca a fare fuori da sola 3 poliziotti. Uno era verosimile, ma già il secondo mi è parso forzato. Anche descriverla come un'ass4ssina esperta quando non ha avuto una minima esperienza. Diciamo che questo aspetto si poteva far passare per un personaggio (Helena), ma non per il resto della banda. Il libro ha una durata circa di appena un anno e leggere di gente che non ha mai tenuto in mano un'4rm4 e 💀 nessuno farlo in maniera continuativa nel giro di appena un mese mi ha lasciata un po' perplessa. Se si fossero aumentate le tempistiche e descritto maggiormente gli addestramenti il problema si sarebbe risolto facilmente, ecco (magari spiegando come ha fatto Helena a diventare così ferrata, perché dai racconti del suo passato resta un po' un punto interrogativo). Allo stesso modo anche la descrizione di Helena in uno degli scontri come questa persona indistruttibile quando ci si trova in un modo reale ha fatto perdere un po' di verosomiglianza. A farmi storcere in naso era stata soprattutto la fase "Più la ferisci, più diventa forte", avrei compreso se le ferite fossero state emotive, ma con quelle fisiche non regge.
Per il resto ho trovato i personaggi credibili e reali, ma forse avrei lavorato maggiormente sui dialoghi, rendendo soprattutto quelli dei personaggi più adulti più maturi, e avrei dedicato più tempo allo sviluppo delle varie relazioni per renderle più vere e meno "automatiche"/meccanicistiche.
Spero che le mie opinioni, che non sono assolutamente verità assolute, non ti demoralizzino perché non è assolutamente il mio intento, ma possano farti riflettere su alcuni spunti per, eventualmente, migliorare.
Continua così.
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Un romanzo accattivante che risucchia il lettore e lo porta all’interno dell’azione. Non esistono capitoli noiosi o di transizione, ogni singolo capitolo riporta uno o più elementi narrativi interessanti che obbligano il lettore a continuare a leggere per sapere come andrà a finire. I personaggi sono ben caratterizzati (con un’ottima crescita personale per ognuno di loro) e durante il corso della lettura ci si ritroverà a provare un legame affettivo nei loro confronti. È ricco di colpi di scena e tasselli che con il proseguire della lettura formeranno un puzzle estremamente interessante. Ho avuto modo di parlare con l’autrice del libro, una persona squisita, e in seguito alla nostra conversazione ho potuto notare aspetti su cui avevo soffermato poco la mia attenzione (motivo per il quale una seconda lettura sarebbe più che apprezzata, perché ci si rende conto che anche i minimi dettagli “banali” in realtà sono dei riferimenti, ben studiati, a qualcosa di più grande) e rendermi conto di quanto sia geniale questo romanzo. Sono più di 600 pagine ma scorrono come fossero meno della metà, per questo lo consiglio assolutamente ❤️
ragazzi non so come si reclama il profilo autrice, ma grazie a tutti per le recensioni, siete la mia forza😭❤️❤️ libro bellissimo signor goodreads, top 5 stelle🥰🥰