Dennis May è morto. Per il mondo è una notizia tra le tante, per S. è il finale sbagliato della propria storia. Dennis è stato l'oggetto della sua devozione e l'artefice della sua umiliazione, la possibilità di immaginare un'altra vita e l'infinito autoinganno. Se oggi S. fa la cameriera e disprezza quasi tutto è a lui che lo deve. O forse è solo un alibi.
Con una voce magnetica, tenera e spiazzante, Veronica Raimo racconta lo scandalo del desiderio che si annida nel trauma, il ridicolo che si accompagna alla tragedia, il dubbio che a definire la nostra storia - piú ancora di quanto è accaduto - sia quello che, nell'ottundimento della rabbia o dell'amore, continuiamo ad aspettare.
«È il senso costante di reversibilità a causare dolore, l'idea che possiamo ancora cambiare le cose».
L'ultima volta che ha visto Dennis May dal vivo - Dennis May vivo - S. aveva addosso dei jeans scuri e una maglia color smeraldo. Ora quei vestiti sono sepolti in cantina, pezzo forte di una collezione degli orrori insieme a un Nokia con i messaggi di Dennis e una locandina autografata di Lark, il film che lo aveva trasformato in un attore e regista di culto. Dentro quell'innamoramento collettivo S. ha camuffato la propria devozione, proteggendola con la tenacia di un cane da guardia perché nulla potesse né le stroncature ai film di Dennis, né i suoi silenzi e le sue fughe, né le dichiarazioni imbarazzanti alla stampa. L'ha protetta persino quando, nella stanza di un albergo a Roma, Dennis l'ha violentata per poi sparire dalla sua vita. E l'ha protetta quando ha temuto che ad altre donne, in altre stanze, potesse essere accaduta la stessa cosa. Oggi S. ha trentacinque anni, fa la cameriera in un bar, e non ha mai smesso di aspettare che Dennis tornasse per offrirle un'altra possibile versione della loro storia. Ha abbandonato il sogno di scrivere, ma legge il mondo con un'intelligenza corrosiva e un'ironia brutale che forse rivela l'esatta collocazione della ferita. Il suo è un curriculum fatto di inciampi, autosabotaggi, legami interrotti. Come l'amore incerto con Gionata, che ancora rimpiange, o la relazione burrascosa con Lorenzo, che si è innamorato di lei per quello che poteva diventare ma solo a patto che non lo realizzasse davvero, o l'amicizia con Agnese, che dice sí a tutto ma non fa mai domande, neppure quelle che a dirle ad alta voce cambierebbero molte cose. Ma adesso che Dennis May è morto, adesso che non c'è piú niente da aspettare, può darsi che sia il tempo di smettere di fare la guardia, e tornare con qualcuno in quella stanza, per trovare le parole. Si dirà, di questo libro, che è un romanzo sull'ossessione amorosa e sulle narrazioni tossiche che condizionano le nostre vite, un romanzo sul fallimento e sul suo potere di seduzione, sulla scrittura e sulla vergogna, sull'ambiguità con cui la vittima abita il suo ruolo, sulla nostra idea di giustizia, su un certo modo fragile e rabbioso di essere uomini, sulla sorellanza. Si dirà tutto questo e sarà vero ma non ancora a ci sono tanti modi di intercettare le grandi questioni del nostro presente, quello di Veronica Raimo è la letteratura.
Edit: Ho provato a scrivere qualche riga su Substack. Questo libro mi ha fatto pensare a La tigre assenza che, oltre ad una poesia di Cristina Campo, è anche un bellissimo disco di Maria Antonietta. Per chi avesse voglia di leggermi: https://open.substack.com/pub/m02nica...
Nota no. 1: Vorrei che Veronica Raimo si sedesse nella tasca della mia giacca e raccontasse, con la sua scrittura ironica e tenera, ogni cosa che mi accade attorno. Con questo libro - che è capace di superare, in maestria e affilatezza, il già bellissimo Niente di vero -, Raimo si posiziona senza alcun dubbio nel mio personale Olimpo delle scrittrici contemporanee.
Nota no. 2: Questo libro mantiene, delle cose che più mi avevano colpita in Niente di vero, una scrittura capace di guardare in faccia le miserie peggiori che si annidano nella memoria e nella costruzione psichica dei personaggi, senza freddezza eppure senza pietismo: Raimo scaccia, a forza di stilettate sarcastiche, quella tendenza umanissima che avremmo a rifuggire i pensieri più squallidi e imbarazzanti che pure facciamo, a non scendere a fondo della ripugnanza che certi episodi pure ci suscitano, a rimanere sulla superficie comoda e compassionevole delle cose dolorose che ci fanno girare dall'altra parte prima di poter arrivare a vedere, sul fondo del loro pozzo sconfinato, il nostro stesso riflesso. S. - la protagonista e voce narrante del libro - in fondo a quel pozzo ci è finita con tutte le scarpe. Cosa significa stare in questo pozzo, Raimo ce lo dice con una frase brutale, che, a mio avviso, fotografa chiaramente l'intero libro: "Non odiavo sentirmi una vittima, odiavo non sapere cosa significasse esserlo davvero.". Ciò che trasforma l'identità, la voce, le ambizioni di S. non è tanto l'esperienza, pur tragica e sconvolgente, della violenza in sé, quanto piuttosto la sua faccia, la faccia della stessa S., specchiata sul fondo: il fatto che la violenza non riesca a cancellare l'ossessione, il fatto che la violenza sia innominabile - non solo per quell'imperativo: Non scrivere di me - ma, prima ancora, per la vergogna e lo squallore di quella violenza, di quella porta che non riesce ad aprire, di quel filo malato che comunque non si spezza. E, alla fine, S. scrive, di lui, di Dennis May, della violenza che ha subìto (senza alcuna colpa, certo! perché, su questo, Raimo non lascia alcun dubbio: che S. sia una vittima; solo, ce lo dice in una maniera assolutamente non didascalica, e per questo ancora più autentica e straziante). Quella che leggiamo in queste pagine, quindi, è la voce ritrovata di S. - il racconto di come l'ha perduta, di come l'ha trasformata per sopravvivere, di come se n'è riappropriata, alla fine, spezzando l'incantesimo di quell'imperativo violento e umiliante. Mentre stavo per uscire dalla stanza, mi chiamò per nome. Aveva la voce serena. Mi bloccai sulla porta. - Cos'è che facevi tu? Scrivevi poesie, no? - disse. - Be', non scrivere di me. E, invece, S. scrive. Veronica Raimo, scrive - un libro straordinario.
“– Penso che dovresti scrivere questa storia. Ha un tono serio, nessuna condiscendenza, grazie a Dio non tira fuori il mio bene. – Non lo so, perché dovrei? Vedo qualcosa che le illumina lo sguardo, una luce che ho visto nei miei occhi mille anni fa. – Però non farlo tu, – mormoro tra il panico e l’ebbrezza. Mi sorride, un sorriso bellissimo, complice e insondabile. – Mi dispiace, non le faccio queste promesse.”
Non scrivere di me, come un’accorata supplica, per continuare a nascondere il dolore, a preservare la violazione.
Veronica Raimo scrive un romanzo che si addentra nella zona grigia tra amore, desiderio e violenza, senza mai offrire risposte semplici o consolatorie. La protagonista, S., lavora come cameriera in un bar e conduce una vita apparentemente distaccata, quasi ironica verso se stessa e gli altri. Quando scopre per caso la morte di Dennis May, l’uomo che anni prima ha segnato profondamente la sua esistenza, si trova costretta a ripercorrere quella relazione, a riannodare i fili di un legame che ha lasciato ferite profonde ma anche una strana, ambigua forma di dipendenza affettiva.
Veronica Raimo esplora con lucidità chirurgica il modo in cui una persona può trasformare il trauma in parte della propria identità, come la violenza subita possa confondersi con l’attenzione, come il dolore possa mescolarsi al desiderio fino a rendere difficile distinguere dove finisce l’uno e comincia l’altro.
La scrittura è tagliente, spiazzante, capace di mescolare tenerezza e brutalità, ironia e disperazione in un flusso che coinvolge il lettore senza lasciargli respiro.
C’è solo la voce di una donna che cerca di dare senso a ciò che le è accaduto, scoprendo che raccontare può essere al tempo stesso liberazione e nuova forma di prigionia.
Un libro che mette il dito su ferite intime e universali: il bisogno di essere visti, il confine sottile tra cura e controllo, la difficoltà di liberarsi da chi ci ha segnati nel profondo.
Ahimè sono tante le storie così…
“Mi interessava soltanto stare dentro quelle parole, proiettarci Dennis, ricamare sul nostro futuro, o sulla sua assenza, su un amore travagliato, infinito e sottratto, scrivere a mia volta poesie ispirate da Vilariño, plagiarle, tradurle in inglese, spedire i miei messaggi accorati dall’altra parte dell’oceano e restare in attesa con un’impazienza sfiancante che scandiva i miei giorni.”
Otobiyografik ve neşeli diyebileceğimiz Yalan Dolan kitabıyla ülkemizde de çok sevilen Veronica Raimo bu kez oldukça sert bir metinle karşımızda.
Beni Yazma, Roma'da 35 yaşında garsonluk yapan isimsiz kadın anlatıcımızın bir gün eskiden tanıdığı bir insanın, Dennis May'in ölüm haberini almasıyla başlıyor. İkilinin geçmişlerini, anlatıcımızın içinde yaşadığı yaraları, travmaları okuyoruz. Başta da söylediğim gibi okuması oldukça zor bir kitap bu. Özellikle cinsel istismar mağdurları için tetikleyici bir kitap olduğunu belirtmeliyim. Fakat Raimo diğer kitabından da aşina olduğumuz şekilde acısını, travmasını, kendine özgü üslübuyla yer yer dalga geçerek aktaran bir kadın karakter yaratıyor. Takıntı haline getirilmiş bu saplantılı, sağlıksız ilişkinin içinden onu çekip almak, sımsıkı sarılmak istiyorsunuz.
Kitaptaki anlatıcımız tezini sinema üzerine yazıyor tıpkı Veronica Raimo gibi. Aklıma hep ''Bu da otobiyografik bir roman mı acaba?'' sorusu geliyor. Bir yanım ''Beni yazma.'' diyen o kişiden intikamını alsın isterken bir yanım bunların tamamen kurgudan ibaret olmasını diliyor.
Eren Hanım yine su gibi akan bir çeviriye imza atmış. Çok şanslıyız. Ve canımız Medusa. İyi ki var da bizi bu kadın yazarlarla buluşturup, kolektif bir dayanışma ruhu yaşatıyor.
«Ricostruivo il mio rapporto con Dennis, dal primo incontro all'ultimo, l'apparizione sullo schermo, il suo corpo, le mie fantasie, il suo primo sguardo su di me, la nostra prima notte, le passeggiate, la scommessa sul futuro, la tenerezza, lo stupro, lo sputo in faccia, il resoconto di un'ossessione inviata all'oggetto di quell'ossessione. “Non scrivere di me”, si era raccomandato. lo scrivevo di lui, a lui. Non lanciavo accuse, provavo a scandagliare i miei sentimenti e intuire i suoi, azzardavo le ragioni dietro il suo gesto, cercavo un piano, uno sfondo, una possibilità in cui ricollocarei. Analitica e personale, anche in quel caso. Ma dentro di me sapevo di fare qualcosa di molto piú osceno, cercavo ancora di sedurlo.»
4 ⭐️ «Tutto quello che non ho fatto, tutto quello che non sono stata, è tutto quello che sono» Volevo iniziare con una frase estrapolata dal libro, dalla protagonista S. che guarda caso ha la mia stessa iniziale. Mi ci sono rivista molto in S., nel suo carattere, nel chiedere sempre scusa, nel vedere la gente che va avanti, si sposa, mentre io rimango indietro, in silenzio. Ma veniamo alla trama. Dennis May è morto. Dennis era un attore poi diventato regista del suo primo film Lark di cui S. ha la locandina firmata, gettata in cantina vicino ai vestiti che portava l’ultima volta che l’ha visto. Sedici anni di differenza, non importa, ma lei era ossessionata da lui. Passavano le giornate a letto a far l’amore. Si sentiva felice, innamorata. A quei tempi scriveva poesie, sarebbe diventata scrittrice, se non avesse incontrato Dennis: ora, a trentacinque anni, fa la cameriera e ha perso tutti: amici e fidanzato. S. annullava la sua esistenza per lui. Ma più lei lo cercava più lui si faceva vivo quando gli pareva. Finché una notte, la quattordicesima in cui si vedevano, lui la stupra, è talmente violento che S. per giorni e giorni avrà dei lividi d degli incubi tutte le notti. Lei non racconta a nessuno di aver amato un uomo che l’aveva violentata. Anzi lui è stato, negli anni, sempre lì nei suoi pensieri: un pensiero vuoto e inattingibile. Non vuole nemmeno passare per la vittima, perché non sente si esserlo. Una cosa è certa però. Non vedrà più il corpo vivo di Dennis, il corpo dell’adorazione e il corpo della violenza. Un racconto che mi ha colpito, le immagini dell’amore di S. e subito dopo quelle dello stupro. Immagini potenti. Strazianti. E Veronica è stata brava a scrivere questa storia che sicuramente farà molto riflettere tante donne, che magari, si sono trovate nella sua stessa situazione.
Decisamente superiore a Niente di vero, per me. Poteva essere una storia non particolarmente diversa da tanta altra narrativa sugli amori tossici, e invece la scrittura della Raimo è talmente magnetica e di altissimo livello che questo libro ora mi sembra unico
Ho aspettato mesi l’uscita di questo libro. Mi sembra una roba letta su Wattpad. Non è letteratura, non è sviluppato bene, non lo grazierò solo perché parla di temi fondamentali
Allahım bu kitap resmen ciğerimi söktü. Çok sahici, çok duygusuz, çok duygulu, çok öfkeli, çok öfkesiz… travmalar bize ne yapıyorsa öyle işte. Veronica Raimo’num ilk kitabı Yalan Dolan’ı biraz daha çok sevmiştim. Yalan Dolan, bazı yerlerde kahkaha attığınız ama kalbinizin derinliklerinde gülünecek pek bir şey olmadığını da hissettiğiniz bir kitaptı. Beni Yazma ise çok sert. Yine de Veronica Raimo’nun iki boyutlu kartondan olmayan, empati dilenmeyen, kusursuz olmayan kadınlarını okumak çok güzel. İyi ki kadın yazarlar var💜
Un libro medio, in termini di scrittura e di struttura della storia. Non mi ha entusiasmato la costruzione dei personaggi, soprattutto di S., bella e dannata. Mi è sembrata troppo irrealistica, sia lei che Dennis. Anche la solitudine di cui si parla sembra finta, non so come dire. È un libro che comunque si fa leggere, ma che non giustifica l'hype che ha.
Questa lettura è una coltellata che ti coglie alla sprovvista, mentre credi che l’autrice ti stia raccontando un’esperienza come un’altra con la solita apparente leggerezza ed autoironia che contraddistingue il suo stile di scrittura. A ben pensarci però il nucleo della narrazione è l’impatto che ha nella vita della protagonista la relazione con un uomo tremendo, un impatto di tale portata da cambiarne completamente la traiettoria.
“Tutto quello che non ho mai fatto, tutto quello che non sono stata, è tutto quello che sono”
Un tunnel la cui via d’uscita arriva in parte nelle ultime pagine del romanzo grazie alla condivisione, seppur tardiva, con qualcuno che ha corso lo stesso rischio e che forse troverà le parole per raccontarlo.
Dopo aver amato Niente di vero, mi aspettavo molto da Non scrivere di me. Invece è stata una delusione. L’ho trovato sfocato, pieno di elucubrazioni sterili e popolato da personaggi più irritanti che interessanti. A un certo punto emerge il nodo narrativo ed effettivamente comincia ad accendersi qualcosa — finalmente — ma poi tutto torna a girare a vuoto. Mi dispiace dirlo, ma non me ne fregava nulla di quello che stavo leggendo. E non vedevo l’ora che finisse per passare ad altro. Avevo apprezzato molto Niente di vero per la sua ironia tagliente e la capacità di tenere insieme leggerezza e profondità. Per questo mi sono avvicinata a Non scrivere di me con aspettative alte. Qui però ho trovato una narrazione troppo ripiegata su se stessa, come se stessi leggendo un diario personale mai editato. È un libro che forse può parlare a chi ama le derive interiori e le "atmosfere generazionali".
Non lo so, non mi ha convinto. Bella la scrittura, scorre veloce. Ci sono diversi passaggi interessanti, direi anche divertenti pur nella tragicità del racconto. Eppure alla fine non mi resta niente.
Incipit È stato il ragazzo a ordinare la cheesecake, ma è la ragazza che sta allungando un cucchiaino verso la grossa fetta geometrica, ricoperta da una glassa lucida alla fragola. Continua su IncipitMania
Questo libro è scomodo, brutale e onesto. Al primo impatto può anche non piacere, perché ci mette davanti una verità che preferiamo evitare: il fallimento e l’ambiguità con cui la vittima vive il suo ruolo, atteggimento inaccettabile nell’immaginario collettivo. Ma non per questo si è meno vittime.
Raimo narra dell’io della protagonista che si frantuma nella custodia del proprio trauma; del ridicolo che si accompagna alla tragedia e del desiderio di una donna, che non è quello auspicabile da un immaginario condiviso, perché nonostante tutto continua a restare in attesa.
Questo romanzo non parla di amore, ma di quello che succede quando muore una persona che ci ha fatto del male. Racconta la zona grigia in cui amore, potere e abuso smettono di essere distinti, e la scrittura diventa rifugio, poi colpa e infine necessità.
Ok, paragone fragile, fosse anche per la lunghezza dei romanzi - Raimo, dacci letture più lunghe. Ma c’è qualcosa dell’inquietudine di chi è protagonista degno di certi classici. Nel suo stile asciutto e pennellato da un sarcasmo che ride di qualsiasi condizione umana, Raimo ci racconta una storia che parte dalla morte di un regista. Nel flashback con cui la protagonista ci accompagna al momento in cui l’ho conosciuto, fino ad avvenimenti più infelici, scorre un’esistenza che agli occhi esterni sembra fatta rinuncia e mancanza di ambizione. Raimo non risparmia nessuna crepa, nessun anfratto della vita di una donna che subisce certe scelte, e altre le rivendica, e sviluppa una storia con delle scene crude e geniali. Raimo, scrivimi la vita.
Kitabın hedef kitlesi olmadığım için ruhu bana hitap etmiyor.Çok fazla da anlam yüklemek istemiyorum. Benzer olay örgülerinde ve dertlerde daha vurucu kitaplar okudum. İster istemez onlarla yargılıyorum .
Ana / yan genel olarak karakterler konusunda da zayıf buldum. Elimde sürünmediği için mutluyum.
‘Duydun mu Dennis May ölmüş?’ cümlesiyle kaskatı kesiliyor S. Sonrası geçmişe dönüş, içe kapanış. Bir ölümün rahatlatıcılığını öğreniyor S. Bu rahatlamayı biz de hissediyoruz ama ben biraz da öfkeleniyorum. Toksik ilişkilerin ‘tutkulu aşklar’ olarak süslenip sunulmasına öfkeleniyorum, travmaların tüm suçları örtebileceği yanılgısına öfkeleniyorum, tüm umudun üçüncü şahısların ağızlarından çıkacak kelimelere bağlanmasına öfkeleniyorum. Bunlardan sebep ‘Beni Yazma’ beni konfor alanımdan çıkardı, rahatsız etti. ‘Yalan Dolan’ ile tanıştığım yazar Veronica Raimo’nun bu kitabını da çok sevdim. Kullandığı dil, karakterin sayfalar ilerledikçe çözülüşü, son sayfalardaki gerilim kısacık bir kitabı dolu dolu hissettirdi. . Eren Cendey çevirisi (ki enfesti!), Hamdi Akçay kapak tasarımıyla~
“Mi viene da piangere. Posso tornare lí anche ora. È tutto presente, vivido, come le cose che non esistono piú, e per questo esistono, sempre.”
Veronica Raimo lascia da parte il sarcasmo per un’ironia amara e dolorosa per raccontare la storia di una cotta un po’ stupida per una celebrità che diventa ossessione e poi trauma. Un handicap che si porta dietro per anni, che la ostacola e diventa alibi dei suoi fallimenti e dei suoi progetti incompiuti.
Le emozioni sanno legittimarti e trainarti dove non devi andare o dove non avevi il coraggio di andare finché è troppo tardi e ti sei persa. A quel punto non resta che fermarti, smettere di fare le domande a te stessa e chiedere le risposte agli altri.
mi ha convinta meno di quanto pensassi; strana sensazione di leggere un qualcosa di fin troppo intimo e privato, qualcosa di troppo vero (no pun intended)
libro bevuto in un paio d’ore nonostante il tema terribile che tratta; doloroso e sferzante in una maniera che non ricordavo essere la penna di raimo (forse dovrei rileggere ‘niente di vero’)