Porcatroia, un patchwork coi controfiocchi di sibilline sentenze, in pratica il mio sogno. Somiglia a uno spaghetti western alla Leone, inzuppato di considerazioni argute e affilate come cesoie. È un anfratto di vita (la sua, od course). Piccole finestre sul quotidiano, che potrebbe pure essere banalotto, ma nelle mani di Luis, non ci son cazzi, diventa un ricettario di succosi aneddoti che paiono uscire dal paiolo sul fuoco di un vecchio casolare di campagna, quando ancora l’elettricità era di là a venire e l’unico intrattenimento erano i vecchi che raccontavano terribili storie e fattacci dei dintorni. A lungo andare (o è preferibile a lungo leggere?) i pensieri sparsi finisco per mostrarsi un po’ troppo sparsi: tocca chinarsi a raccoglierli, farli combaciare, scartare quelli che non tornano. Una faticaccia. Racconti a singhiozzo o singulto, come preferite. Comunque succoso, disarmante, guerrigliero, a tratti illuminante. Stride con l’attuale pensiero unico e uniformato, così tanto da risultare rivoluzionario nella sua logica ovvietà. E soprattutto: quando hai la consapevolezza di essere un fottuto narratore (con i controzebedei) con qualcosa da raccontare? Quando trasformi le banalità di una vita in epopee sostanziali, traboccanti di etica e con una missione esistenziale. Sepúlveda è questo: quando racconta le puttanate commesse da bambino e le trasforma in episodi edificanti per il domani, o quando cita una frase sussurrata in tempo di morte dal nonno e ne fa missione di vita. Un cantastorie di prima categoria, ma non lo si scopre certo oggi.