Per affrontare i fallimenti sentimentali ci vuole coraggio. E un grande senso pratico. Lasciarsi non è un affare che riguarda solo il cuore, ma questione delicata, che si chiude con il rito turpe della restituzione. Perché, siamo sinceri, l’eliminazione della persona amata passa dalla rimozione fisica delle sue cose dagli armadi. Senza quel gesto non si può fare spazio, né ricominciare. Il nostro protagonista non sarebbe onesto se non confessasse di aver fondato la Final Cut per una storia andata male. Ma non lo farà, racconterà invece di suo cugino Ludovico che, appena mollato dalla fidanzata, in deficit emotivo, gli ha chiesto una mano per disfarsi degli oggetti di Claudia nel suo appartamento. Una specie di trasloco, che è però un taglio netto. La gente è disposta a pagare pur di non sentire dolore e la Final Cut presta soccorso, mette fine ai rapporti ormai in crisi. Le parole d’ordine sono: assenza di partecipazione, distacco, sospensione di giudizio, imparzialità. E il tariffario cambia in base alle richieste. Se siete fortunati, avrete anche l’elenco delle motivazioni per le quali siete stati lasciati, ma per il flusso di coscienza dovrete saldare a parte, perché il confine fra empatia e commiserazione è labile, e il nostroprotagonista non crede nelle terapie. "Final Cut" è una commedia brillante che parla di ordine e confusione, è il ritratto parossistico della contemporaneità, è un romanzo incisivo e modernissimo che declina i sentimenti e riflette su cosa saremo più in là.
Final Cut è il programma di montaggio video dell’Apple. Il narratore e protagonista s’inventa una piccola ditta con questo nome per restituire gli effetti personali alle coppie appena scoppiate, separate: una specie di facchino traslocatore della fine degli amori.
In realtà, il suo servizio va un pochino oltre, è anche messaggero, non d’amore, ma di separazioni, di rotture, di finali. La sua ambizione è racchiusa qui: Di tutti i ricordi della vita, vorrei che i miei clienti si tenessero solo il taglio finale, provando a buttare via le scene inutili, gli spezzoni che non servono. Mi piaceva questo doppio significato: il distacco, il final cut, ma anche l’opera resa al meglio, con tutti gli accorgimenti possibili. [Il cinema è la vita con le parti noiose tagliate, diceva il grande Hitch.]
A suo modo, parte bene, la commedia brillante annunciata nella bandella. Perfino con l’happy ending. Ma come s’insegna, a una buona idea occorre farne seguire un’altra: magari non subito, non necessariamente altrettanto buona, ma ne serve almeno un’altra, con una sola non si arriva in fondo. E infatti Final Cut si perde per strada, in fondo non mi ci ha portato in modo brillante.
E, purtroppo, si perde presto. Dopo poche pagine il gioco è chiaro, e diventa ripetitivo. Anche noioso: i lunghi racconti di Maria-Mery sono proprio tediosi, come una teleserie della RAI. Ma almeno non sono infarciti di stereotipi, come non lo è neppure quello personale del protagonista narratore. E questo è probabilmente il risultato migliore che secondo me Gallico raggiunge.
La scrittura è sobria, misurata, e purtroppo limitata, senza variazioni, senza cambi di passo, in tono col suo protagonista narratore: contribuisce presto al rallentamento e progressivo spegnimento della vicenda e del mio interesse di lettore.
Ci sono riferimenti alti, colti (Paul Ekman, Joseph Le Doux, Wally Friesen, Malcolm Gladwell, Giacomo Rizzolatti, Paul Zak…), ma non aiutano ad approfondire, a scendere sotto la superficie. Nell’insieme, è un romanzo che rimane esile.
È un libro in cui ancora per certi versi si percepisce una certa inesperienza, ma che risulta comunque piacevole alla lettura, nonostante certi cedimenti strutturali e alcune sbavature. Tuttavia nonostante un inizio interessante, dato anche dall’originalità della vicenda narrata e dal punto di vista da cui l’autore ha deciso di affrontare il tema della rottura in amore, il libro pecca per una certa serialità che abbassa la tensione narrativa e in parte ne inficia anche la qualità.
Buonissima la prima parte, ottima l'idea narrativa, ma nella seconda parte si perde incomprensibilmente ripiegandosi su stesso e diventando a tratti troppo introspettivo. Peccato.
Questo libro purtroppo non mi è piaciuto e non mi ha per nulla convinta poiché leggendo "Final Cut", ho atteso con ansia che la trama decollasse e che prendesse finalmente una piega e invece purtroppo questo non è accaduto e le 213 pagine che compongono il libro sono solo una cronaca di episodi che descrivono distacchi sentimentali, il tutto condito appunto dall’atteggiamento freddo e distaccato del protagonista –di cui non viene mai rivelato il nome- e di una cliente irresponsabile e scombinata alle prese con amori promiscui, risultando entrambi un po’ troppo irritanti.
Questo è il tipico romanzo che mi lascia sconcertato. Per lo spreco, soprattutto, perché non mancavano le basi per fare bene: una buona idea di partenza - il protagonista che s'inventa un mestiere: un'agenzia specializzata nella gestione pratica della fine dei rapporti, dalla riconsegna degli effetti personali alla comunicazione delle ragioni che hanno determinato la rottura - e una penna pulita, asciutta, cinica al punto giusto. Per farla breve, perché davvero non c'è molto da aggiungere, tutto ciò diventa il pretesto per raccontare le problematiche avventure sentimentali di una cliente, Mery, sospesa tra un amore etero e uno lesbo, pagine e pagine di confessione che tratteggiano un melò sull'orlo di una crisi di nervi, roba da fiction televisiva di media qualità. I personaggi in compenso sono perfettamente bidimensionali, tranne il protagonista e io narrante, lui se non altro è simpaticamente algebrico, mediamente incasinato, vagamente meschino. Non c'è altro. Non reali svolte narrative, sviluppi emotivi o psicologici, attrito e tensione tra vicenda particolare e temi collettivi. Un romanzo supino, sdraiato, inerte. Circa a metà ho perso interesse, ma visto che me ne avevano parlato bene ho comunque terminato la lettura, sperando in qualcosa. Peccato.
Carino sull'inizio, si perde andando avanti. Il finale è abbastanza meh, del tipo "e quindi?", come se l'autore avesse l'idea per partire, ma non sapesse dove in realtà dove voleva andare a parare. I riferimenti colti sono il motivo per cui ho dato tre stelline anziché due, ma sono un po' infiocchettare la scatola vuota. Viene da pensare che i personaggi stessi non abbiano un'anima propria, ma vogliano essere la dimostrazione di un assunto... solo che, per quanto mi riguarda, non è chiaro cosa l'autore voglia dimostrare. Perciò, insomma, meh. Carino, fa passare la mattinata e ha i suoi momenti buoni, se non si hanno troppe pretese.
Si legge bene, è scorrevole e all'inizio mi ha molto incuriosito. Purtroppo, non mi ha dato niente, né a livello emozionale né culturale né letterario.