Decisamente, il piccolo Yehoshua non è portato per la santità: le preghiere infinite del padre, i libri di morale della madre, l'onnipresenza della Torah che pesa «come un macigno» sulla sua famiglia, quel mondo in cui è attribuita più verità alle fiamme dell'inferno che alla natura circostante e agli uomini concreti che la abitano – tutto ciò suscita in lui solo una sensazione di soffocamento e accende un grande desiderio di fuga. Yehoshua anela ai pascoli, ai cavalli, ai giochi nei campi con i coetanei; alle letture della Bibbia preferisce le storie di ladri, briganti, soldati, vagabondi; ama usare sega e pialla nella bottega del falegname piuttosto che stare rinchiuso ore e ore a scuola, sottoposto alla dura disciplina dei maestri, e mal sopporta la tirannia del senso del peccato: «Qualsiasi cosa uno facesse era peccato. E ovviamente essere sfaccendati era peccato». Eppure, da questi irriverenti ricordi d'infanzia, che Singer ripercorre con la precisione e la brillantezza di una scrittura come sempre magistrale, traspare la nostalgia immedicabile per un mondo, quello dello shtetl, che ancor prima che il nazismo ne sancisse la definitiva cancellazione era già avviato al dissolvimento; di questo mondo, popolato da studenti di Talmud, macellai rituali, rabbini, artigiani, mendicanti, scaccini zoppi, maestri folli e scolari riottosi, Singer ci consegna un ritratto così vivido che ci pare di udirne le voci, di percepirne gli odori – e quasi saremmo tentati di scrollarcene di dosso la polvere.
Israel Joshua Singer was a Yiddish novelist. He was born Yisruel Yehoyshye Zinger, the son of Pinchas Mendl Zinger, a rabbi and author of rabbinic commentaries, and Basheva Zylberman. He was the brother of Nobel Prize-winning author Isaac Bashevis Singer and novelist Esther Kreitman. His granddaughter is the novelist, Brett Singer.
Singer contributed to the European Yiddish press from 1916. In 1921, after Abraham Cahan noticed his story Pearls, Singer became a correspondent for the leading American Yiddish newspaper The Forward. His short story Liuk appeared in 1924, illuminating the ideological confusion of the Bolshevik Revolution. He wrote his first novel, Steel and Iron, in 1927. In 1934 he emigrated to the United States. He died of a heart attack at age 50 in New York City in 1944.
Uno sguardo sul mondo delle tradizioni della cultura ebree con gli occhi di un bambino. Israel racconta la sua infanzia, lo studio della Torah, i pomeriggi infernali sul libro, le ristrettezze, i sacrifici e la vita che gira tutta attorno ad un mondo affascinante. Ho letto molto dei Singer. Forse se avessi letto questo libro prima degli altri lo avrei apprezzato di più. Non sono riuscita a cogliere il taglio della “ novità”. Rimane comunque una lettura piacevole e di valore.
Lo sguardo assoluto “Di un mondo che non c'è più” è il titolo col quale era noto questo libro prima della nuova traduzione di Anna Linda Callow. Titolo tristemente vero ma anche un po' fuorviante, perchè suggerisce una rievocazione elegiaca che non c'è. La voce di Israel Singer è trasparente e oggettiva. Il suo modo di onorare i padri consiste nel raccontarli il più sinceramente possibile. Sono le memorie dell'infanzia dell'autore, fino all'età di tredici anni; poi si fermano, perchè Singer muore improvvisamente negli USA dove si era trasferito. Una morte prematura, nel 1944, che gli risparmiò i dettagli della fine di quello che aveva raccontato molto bene in La famiglia Karnovski. Jehoshua Israel è figlio e nipote di una dinastia di rabbini e fin da subito guarda la sua gente e in primo luogo genitori e nonni con uno sguardo assoluto; non condizionato dal piccolissimo e remoto shtetl, dall'educazione religiosa, dal ruolo di esempio che tutti gli attribuiscono per essere figlio di cotanta dinastia. Il suo cuore e i suoi passi sono nei frutteti, in riva al fiume, in mezzo ai cavalli. La lucidità con la quale Jehoshua Israel si guarda intorno è preziosa per farsi un'idea della vita degli Ebrei negli shtetl. Il quadretto non è allegro, la gente era molto povera, religiosa nel senso bigotto e ossessivo del termine. Dedita allo studio, ma in modo molto sterile: cavilli giuridici, kasheruth dei cibi, sarà stato questo animale macellato alla perfezione o su questo organo c'è una macchiolina sospetta? L'istruzione è tenuta in grandissimo conto, ma forse troppo: il nonno , rabbino stimatissimo, si sposa sedicenne con una ragazzina di quattordici anni e non le rivolge mai la parola, perchè non si perde tempo a parlare con una donna incolta; anche se la donna è madre di molti figli e conduce una famiglia numerosa con numerosissimi ospiti. I ricchi sfruttano i poveri senza pietà, la gente è pettegola e cattiva proprio come sempre e dappertutto. Gli askenaziti non sono in buoni rapporti con i chassidim. Si può dire che nel complesso la moralità media era superiore a quella della popolazione non ebrea, probabilmente perchè l'autocontrollo sociale era più forte, oppure la religione più sentita. La cosa più toccante è lo sguardo assoluto del bambino che guarda i genitori: la mamma, donna colta, saggia e innamorata che cerca senza successo di guidare il marito, affabile e inconcludente, troppo ingenuo per mantenere la famiglia. Ho sempre pensato che l'infanzia finisce quando ci si rende conto che i genitori non sono infallibili: quella di Jehoshua Israel è durata pochissimo.
In questo libro gradevole, forse non al livello dei suoi capolavori, ma comunque assai piacevole da leggere, Singer traccia l'affresco di una piccola comunità ebraica. E se, talora, con un pizzico di sarcasmo, l'io narrante pare sorridere benevolo di quel mondo quasi "verghiano", ancorato a riti, tradizioni e credenze spesso sorpassate, in realtà, tra le righe, traspare tutto il rimpianto per un contesto schietto e sincero, attraversato da un senso di condivisione ormai scomparso, da valori offuscati dalla presunta modernità dei tempi, dall'ombra di un mondo che non c'è più, ma che, sotto diversi aspetti, avrebbe meritato di sopravvivere al freddo progresso.
L'aspetto migliore di questo libro è la bellissima scrittura di Israel Singer che in poche righe tira su un mondo complesso, variegato, ricco di contrasti. Il giovane protagonista è un curioso catalogatore della realtà; niente di quello che accade sfugge ai suoi occhi e descrive gli avvenimenti con lo sgomento di un bambino che si rende conto della differenza fra il reale e il racconto che gli adulti ne fanno. La pecca di questo romanzo però è l'incompiutezza, le memorie di Singer furono pubblicate postume e il fatto che il racconto si interrompa bruscamente all'infanzia lascia un po' con l'amaro in bocca. Ciò che resta è comunque un bellissimo affresco di una realtà ormai scomparsa da tempo e che è descritta molto meglio dal titolo originale del libro ovvero Da un mondo che non c'è più.
Eine Kindheit in einem jüdischen chassidischen Dorf in Polen um 1900. Was macht ein Kind, dass nicht unbedingt, wie sein Vater, ein jüdischer Gelehrter werden will.
Se lee casi siempre con regocijo y alegría , pero otras veces con dolor por ese mundo que ya no está. Pero que si vive dentro de los lectores gracias a la bellísima prosa de este maravilloso libro.
Este es el tercer libro (y último traducido al español) que leo de Israel Yehoshua Singer, y una vez más confirmo el por qué es mi autor favorito. Qué manera de tejer historias, de describir y de meternos en su mundo: un regalo maravilloso, un pequeño fragmento de historia judía.
El título es perfecto: "de un mundo que ya no está"... Leer esto me hace pensar en cómo, después del holocausto, fueron reducidas casi a nada tantas capas que cubrieron la historia judía en Polonia: una sociedad heterogénea, pujante, con miles de tonalidades, acentos y realidades. ¿Qué nos queda de ello, qué aún conservamos? Quizás muy poco... Sin embargo, nuevas historias se han creado, fue fundado el Estado Judío, una nueva diáspora en América y el mundo se ha conformado hasta el día de hoy, se han creado nuevas identidades, nuevas formas de judaísmo y nuevas maneras de vivir.
Me hubiera fascinado poder leer esta joya completa (el autor murió en pleno proceso de escritura). Es una autobiografía viva, me quedo con muchos sentimientos y nostalgia después de leer a este protagonista, un personaje valiente, rebelde, simplemente fascinante...
Uno spaccato della cultura e della tradizione yiddish e chassidica attraverso il racconto fatto da Joshua della propria infanzia a Leoncin, un paesino rurale sperduto nella Masovia, tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX. Attraverso la lievissima e gustosa narrazione di personaggi ed eventi della piccola comunità ebrea polacca, Singer ci restituisce l'immagine di un mondo che non c'è più, perché spazzato via e bruciato nei forni crematori di Oświęcim, ma già intaccato dal secolarismo e dalla modernizzazione. E' quasi un piccolo trattato etnografico e storico religioso del mondo yiddish, scritto in una maniera leggera, brillante, briosa, divertente ed ironica fatta da Joshua, figlio di una serie interminabile di rabbini, che si affaccia alla vita in una piccola comunità rurale, rigorosa e scrupolosa osservante di norme religiose che regolano ogni aspetto del vivere umano. Un figlio di rabbini che però ha in uggia lo studio dei commentari religiosi e preferisce le corse nei campi e i giochi con i più scapestrati amici. Nel racconto di Joshua si mette in moto una sarabanda di personaggi eccentrici e curiosi, come, mendicanti, venditori ambulanti, guaritori e ciarlatani, ladruncoli e predicatori chassidici, ma anche sarti, fornai, macellai kosher, e maestri di cheder, e rabbini, rabbini e ancora rabbini, studiosi di Torah, Talmud e Mishnah e Ghemarah, devoti scrupolisissimi e santi lunatici. E poi guardiani dei bagni rituali, e goyim polacchi e russi più o meno antisemiti, perché l'antisemitismo, dietro la briosità e l'ironia del racconto è sempre presente, come lo il costante timore degli ebrei verso i goyim. La discriminazione nei momenti critici della storia può infatti trasformarsi in furia cieca e distruttiva verso i figli di Israele, in pogrom che spazzano via individui e comunità. Fu pubblicato postumo, nel 1946, e non ho capito se doveva essere la prima parte di una sorta di autobiografia. Non so neanche se Singer fu pienamente a conoscenza della distruzione degli ebrei d'Europa. Intuì qualcosa, ma forse non seppe di Oświęcim.
Un inizio di autobiografia, pubblicato postumo. Potremmo non dire oltre. Nulla a che vedere con Karnowski. Divertente e curiosa descrizione familiare e della società ebraica in Polonia all’inizio del ‘900. Dispute tra rabbini, rito askenazita contro rito sefardita, hassidim contro tradizionalisti, regole e superstizione, devozione e precetto contro la modernità del nuovo secolo che preme alle porte. Ruolo dell’uomo e della donna. Il giovane protagonista fotografa, descrive, raccoglie aneddoti, e intanto cresce e capisce che non vuole essere come il padre, non vuole essere un rabbino, non vuole dedicare la propria vita allo studio della Torah. Non sapremo mai come finirà questa storia, Singer è morto prima di completare la sua autobiografia, e probabilmente se avesse avuto tempo avrebbe ritoccato anche questa parte. Perché il documentario sociale è preponderante rispetto alle vicende del protagonista, e il tutto si esaurisce in un volumetto fine a sé stesso, interessante ma non fondamentale.
Si potrebbe riassumere questo romanzo con il titolo di un altro libro: Le juif qui rit (L'ebreo che ride). Il Singer senza Nobel (per distinguerlo dal fratello) in questa semi-autobiografia racconta con molta ironia la sua infanzia e adolescenza intessuta di imperdibili aneddoti origliati nello studio del nonno o del padre: dalla coppia che si divorzia e si risposa ciclicamente poche settimane dopo a tutti i problemi(a volte vere e proprie questioni di lana caprina) della comunità che i rabbini dovevano risolvere. La vena di comicità della narrazione non impedisce però di vedere la desolazione e la miseria in cui vivevano sia gli ebrei ashkenaziti sia gli abitanti goy dei piccoli villaggi di quella zona immensa che indichiamo sommariamente come Est Europa. I capitoli autoconclusivi del libro sono dovuti al fatto che si tratta di una raccolta postuma delle corrispondenze per un quotidiano. Detto questo, la narrazione scorre quasi sempre linearmente. Unica pecca dell'edizione: purtroppo la traduttrice ha lasciato fuori alcune parole in Yiddish dal dizionario a fine libro.
Sé que es una obra inacabada y póstuma ya que el autor lo que pretendía era reflejar su vida y su entorno familiar, desde su infancia hasta su llegada a Estados Unidos en 1933 en tres volúmenes, pero el destino en forma de un fulminante ataque al corazón terminase con su vida y dejase truncado estos recuerdos que, en forma de biografía, nos relata hasta los trece años. Esta obra llega hasta 1906, transcurre en un pequeño pueblo de fuertes raíces judías cercano a Varsovia, en realidad es una sucesión de anécdotas que recuerda el autor de ese tiempo, tamizadas por el tiempo y suavizadas por la memoria. El judaísmo está muy presente en toda la obra, su padre era rabino, su madre hija de rabino y descendiente de rabinos polacos muy reconocidos y venerados, por lo que la religión y las costumbres son la base de estos pocos capítulos que llegó a escribir. Está muy bien escrito, pero me ha resultado un poco abrumador y agobiante tanta explicación sobre el judaísmo, las fiestas, las formas de vida tan estrictas, las prohibiciones… Aunque también hay humor, los recuerdos es lo que tienen, que aunque no sean agradables con el tiempo solo se ve la parte humorística o positiva.
I recently read the kids' graphic novel Mendel the Mess-Up by Terry LaBan, which takes place in a similar setting to this one. I'm not sure if it's praise to the kids' book or a strike against this one that they paint such similarly cartoonish pictures of shtetl life. On the one hand that made this book really enjoyable, often laugh-out-loud funny. At other times I wondered if he could have taken it down a notch.
Even very serious moments get a light touch, as in this description of Jews terrified of a pogrom that seems to give their fear a comic quality:
"The two constables on duty at the marketplace tried to arrest [the non-Jewish] Michalascak for preaching sedition, but he was a giant of a man and he tore off the constables' medals and epaulets and generally roughed them up...He dragged the portrait out into the street and urinated over it, then called on his fellow Poles to seize axes and pitchforks and drive the Russians out of Poland. "The Jews quickly gathered up their goods and locked themselves behind closed doors and shutters."
I guess it doesn't sound so funny written out, and maybe I read it wrong, but somehow putting that one sentence in the next paragraph, directly compared with Michalascak's boldness, felt like a light way to describe their terror (well-earned, given the pogrom against Jews in Bialystok that the author describes shortly after).
Overall I really enjoyed the lightness, which was often mixed with serious topics, though eventually the jokes about religion felt like he was beating a dead horse.
Non ho un’opinione molto chiara o certa su questo libro. Mi è piaciuto? Sì. Lo consiglierei? Forse. Cosa ne penso? Ho pareri discordanti. Partendo da cosa non mi ha convinta, o forse meglio dire da cosa mi ha scoraggiata, è la quantità di vocaboli relativi al mondo ebraico (che non conoscevo) che dovevo costantemente andare a verificare per capire di cosa si stesse parlando. Certo, questo non è colpa dell’autore, ma colpa della mia ignoranza in merito a questa religione. Ma a volte diventava un po’ pesante il continuo dover “mettere in pausa” la lettura. Al contrario però, ho amato il protagonista e il suo punto di vista da giovane bambino costretto a seguire molte regole, spesso molto severe. Non poter giocare con gli altri bambini, non poter amare i cavalli, dover pregare ogni giorno e doversi dedicare allo studio della Torah assiduamente. Avendo vissuto un’infanzia totalmente diversa, mi sono chiesta più volte quanto noiosa potesse essere la sua. Ma d’altronde siamo cresciuti in tempi diversi e con culture diverse, e questa era la “normalità” per il figlio di un rabbino. Perciò chi sono io per giudicare? È stato bello venire a conoscenza, anche se in modo superfluo, delle usanze ebraiche. Dalle loro giornate tipo, al cibo che veniva cucinato, a come era strutturata la vita in un piccolo villaggio. Decisamente una lettura diversa ed interessante, spesso ironica e anche toccante
Uno sguardo su quello che era (o è?) l'ortodossia ebraica ma calata nella polonia a cavallo tra il 1800 e il 1900. Mi ha tratto in inganno la quarta di copertina: la frase estrapolata dai primi capitoli fa sembrare il libro una critica divertente fatta da un adolescente a tutti gli obblighi e le pratiche imposte dall'ortodossia (in questo caso) ebraica. In realtà si tratta di una serie di aneddoti raccontati dallo scrittore e da lui effettivamente vissuti, dove si racconta della vita di una minuscola comunità ebraica della campagna polacca, chiusa in se stessa ma obbligata a interagire con i gentili. Una comunità basata sullo studio dei testi sacri e sul rispetto delle pratiche religiose, composta da persone di bassa estrazione culturale ma notevolmente bigotte. Il racconto non ha un vero e proprio sviluppo, si tratta effettivamente di una serie di aneddoti. Si fa fatica anche a percepire la crescita del protagonista e il racconto si interrompe quasi inaspettatamente, molto probabilmente perché l'opera stessa non era conclusa ed è stata pubblicata postuma.
Tutto sommato è un libro che mostra un mondo che non c'è più (per parafrasare il vecchio titolo), forse, ma che può essere interessante scoprire.
La lettura di questo libro è iniziata molto bene, mi avevano incuriosito sia l'aspetto della religione ebraica che le vicende personali del protagonista. Dopo i primi capitoli però si è rivelato più un libro di aneddoti, una raccolta di ricordi, che non una biografia, seppure parziale. Non che non ci siano contenuti interessanti ma sono pochi rispetto agli aneddoti che riguardano altri personaggi e la vita e la cultura del popolo ebraico. Manca il percorso di crescita e maturazione del protagonista, mentre abbondano i dettagli sul padre e su altri parenti che non sempre però influiscono sul tema principale: il fatto cioè che al protagonista manchi una forte fede nel suo Dio. Nonostante questo il libro è breve e resta comunque una lettura divertente e leggera. È interessante vedere il mondo con gli occhi di un bambino, in questo caso la cultura ebraica in opposizione a quella dei gentili che li circondano. Il finale chiude un periodo della vita del protagonista, lasciando il lettore curioso sulla continuazione.
Una lettura affascinante per lo stile di scrittura di cui non ci si può non innamorare; la capacità dell’autore di narrare e descrivere è semplicemente fantastica, in grado di narrare destini crudeli, innaturali o inumani e di farlo con una marcia in più. Il titolo del libro non potrebbe essere più azzeccato, un mondo di cui non rimane nulla, una Polonia mista, aperta e contrastata, ma allo stesso tempo razzista, povera, arretrata, lontana dall'attuale omogeneità della nazione polacca. L’autore rivive giorni lontani, rievoca ricordi e racconta la storia vissuta da bambino con la famiglia d’origine. Una storia vera, dunque, ambientata nelle piccole realtà di Leoncin e Bilgoraj e nella quale si intrecciano riflessione, religione e rapporti umani. Una ricca testimonianza di un mondo che non c'è più, ma non certamente come la nostalgia di quel mondo: ben volentieri Israel Singer ne è fuggito. Un piccolo gioiello che, è vero, lascia l'amaro in bocca per la sua incompletezza. Per me ⭐️⭐️⭐️⭐️1\2
Tak na gorąco… to brak mi słów. Pozbieram się do jutra. (…)
Zbierałam się nieco dłużej :) Ale ... to starszy z braci Singerów, wielbiony wręcz przez młodszego - Noblistę - czapka z głowy po raz pierwszy. To pierwsze (tak, tak: pierwsze!!!) wydanie tego zbioru po polsku - czapka - dwa. Genialne tłumaczenie, rewelacyjne wydanie - mistrzostwo - czapka - trzy. Niespełna 30-letni pisarz publikuje zbiór, w którym nie ma ani jednego słabszego tekstu! Czego by o II RP nie myśleć - nie tylko była domem dla kilku milionów Żydów - bez względu na to, jak się oni z nią identyfikowali - ale przede wszystkim stworzyła warunki, by literatura pisana w jidisz po prostu rozkwitała. Dla mnie jest to nieodłączna część polskiej spuścizny, mojej spuścizny. Czapką zamiatam ziemię przez wydawnictwem i tłumaczem, że dali mi okazję ją jeszcze bardziej wzbogacić. Może i "wielkie" słowa ale Wielka Literatura.
Qué rabia que esta suerte de autobiografía no pudiese ser completada. La escritura de Israel Yehoshua Singer es de una belleza y una inteligencia incomparables, que se aprecian a pesar de esa falta de final o de continuación. La obra permite que el lector se acerque a ese mundo que ya no está, como indica el título: el mundo del shtetl, de las comunidades judías de Europa, de las pequeñas poblaciones de principios del siglo XX. No puedo dejar de recomendar la novela con la que llegué a este autor, una muestra de su escritura en todo su esplendor, una joya de la literatura yidis, ‘La familia Karnowsky’.
Singer va letto a piccoli bocconi, ma risulta sempre una lettura interessante ed istruttiva. Rispetto ai romanzi letti in passato che ripercorrevano la storia di intere generazioni, qui si attraversa la vita di una famiglia, fatta di piccoli episodi. La vita ebraica con i suoi usi e tradizioni è sempre una scoperta, di impara ad ogni pagina qualche dettaglio in più e personalmente risulta sempre affascinante. L'autore ha uno stile semplice e scorrevole e delinea in ogni suo romanzo personaggi intensi e profondi, che non si dimenticano facilmente.
Come sempre rimango affascinata di fronte all'umanità travolgente, luminosa e vitale descritta da Israel Singer; un fiume in piena di personaggi tridimensionali, di paesaggi e di interni che quasi ti sembra di poterli odorare e abitare. La fascinazione poi si trasforma lentamente in costernazione e amarezza al pensiero che un'umanità così sorprendente sia stata spazzata via nel giro di pochi anni.
La famiglia Singer a Leoncin, interessanti ritratti dei genitori e dei pensieri del giovane Israel fino ai primissimi anni di vita di Isaac (1902). Un po' complessa la descrizione dei riti religiosi, tutt'uno con la vita quotidiana
È un Singer -> scritto magistralmente. Tanti aneddoti sulla sua vita da ragazzino, forse un po’ pesantino visto che non succede quasi nulla. Consigliato agli appassionati della storia ebraica polacca del periodo, altrimenti c’è di meglio da leggere di questo autore.
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Testigo de primera mano sobre la vida de los judíos tradicionales a primeros de siglo XX en Europa del este. Recomendable para conocer mejor ese mundo.