Lidia Yuknavitch is the author of the National Bestselling novels The Book of Joan and The Small Backs of Children, winner of the 2016 Oregon Book Award's Ken Kesey Award for Fiction as well as the Reader's Choice Award, and the novel Dora: A Headcase, Her widely acclaimed memoir The Chronology of Water was a finalist for a PEN Center USA award for creative nonfiction and winner of a PNBA Award and the Oregon Book Award Reader's Choice. Her nonfiction book based on her TED Talk, The Misfit's Manifesto, is forthcoming from TED Books.
She founded the workshop series Corporeal Writing in Portland Oregon, where she teaches both in person and online. She received her doctorate in Literature from the University of Oregon. She lives in Oregon with her husband Andy Mingo and their renaissance man son, Miles. She is a very good swimmer.
Lidia Yuknavitch torna in libreria con “Leggere le onde”, un memoir potente, intimo e radicale, in cui la scrittrice torna a interrogare il proprio passato con la stessa intensità che aveva caratterizzato “Cronologia dell’acqua”.
Qui però la prospettiva si fa ancora più matura: non si tratta più soltanto di raccontare il trauma, ma di rileggerlo, di capire come la narrazione possa trasformare ciò che ci ha ferito.
Il libro attraversa gli abusi subiti dal padre, la relazione complessa con la madre disabile, la perdita di un figlio, la sessualità vissuta come ricerca e come frattura. Ma ciò che colpisce non è la crudezza degli eventi, bensì la lente letteraria con cui Yuknavitch li osserva: la convinzione che i corpi siano portatori di esperienze e che la scrittura possa sciogliere i nodi del dolore.
Ogni pagina è un movimento di marea: avanza, si ritrae, ritorna più forte. Il mare, infatti, non è solo metafora: è il ritmo stesso del libro, la sua grammatica emotiva.
Lidia Yuknavitch mostra come la memoria non sia un archivio immobile, ma un organismo vivo che può essere riscritto. E in questo gesto di riscrittura c’è la possibilità di una rinascita: non una guarigione totale, ma un nuovo modo di abitare le proprie ferite.
E come le onde del mare, questo libro non consola, ma libera; non chiude, ma apre; non dimentica, ma trasforma.
È possibile accantonare il dolore per cercare di andare avanti ? È questo uno dei tanti interrogativi che Lidia Yuknavitch, autrice del memoir “Leggere le onde” si domanda fin dalla prefazione, perché l’unico modo per ricostruire se stessa dalle macerie è proprio quello di lasciar andare il dolore ricevuto. Lidia è ormai una donna adulta, che vive una vita relativamente tranquilla. Ha un marito, un figlio. Ma vive la vita quotidiana con la fragilità di un cristallo che può rompersi da un momento all’altro.
Quanto lavoro ha compiuto su se stessa per convivere con i ricordi dolorosi della sua esistenza ? Abusata dal padre, da sempre schiacciata tra la morte e l’innato senso di sopravvivenza che l’ha animata, ha vissuto una giovinezza turbolenta quasi a silenziare il rumore del troppo dolore.
L’acqua e il silenzio sono diventati il suo rifugio, quasi a costruirsi e rintanarsi in una placenta emotiva a difesa della vita.
Sa, comprende, che l’unico modo per poter andare avanti e lasciare il peso dei traumi.
“Ci sono corpi in me che ho dovuto deporre, smettere di portare.”
“ A un certo punto dobbiamo comprendere che non siamo costretti a portare una storia che è insopportabile.”
E consapevolmente fa proprio questo. Li abbandona e va avanti.
Ma è qui che nasce un ulteriore interrogativo: il corpo ha memoria? Perché a volte basta una sfumatura, un odore, un colore, per ritrovarsi di nuovo immersa in quello stesso dolore che ha abbandonato. Perché il dolore è un segugio, sa come cercarti e come trovarti. Sempre.
Il libro è un viaggio in cui la ricostruzione e la rivisitazione della propria giovinezza rappresentano l’unica via per l’accettazione. Accettare che nulla può essere cambiato, neanche l’amore di una madre che non riesce a difendere se stessa da un marito violento e prevaricatore e la figlia dagli abusi paterni.
Forse alla fine basta dirsi la verità, per quanto dura questa possa essere.
“Devin si innamorò di molte altre donne mentre eravamo sposati. Doroty non mi salvò dagli abusi di mio padre. Non potevo salvare mia madre. Non potevo salvare mia figlia. Non potevo salvare Devin. “
Amo amo amo. La scrittura, il linguaggio, la sinuosità di ogni parola e come si mischiano ed annodano in maniera perfetta. Lidia Yuknavitch smonta il dolore della vita e lo ricrea, lo amalgama a tutte le altre emozioni ma soprattutto ai luoghi, agli animali, alle parti di vita sommerse, ai diversi punti di vista, sposta il centro delle narrazioni e quel che si pensava fosse lineare in realtà appare nella sua forma primordiale: fluido, proteiforme, potente in ogni frammento.