Andrea è un artista singolare, nelle sue opere reinterpreta i classici dell'arte – come il San Sebastiano di Mattia Preti – attraverso un raffinatissimo montaggio di fotografie d'insetti: ne possiede a migliaia, coleotteri, lepidotteri, esapodi di ogni specie, conservati in speciali teche o ritratti in uno sterminato archivio iconografico. Ma il perfetto ordine con cui cataloga e impiega i suoi insetti come fossero coloratissimi tocchi di pennello, non basta; Andrea è inseguito da un bisogno di fine, che non lo abbandona soprattutto dopo che Mike, il suo ultimo amore, è scomparso improvvisamente. Andrea non sa più se avrà forza per amare ancora, vorrebbe cancellare la propria memoria sentimentale, è stanco. E si dà un anno di tempo: sfida la vita a mostrargli qualcosa per cui valga la pena restare al mondo. Con una lucida disperazione mascherata da cinismo, Andrea si immerge nel frenetico universo gay di Milano. Tra palestre, cruising bar e chat, affastella corpi su corpi. Tutti gli amanti di Andrea – che pare collezionare specie rare di uomini come colleziona insetti – soddisfano un bisogno estetico, ma non riempiono il suo vuoto, non riescono a radicarlo a qualcosa. Nemmeno gli affetti più cari sono in grado di distrarlo: il Balena, che fa del sesso una forma d'arte, e Becca che ci rinuncia deliberatamente, incapace di sostituire l'immagine della compagna Lele che, dopo quindici anni, l'ha lasciata per un'altra. Anche suo padre Armando è una figura distante: il lavoro di ambasciatore l'ha sempre portato lontano, i rapporti tra di loro rasentano la formalità. Ma il giorno del suo compleanno, proprio da Armando, Andrea riceve in dono il diario di sua madre Jules, scomparsa quando lui aveva appena sedici anni durante una vacanza insieme a Maiorca. Con la voce di Jules inizia a ricomporsi un dialogo struggente e più che mai necessario, e capace di riportare alla luce segreti sepolti...
Mah. Dunque, non voglio spingermi a dire che mi abbia fatto schifo, perché sarebbe una falsità, ma di certo non è un romanzo riuscito, anzi, colpisce per l'approssimazione con la quale è scritto, con l'intenzione di scrivere - immagino, anzi, mi auguro - un buon romanzo introspettivo sulla morte, sul desiderio della morte, anche sull'amore e sulla depressione, insomma, su temi molto interessanti, ma che l'anima cinica, direi quasi nichilista del romanzo fa letteralmente a pezzi.
Intendiamoci: non ho nulla contro le morali negative. Se un romanzo vuole concludersi dicendomi che il mondo fa schifo, non abbiamo speranza e le nostre vite non sono che bruscolini che si perdono nelle sabbie del tempo, va benissimo, non è un problema, il problema semmai è che mi pare che Uomini e insetti non riesca ad avere un'opinione precisa neanche in quel senso. Quando scrivi un libro così netto, tutto bianco e nero, lasciare un finale così sospeso può essere, suppongo, una dichiarazione ideologica, ma di sicuro è una dichiarazione ideologica fumosa.
Per lunghi tratti durante la lettura mi è sembrato di parlare, sapete con chi?, con uno di quei tizi che hanno opinioni nettissime su tutto, ma poi non sanno motivarle. "LA POLITIKA MI FA SKIFO", e quando chiedi perché ti rispondono "SN TT LADRY", che in realtà non è una motivazione, ma un'ulteriore opinione, che sposta il senso del discorso dalla politica ai politici, un dettaglio che può sembrare irrilevante, ma a livello dialettico non lo è affatto. E non voglio fare un torto a Milazzo, ma il suo romanzo mi ha dato la stessa impressione. Parliamo di suicidio, "il suicidio è l'unica via!", sì, ma perché? "Perché l'amore non esiste." Spostare sull'amore o sull'assenza dello stesso un discorso sul suicidio è abbastanza paraculo, ma oltre questo dimostra proprio chiaramente l'assenza di una vera opinione sul suicidio in sé, perché per motivarlo devi passare per qualcos'altro, che con l'argomento in sé non ha niente a che fare.
Ma mi rendo conto che queste sono riflessioni che con la riuscita vera e propria del libro hanno poco a che fare (sto spostando la discussione su altri argomenti anch'io!), e quindi adesso, siccome non voglio fare il grillino di Facebook, riporto la conversazione al suo fulcro. Il romanzo non è riuscito. Perché? Per questi motivi:
1) Il mondo omosessuale milanese è dipinto con una superficialità raccapricciante. Sono tutti modelli, o palestrati, o personal trainer, o cubisti, o gente che vuole fare la comparsata in tv, andare al GF, diventare famosa. Vite di facciata che cominciano e si concludono sul loro aspetto esteriore. Se è una presa di posizione, è una presa di posizione del cazzo. Se è un caso, non ne capisco il senso. Forse che a Milano esistono solo modelli gay? Non esistono avvocati gay, scrittori gay, baristi gay, salumieri gay? Va bene. In aggiunta a questo, anche Milano stessa come entità contenitiva delle vicende è descritta con una superficialità che lascia un po' il tempo che trova. La città fredda e snob, dove a nessuno frega di nessun altro. La Milano del Nord alla quale anni e anni di pregiudizi ci hanno abituato. E' un discorso, quello sulla freddezza di Milano, che ha già stancato. Io, per lo meno, ne sono un po' stufa.
2) Più volte nel corso del romanzo si ha l'impressione che le peripezie erotiche del protagonista, Andrea, siano espressioni di wish fulfillment. Viene detto all'inizio che Andrea non è una persona particolarmente attraente, che non si cura particolarmente del suo corpo. Inoltre, ha una personalità molto scostante, ed è un buco nero di depressione di considerevoli proporzioni. Eppure chiunque intorno a lui vuole portarselo a letto. E quando dico chiunque, intendo chiunque. Fate una lista di stereotipi: il migliore amico d'infanzia, il figlioletto dell'amica, il cubista col sogno della danza spezzato da un incidente, il boxeur masochista, pensate ad una macchietta, una qualsiasi, Andrea se la porta a letto. Se li porta a letto tutti. C'è un limite oltre il quale il romanzo che stai scrivendo si trasforma nella tessera punti della Coop per portarsi a casa il servizio di piatti. Quel limite qui si passa.
3) La narrazione ha due problemi grossissimi, uno dei quali è il climax. Il climax che letteralmente non esiste. Forse anche a causa del continuo susseguirsi di rapporti sessuali, tutti piccoli climax a loro volta, non esiste un momento in cui la vicenda esplode, il momento in cui pensi: ecco, da qui parte la strada che mi porterà alla fine. E' come guardare un elettrocardiogramma regolare. Piccoli picchi, nella norma. Epperò uno si annoia, comincia a desiderare un infarto, o quantomeno una fibrillazione, una qualunque piccola aritmia. E invece. Il secondo problema, che peraltro secondo me è connesso al primo, è che tutta la parte emotiva della narrazione è spostata su una roba che non funziona. Andrea entra in possesso del diario della madre, morta suicida e che tutti dicono fosse pazza, e attraverso la lettura di questo diario... non si capisce bene cosa faccia. Non entra particolarmente in contatto con la madre. Non lo aiuta a venire a capo dei suoi problemi emotivi. E' tutto affrontato con un distacco tale che non c'è spazio alcuno per l'emotività. Ogni volta che sulla pagina spuntava il corsivo che annunciava la trascrizione di una pagina del diario di Jules, la madre, mi calava il sonno. C'è un tentativo sul finale di dare pepe alla vicenda, ma è tardivo e francamente non ne ho capito il senso (non c'erano abbastanza gay nella storia? Anche il padre di Andrea doveva essere smascherato come gay represso innamorato dell'amante della moglie? E questo che peso ha, poi, su Andrea? Boh, mistero). Resto perplessa. A livello di gestione narrativa, secondo me si poteva fare molto meglio.
4) I personaggi, al netto di Andrea, sul quale l'autore ha fatto un buon lavoro introspettivo, e - sorprendentemente! - di Becca, migliore amica lesbica dello stesso Andrea, le cui vicende sono descritte con un certo rispetto e che causano anche un certo interesse, anche se poi vengono un po' lasciate lì a metà per concentrarsi su cose che invece potevano benissimo essere tagliate fuori, sono tutti appena abbozzati, non escono mai dal blocco di marmo sopra il quale ogni tanto Milazzo scalpella per farne emergere un dettaglio. Mi ha dato particolarmente fastidio la figura di Jules, della cui pazzia siamo informati solo perché tutti i personaggi a rotazione non fanno che ripetere che era pazza. Ma quando si va nel concreto, quando ci si chiede in cosa consistesse la pazzia di Jules, il padre di Andrea riesce solo a dire che "diceva cose strane e originali, però erano affascinanti, a tutti piaceva ascoltare quelle sue riflessioni". Boh? Ah, e anche che poi si è suicidata. Deve essere stata pazza, dunque, okay. Inoltre, Milazzo, non ti perdonerò mai per Pim. Pim è il figlio di un'amica di Andrea. Un ragazzino in piena adolescenza con il quale Andrea intreccia una relazione che, per il modo in cui è descritta, il lettore è portato a vedere come l'unica parentesi di onestà, di purezza, quasi di dolcezza, direi, in mezzo al pantano di squallore che sono le relazioni sentimentali in tutto il resto del romanzo. Poteva, doveva essere una relazione sulla quale puntare molto di più, a livello narrativo, invece di farla scivolare sullo sfondo senza scossoni né colpi di coda, soppiantata da altre relazioni, intense e interessanti neanche la metà (tipo quella col migliore amico d'infanzia, che io veramente boh, cioè, non ci vediamo per vent'anni, torni in Italia dall'Australia, ti ospito una settimana e a una certa te ne esci dal nulla che mi hai sempre amato e desiderato e sei tornato apposta per farti possedere da me? Va be').
5) Va be': Milazzo ha uno stile interessante, alcune espressioni mi hanno molto colpito ("sono giorni di pietra" me la porterò dietro per un po'), ma quasi tutti i dialoghi sono surreali, completamente implausibili, e badate, io non sono fra quelle che pretende a tutti costi i dialoghi-verità, che i personaggi dei romanzi devono parlare esattamente come parlerebbero le persone per strada, ma deve esserci un limite all'assurdità dei dialoghi che imbastisci, e io tiro quella linea di fronte a un personaggio che pronuncia la frase "vivo in mezzo a foglie d'acero incendiate da un autunno circumpolare".
Come dicevo più sopra, non l'ho odiato, non mi ha fatto schifo, si legge senza difficoltà, qualcosa che ti trascina lungo la lettura c'è, Andrea è un personaggio particolare, la sua freddezza e il suo distacco mi sono piaciuti, Pim mi è piaciuto tantissimo, alcune parti della storia fra Becca e Lele (sua compagna storica) anche, ci sono, disseminate lungo la narrazione, piccole punte di bellezza, ma non sono sufficienti a rendere Uomini e insetti un romanzo riuscito. E' un abbozzo di qualcosa che avrebbe potuto essere qualcos'altro, che avrebbe potuto essere molto più interessante da leggere, e che avrei portato con me più a lungo. E invece. Peccato.
This entire review has been hidden because of spoilers.