La filosofia analitica tende a considerarsi impegnata solo in questioni eterne; un'impresa intellettuale sottratta al divenire storico che vuole affrontare i propri interrogativi da una prospettiva assoluta. Christoph Schuringa ci mostra, attraverso gli strumenti della critica dell'ideologia, che forse le cose non sono sempre state cosí. Le origini della filosofia analitica risiedono infatti in una serie di movimenti plasmati da specifiche forze sociali, ed è solo dopo gli anni del maccartismo che è stata svuotata del suo potenziale politico, per diventare uno dei mezzi culturali di cui si è servito il liberalismo per imporre la propria egemonia.
«Christoph Schuringa riesce nell' pur avendo ben chiara in testa un'interpretazione - la filosofia analitica non è politicamente neutrale, e affonda le sue radici nel liberalismo capitalista e nella sua lotta alle forze di sinistra - è in grado di costruire un racconto storico estremamente complesso e dettagliato. Un libro che non si riesce a smettere di leggere, ma non è un cliché, davvero fa questo effetto sui suoi lettori».
Slavoj Zizek
«Una storia ricca, dettagliata e appassionante di una tradizione che, sotto la pressione dell'era McCarthy e della guerra fredda, è diventata impolitica».
«Frankfurter Allgemeine Zeitung»
«Questo libro è un saggio di storia sociale della filosofia. Ha lo scopo di gettare luce su idee, argomentazioni, dibattiti e istituzioni filosofiche, anziché limitarsi a considerarli come il risultato di un'attività che si presume comprensibile a prescindere dai suoi prodotti. Tentare di capire a cosa mirino i filosofi senza sforzarsi di comprendere ciò che sostengono - e di coglierne la forza -, renderebbe la loro attività del tutto inintelligibile. L'approccio qui adottato si distingue dunque da quello della sociologia della conoscenza, perlomeno se questa viene intesa, come spesso è avvenuto, quale studio della "produzione" del sapere in termini "naturalistici". Il mio approccio non mette il "sapere" tra virgolette, come tali discipline si sentono spesso in dovere di fare, trattando ogni pretesa di conoscenza come puramente ipotetica. Lungi, dunque, dal cercare di "dissolvere" la filosofia attraverso i fattori sociali, ciò a cui questo lavoro tenta di contribuire è una sua spiegazione sociale. Gran parte del libro si colloca esplicitamente nel solco della critica dell'ideologia di matrice marxista. A questa tradizione è stata spesso rivolta l'accusa di attribuire un potere esplicativo sproporzionato all'ideologia, e alle condizioni materiali da cui essa sarebbe prodotta. E questo può anche essere vero, laddove la critica dell'ideologia assume la forma piuttosto rozza di chi cerca di far corrispondere le idee a schemi predefiniti (per esempio, ricondurre le oscillazioni tra idealismo e realismo nella storia della filosofia a modelli monolitici di interessi di classe). Nessuno, però, è un mero portavoce di interessi di classe - nemmeno i filosofi. Una critica dell'ideologia meno rozza riconosce invece che nessuno è esente dal lasciare che gli interessi di classe parlino attraverso di lui, in ciò che fa e che dice. Una volta compreso questo, la critica dell'ideologia si rivela piú potente, e non meno, di quanto si immagini».
Modifico il voto e la recensione perché dopo aver letto questa recensione che analizza passo passo le tesi di Schuringa posso affermare che il libro è, come direbbe lo stesso Cohen sulle tesi di Althusser, pieno di stronzate:
Mi confesso: Visto che ormai delle recensioni me ne frega poco, ho deciso di usare questo spazio per appendere i miei pensieri. Questa era una cosa forse già ovvia, ma è sempre meglio "esplicitare" ed essere "chiari" (come vuole l'ideologia analitica).
Allora, a me la parola "analisi" e i suoi derivati hanno sempre fatto paura: l'analisi grammaticale, per come viene insegnata, mi ha sempre distrutto; l'analisi matematica, "vorrei ma non posso"; la psicologia analitica è una delle più grandi puttanate che io abbia mai sentito; in geometria analitica alle superiori ero bravino; la chimica analitica è l'ultimo esame del mio amico André; e la psicanalisi, "dovrei ma non posso". Insomma, a seconda dell'ambito apprezzo o meno.
In filosofia ci sono arrivato grazie a quello scoppiato di Wittgenstein in quarta superiore. Da lì ho scoperto (grazie al Doc Palma) Frege, che mi sembra uno serio (infatti non parlava di filosofia), e a seguire tutta la trafila di Putnam, Kripke, Quine, Tarski, ecc. Non nego che è anche uno dei motivi per cui ho scelto di fare filosofia e di farla a Genova, scelta in parte non del tutto rimpianta.
Questa corrente mi sembrava il prosieguo più naturale dell'opera gnoseologica di Kant e si andava a unire anche all'epistemologia, forse il mio primo grande amore filosofico, perché dava un senso allo studio delle scienze naturali e della logica. Trovavo i concetti espressi dagli autori affascinanti e complessi (ancora oggi mi piace tornare a rileggere Frege, Wittgenstein, ecc., per provare a capirci qualcosa che prima mi era sfuggito) e la cosa che ho adorato è il tentativo di rendere la filosofia chiara nel linguaggio e nelle argomentazioni.
Sono passati tre anni e credo che ormai questa corrente, per me, sia un po' scemata. Non per il libro di Schuringa che, vabbè, mischia robe molto interessanti a paranoie per me idiote. Ci sono alcuni passaggi, come quello sul comportamentismo e marginalismo che sarebbero i due grandi gemelli e aiutanti della filosofia analitica perché tutti e tre riducono i concetti ad atomi, che trovo una cazzata enorme: sono tre correnti diverse e spesso con autori in contraddizione tra loro. Questo libro dice sì cose interessanti, ma lo fa più con la paura di difendere una cattedra contestata in uno scontro accademico idiota. Io, con tutta la franchezza del mondo, ho le memorie RAM piene di queste cazzate.
Personalmente credo, come scienziato o persona che cerca di produrre conoscenza valida, che siano più interessanti le domande che uno si pone rispetto alla corrente/paradigma di provenienza. Ti interessa la cognizione e il linguaggio? Ottimo: allora studiati Linguistica, Psicologia Cognitiva, Neuroscienze, Glottologia, Logica, Filosofia del linguaggio, Antropologia, Informatica e un po' di Biologia, e forse inizierai a capirci qualcosa. Tutti abbiamo i nostri pregiudizi e siamo schiavi delle passioni: bisogna ammetterlo, e questo non è facile.
Ma adesso passiamo a un'analisi più specifica del libro:
Vediamo una serie di passaggi dove vengono fatte altrettante affermazioni sulla filosofia analitica e sui suoi protagonisti:
Russell, Wittgenstein e Moore erano ricchi! (Secondo capitolo). Ottima informazione per un libro che vuole costruire la storia sociale, ma che influenza ha questo sulla filosofia analitica? La maggior parte degli scienziati dello stesso periodo proveniva da famiglie borghesi/nobili: I. Cantacuzino e M. Ciucă (due epidemiologi rumeni, per citarne di meno noti).
Sempre nel secondo capitolo c'è, cosa peculiare per un filosofo, una critica ai filosofi (in particolare Moore) che vogliono dei concetti definiti in maniera chiara. È così strano?
Marginalismo, comportamentismo e filosofia analitica sarebbero accomunate dallo stesso meccanismo dello "scomporre" ai minimi termini (pag. 14, nessuna fonte e nessuna spiegazione). Sembra essere un dato di fatto.
"Ciascun soggetto liberale recita la propria parte nel giudicare cosa sia lecito affermare sulla base di fatti pubblicamente accessibili ed empiricamente verificabili" (pag. 16, nessuna fonte). E soprattutto, non dovrebbe essere così? Dovremmo giudicare l'affidabilità delle affermazioni su cosa?
Russell contro Bergson (pag. 57, nessuna fonte). Russell odiava Bergson perché ebreo e perché aveva più donne di lui (fonte??????).
Wittgenstein reazionario politicamente (pag. 62-63, nessuna fonte). Probabilmente la fonte è Il dovere del genio (cosa che so perché ho avuto la fortuna di leggerlo), ma anche lì la vicenda è molto più complessa rispetto a come la mette Schuringa. Ma poi perché quando gli capita di usare le note usa solo bibliografia secondaria? (Monk).
Fisicalismo rozzo moderno (pag. 86, nessuna fonte). A quale fisicalismo si riferisce, quello riduzionista o quello non riduzionista / eliminativista?
La parte centrale, "La costruzione della filosofia analitica", parla dell'ascesa della filosofia analitica negli USA post Seconda Guerra Mondiale. C'è qualche collegamento tra l'essere anticomunisti e l'essere analitici? Non mi sembra: infatti il capitolo è un enorme racconto della situazione accademica post Seconda Guerra Mondiale, schifosa certo, ma che legame intercorre tra questo e il metodo analitico? Che poi anche questo metodo, existe veramente? Cioè, da quando provare a scrivere chiaramente è diventato "analitico"?
Questo libro non ha note, parla di una serie di frasi ed episodi curiosi della vita della filosofia analitica, ma è storicamente irrilevante. Il problema non sono le conclusioni, ma il fatto che non sono riportate le fonti (a parte Wikipedia, fonte letteralmente citata nel libro all'inizio del sesto capitolo) da cui queste conclusioni vengono tratte. Questo è un libro fatto solo per chi, in un modo o nell'altro, pensava già queste cose sulla filosofia analitica perché ne condivideva già le conclusioni. Non c'è nemmeno una ricostruzione storica e/o sociale, ma solo dei fatterelli della vita dei filosofi.