Un’antica leggenda del Mendrisiotto narra di un non meglio precisato mago – padrone di un castello in una zona solitaria alle pendici del Monte San Giorgio (Cantone) – che con l’aiuto delle sue guardie rapisce giovani e povere ragazze nella pianura tra Mendrisio e Rancate. I vecchi raccontano di una grotta situata nel bosco dove le fanciulle venivano rinchiuse e rese vittime di un misterioso gioco magico. La grotta effettivamente esiste, l’autore l'ha visitata e fotografata un paio di volte. Dietro questa storia lugubre alcuni storici del Mendrisiotto hanno creduto di ravvisare un fondo di verità: Nel 1603 un nobile del Ducato di Milano viene messo al bando per vari orribili reati e trova esilio, con i suoi sgherri, in un palazzotto di campagna tra Rancate e Riva san Vitale. Il palazzo esiste ancora e la gente del posto lo chiama il castello del mago di Cantone. Il romanzo fa rivivere l’ambiente sociale, religioso e popolare dei baliaggi svizzeri a Sud delle Alpi e del Ducato di Milano nella prima metà del Seicento. L’autore costruisce una vicenda incentrata su un gruppo di personaggi in parte inventati e in parte tratti dai documenti dell’epoca. In questo scenario si inserisce una grandiosa quanto ardita caccia all’uomo – disseminata di clamorosi errori giudiziari – che si intreccia con storie d’amore, omicidi, briganti, nobili e villani.
Oggi voglio parlare di un romanzo che mi ha coinvolta come pochi altri, intitolato IL LADRO DI RAGAZZE di Carlo Silini e pubblicato da Gabriele Capelli Editore. Qui di seguito la trama che ho sintetizzato per voi, ovviamente priva di spoiler.
Mentre tra le lacrime Maddalena invoca il coraggio di non dimenticare i tragici fatti di sangue accaduti ventisette anni prima, una statua sfila tra la folla portata dai membri della Confraternita dell’Addolorata il giorno del Venerdì Santo. Si tratta della Vergine delle sette spade, ultima traccia materiale di un’inconcepibile vicenda della quale il mondo aveva occultato la memoria con desolante rapidità.
IL LADRO DI RAGAZZE è ambientato nel 1631 e comincia in primavera con la presentazione del personaggio di Tonio, giovane piacente e un po’ stralunato, detto il fulmine: è il servo preferito di Gorino, un uomo di mondo e di ruvido intuito che lo tratta come un figlio; il suo lavoro è quello di essere gli occhi e le orecchie di Gorino a Mendrisio, Balerna e a Riva San Vitale. Tonio è intimamente convinto che non si sposerà mai e cerca dunque di sfruttare al meglio la sua condizione di uomo libero. Un giorno però, incontra Maddalena detta Lena, che conosce fin da bambina, di una bellezza poco appariscente schiva, mimetica, sfuggente, e si sente trafitto da un amore irrimediabile: “per una così potrei uccidere, considerò scivolando nel sonno. Non poteva immaginarlo, era una profezia”.
Intanto, intorno alla pianura tra Mendrisio e Capolago, da mesi si discute sotto voce di rapimenti selvaggi ai danni di figlie del popolo, opera di un oscuro negromante, il Mago di Cantone e dei suoi quattro uomini. Gorino si lambicca su questa diceria tanto insistente quanto inquietante e chiede al fedele Tonio di indagare su dove siano finite queste ragazze. Quando Lena svanisce nel nulla, la situazione precipita…
IL LADRO DI RAGAZZE è un romanzo considerevole, scritto con grande padronanza. Fin dalle prime pagine mi ha rapita con una storia davvero coinvolgente, a partire dall’ambientazione storica: i baliaggi svizzeri a sud delle Alpi e del Ducato di Milano nella prima metà del Seicento, resi suggestivi dalla bravura dell’autore nel rappresentare con competenza e fedeltà, le atmosfere, i contesti sociali, religiosi e popolari del periodo fin nelle minuzie. Nonostante la mole importante del libro, la lettura è talmente soddisfacente e scorrevole che non se ne sente il peso, anzi, non vedevo l’ora di avere un attimo di libertà per rituffarmi tra le pagine e vedere come andava a finire. Gli ingredienti per una ricetta ben riuscita ci sono proprio tutti: scrittura dinamica, fluida e disinvolta, contesti resi perfettamente, personaggi interessanti, complotti, una storia d’amore amore e infine un bel mistero, reso ancor più denso, dall’atmosfera che lo avviluppa.
Ho apprezzato molto il personaggio di Tonio, che inizialmente mi era sembrato un tantino infido. Man mano che la lettura procede, invece, si dimostra ingenuo ma rapido a comprendere le cose, scaltro e con grande capacità di adattamento. Inoltre ho apprezzato la sua costanza nel tentare di ritrovare Lena, la cui assenza vive come un’amputazione: anche a distanza di mesi dalla sua scomparsa, si trascina qua e là alla ricerca di indizi e di idee. La sua ostinazione diventa ancor più tenace quando si ritrova perso negli abissi del male: da semplice e innocente spettatore balza in prima fila nell’opera del demonio, anche lui a declamare la sua parte…
Ho avuto modo di riflettere, come molte altre volte quando si parla di questi periodi storici,IL LADRO DI RAGAZZE sulla condizione delle donne, alle quali non si perdonava il possesso di bellezza e libertà. Emblematico un episodio raccontato attraverso una reminiscenza di Barbara De Buziis, la quale torna con la memoria ad un momento drammatico vissuto quando, trascinata dai suoi fratelli, è costretta ad assistere all’esecuzione di una donna tacciata di essere una strega: l’atrocità alla quale è stata sottoposta la povera accusata soprattutto perché continuava a proclamarsi innocente, è impensabile e orribile! Non svelo di più. Del resto l’epoca in questione è ricca di episodi di giustizia sommaria e crudeltà.
L’autore ha una scrittura matura, competente, e ricca di stile. La tipologia di romanzo mi ha riportato alla mente Ken Follett che adoro, e fa dell’attenzione ai dettagli, che si rispecchiano sopratutto nell’uso di un linguaggio aderente alla realtà dell’epoca, il suo punto di forza.
Il finale, appagante, segna la giusta ed attesa resa dei conti.
Potrei scrivere ad oltranza su questa lettura, ma mi fermo qui. Se amate i romanzi scritti bene, con belle e fedeli ambientazioni storiche, vendette atroci dove la rassicurante voce della pietà viene messa a tacere senza nessuna titubanza, amabili da leggere, coinvolgenti e avventurosi, questa storia fa per voi. Consigliatissima!
Il romanzo inizia molto bene, come si vede dall’ultima frase del primo capitolo riprende e rilancia la suspense costruita dal prologo, che efficacemente preannuncia una vicenda torbida, ma calandola già nel cronotopo del mendrisiotto secentesco, sia per i luoghi e per i nomi, che per l’immaginario religioso declinato localmente. Oppure dalla bella trovata del controcanto della ricerca lessicale di Crapanegra (cap. 2) per il ripescaggio di un cadavere da un pozzo, che ci lascia già intuire come i pensieri dei personaggi siano usati da Silini come un altro registro, che più che aggiungere informazioni (dato che quelle le dà già il narratore onnisciente) aggiungono colore, conferendo corpo e spessore ai personaggi e al loro carattere. O ancora dalla precisione delle formule di congiura di spiriti e demoni (facenti leva sull’autorità di Dio e delle sue forme) o dalla richiesta di apparire in forma gradevole, … molto vicine a quelle da me riscontrate nel mio dottorato e che di nuovo sono efficacissime a creare il realismo della scena. La narrazione è molto rapida, tanto che prima della metà del libro (nelle prime due parti) quella che sembra la trama principale è già praticamente conclusa, ma senza che rimanga superficiale: i dettagli sono abbondanti, c’è il giusto approfondimento psicologico, gli eventi sono sviluppati con il respiro necessario, ma tutto ciò che non è strettamente propedeutico alla narrazione è evitato. Molto interessante è anche il trattamento della cultura religiosa, sia nella sua perversione negromantica (e i grimori sono scritti prevalentemente da chierici)), sia nella sua declinazione popolare e, spesso, poco devota, dal Roncola al Tonio, passando per le orsoline, si vede come essa sia la fonte primaria dell’immaginario collettivo, per quanto poi appunto dell’immaginario collettivo, per quanto poi appunto adattata a situazioni più profane e contingenti. Però già dall’ottavo capitolo cominciano a emergere i nei (come il termine milionari in bocca a un brigante del ’600, assolutamente irrealistico o il continuare a usare frasi di anticipazione (cfr. cap. 38) che essendosi addentrati nel romanzo non accrescono più la suspense, ma sono un po’ facili e fastidiose). Altro neo, di natura linguistica, è l’assenza quasi totale del dialetto, che sarebbe stato uno dei colori utili per la tavolozza locale. Certo, c’è sempre il rischio di un mimetismo facile, decorativo, ma se amministrato con sapienza, il dialetto avrebbe reso più vero e vivo il mondo contadino della storia, rendendo possibili anche il gioco di registri nel passaggio tra mondo/personaggi contadini e quello/quelli nobili, come rinuncia è quindi un peccato. In parte il taglio orale e informale del linguaggio compensa, ma anche qui lo stile è poco spinto, poco coraggioso, e si accontenta di una screziatura discreta, che sicuramente rende la lettura più facile, accessibile e scorrevole, ma toglie un po’ di realismo a tutta la vicenda. In più, il registro dei personaggi più umili, in teoria non scolarizzati, è a tratti troppo elevato e formalmente corretto (ad esempio pronunciano parole come micro e incommensurabile. Alla fine della terza parte è ormai evidente che, pur essendo un romanzo storico, è costruito come un romanzo di finzione per la quantità elevata di coincidenze fortuite e colpi di scena (il maggiore dei quali, in questo caso molto riuscito, rilancia il romanzo alla fine della seconda parte, quando sembrava concluso), quantità che non amo già nei romanzi classici, perché mi suona sempre come una forzatura, un piegare la trama per ottenere effetti più intensi tramite scorciatoie e a discapito della verosimiglianza (a meno di non essere controbilanciata dall’ironia); ma che mi sembra ancora più incongrua in uno storico, perché difficilmente nella realtà possono susseguirsi così tante coincidenze e incastri al secondo. Si aggiunge un ulteriore stratagemma, quello dei sogni, un po’ abusato e che sembra l’ennesima scorciatoia per rilanciare la suspense, in una fase di leggera stanca narrativa: prima Tonio sul rapimento di Lena, poi Maddalena sulla madre, la nonna e il nonna e infine quello di Mariuccia sulla nipote in pericolo; decisamente è un escamotage narrativo, già di per sé ben poco originale, usato una volta di troppo. E poi, quest’ultimo, così attaccato all’ennesima improbabile coincidenza, del brigante di Mendrisio, risalta ancora di più. Insomma, il romanzo parte bene, ma poi i difetti elencati diventano sempre più importanti, acquisendo sempre più spazio e impatto sulla trama, con la parte finale che diventa davvero esagerata, sia nell’incalzare dei colpi di scena (tra cui, stavolta, il principale, tra Badile e il Mago, assolutamente ovvio e prevedibile), sia nell’evoluzione dei personaggi, dove lampante è la condotta assolutamente improbabile di Maddalena nipote, e della trama, piegata verso gli effetti più facili e spettacolari, ma con così poca verosimiglianza da risultare stucchevole e così prevedibile e allungata da finire per annoiare. Quando poi si vede quanto sono esigue le fonti storiche, rispetto alla trama, è ancora più palese quanto questo romanzo sia molto più di finzione (di avventura) che storico. Si salva, nella parte finale, il capitolo 110, proprio ben riuscito e al contempo preoccupante, perché la retorica misogina del Mago, assolutamente verosimile per l’epoca, è esattamente la medesima (tolto in parte l’aspetto religioso) di quella attuale. In altre parole, il patriarcato non si è innovato nella sua retorica di repressione e utilizza/crede negli stessi argomenti, logicamente convincenti come un sillogismo fallace, perché parte dalla proposizione fallace che l’uomo è superiore alla donna.
All in all a good historical novel, with interesting twists and turns, taking place in the 1600's between Mendrisio and Northern Italy.
It did drag on at certain points, however, and could probably have been around 100 pages shorter (there were some tangents and meanderings that didn't seem to add anything to the story).
3 stars, but since it's so difficult to find historical novels taking place in Ticino, I'm bringing it back up to 4 stars.