Tokyo è un palcoscenico di vetro satinato, in cui le vite di sei personaggi si intrecciano e si feriscono tra silenzi, menzogne e tradimenti. Yui, traduttrice dall'eleganza distaccata, vive una relazione clandestina con Eito, uno chef che trasforma il cibo in un rito sensuale e anestetizzante. La loro relazione è una bolla alimentata da vini francesi e sashimi, fumose bancarelle di ramen e ricordi parigini. Attorno, ruotano i frammenti di altre esistenze: Eimi, pasticciera consumata dal rancore e da una quotidianità soffocante; Eri, la sorella minore di Yui, trascinata in una deriva di insonnia e legami tossici; Manami, intrappolata in una relazione violenta; e Kei, marito di Yui e scrittore in crisi, incapace di arrestare il collasso del proprio matrimonio. Mentre navigano tra i labirinti delle aspettative e dell'ipocrisia, un evento improvviso squarcia la facciata della "normalità", rivelando che l'atarassia evocata dal titolo di questa narrazione polifonica non è la pace degli antichi filosofi, ma la paralisi che precede l'urlo. Il momento esatto in cui l'inchiostro sta per traboccare dal calamaio, minacciando di macchiare per sempre la superficie pulita delle convenzioni sociali. Abbandonate le strade turbolente della giovinezza per gli algidi interni borghesi, Kanehara Hitomi ci consegna in questo romanzo spigoloso un'anatomia dell'infedeltà che attraversa desiderio e crudeltà. La sua scrittura sensoriale e spietata svela la fragilità di una generazione che ha imparato a respirare solo nell'ombra del segreto.
After dropping out of school and living on the streets for some years, Hitomi Kanehara started to write. Her novels have won several prizes in Japan. The first novel Snakes and Earings won the Akutagawa Prize and the Subaru Prize and it sold a million copies.
Quando Kanehara Hitomi irruppe sulla scena letteraria giapponese aveva appena vent’anni. Il suo esordio, «Serpenti e piercing», le valse nel 2004 il prestigioso Premio Akutagawa e la impose come una delle voci più anticonvenzionali della sua generazione.
Al centro del romanzo c’erano i giovani del Giappone post-bolla: corpi modificati, s3sso, dol0re e comportamenti aut0distrutt1vi raccontavano il disagio di una generazione che cercava di sottrarsi alle aspettative sociali, anche quando la fuga finiva per rivolgersi contro se stessa.
Vent’anni dopo, in «Atarassia», da poco arrivato in Italia per Mondadori nella traduzione di Bruno Forzan, non siamo più nelle sottoculture giovanili di Tokyo, ma dentro case eleganti, matrimoni e vite apparentemente normali.
Sei personaggi si muovono in una trama polifonica di amori, tradimenti, s3sso e frustrazione. Ma questo è soltanto il primo livello.
Kanehara comincia lentamente a grattare la superficie. Non per assolvere i suoi personaggi, ma per metterli a nudo: sotto l’apparente normalità affiorano gelosia, ossessi0ne, s0praffazione, pulsioni aut0distrutt1ve e fantasie di m0rte. Ma anche solitudine, paura e bisogno di essere desiderati.
Non cerca lo scandalo o la vi0lenza fine a se stessi, né ci concede la rassicurante distanza che ci separa dal “mostro”: più scava nelle zone meno presentabili dei suoi protagonisti, più diventa difficile considerarli aberrazioni lontane da noi.
Ma c'è bisogno di scrivere libri solo su persone malate?
In Atarassia troviamo un catalogo umano di infelicità: tradimenti, abusi, dipendenze emotive, violenza e depressione.
Il titolo mi ha lasciata perplessa: l'atarassia rimanda alla serenità e all'imperturbabilità, mentre qui sembra che nessuno riesca a vivere cinque minuti senza precipitare nel caos emotivo.
Il disagio non è automaticamente profondità psicologica, così come accumulare traumi e comportamenti autodistruttivi non rende necessariamente interessante un personaggio.
Più che un romanzo sull'atarassia, una riunione condominiale dell'infelicità.
“Siamo portatori di casualità in un mondo basato sulle certezze.”
Io devo chiudere con i romanzi giapponesi definitivamente, lo so da tempo eppure mi ostino a dare sempre una possibilità. Mi faccio gaslighting da sola. Ogni volta mi ci approccio con buona volontà e speranza e ciò che continuo a ricevere è fastidio. Non riesco ad apprezzare i personaggi, li trovo ridicoli, finti, senza emozioni e fuori da questo mondo. Leggo l’ennesimo romanzo su vite sperse e distaccate e nella recensione vorrei solo scrivere: “Onestamente non me ne fregava un cazzo, cia'".
♠ E il problema di queste storie sono io. Perché la caratterizzazione di questi personaggi ha senso nel contesto giapponese, sono personaggi imbevuti di norme societarie giapponesi, senso della morale giapponese, tutte cose figlie della società giapponese. C’è Mei che è incazzata con il mondo per la sua vita di merda di cui lei è artefice e vittima coscientemente. È arrabbiata perché non ha divorziato dal marito dopo il primo tradimento e se lo è tenuto sapendo che lui continua a tradirla. Come se ci fosse un termine di scadenza dopo il quale non puoi più richiedere il divorzio. Il tutto solo per menarcela su quanto odia il marito, la madre, il figlio. E lei è l’unica di cui mi ricordo il nome, figurarsi. Ma tutte le altre storie ruotano in qualche modo intorno al tradimento amoroso, incomprensibilmente perché, notoriamente, in Giappone il tradimento in una coppia, non voglio dire sia normale, però si. Perchè non è una società cattolica, donne e uomini si tradiscono con molta più serietà che in occidente, con molto meno stigma (almeno finché non diventa di dominio pubblico), statisticamente proprio. Il Giappone è famoso le coppie sexless dove moglie e marito dormono in stanze separate e spesso restano sposati pur sapendo che l’altro/a ha l’amante. E sapere tutto questo leggendo questa storia mi ha fatto ridere. Ridicoli, tutti.