Ogni oggetto custodisce una storia. Ci ha visti amare, piangere, stringerci a qualcuno, restare soli. Gli oggetti che ci sono appartenuti sanno chi siamo stati o chi siamo, e se potessero parlare racconterebbero la verità su di noi. Forse per questo, a volte, ce ne sbarazziamo. Ma c'è un signore capace di ascoltarli. Di sentire, nella loro voce, il concerto del mondo. È lui il protagonista di questo romanzo.
Delicato e struggente, Il sole nelle pozzanghere racconta il nostro bisogno di legami, il bisogno che ognuno di noi ha degli altri per restare vivo.
«Il signor Pi, in effetti, non aggiusta quasi nulla. Dice che sistemare tutto è un modo elegante per far tacere il passato. Al massimo pulisce, spolvera, accomoda, riporta alla luce. Come si fa con i ricordi quando smettono di far male. La gente del quartiere lo chiama "il vecchio delle cose rotte". Ma sanno che lui, in realtà, ripara persone».
Il signor Pi apre sempre alle otto e dieci del mattino, mai alle otto in punto, perché dice che le cose importanti hanno bisogno di qualche minuto di ritardo per farsi desiderare. Il suo negozio sta in una via piccola, laterale, e sull'insegna c'è scritto solo «Rigattiere». Il mestiere del signor Pi è recuperare oggetti usati, rotti o difettosi, per rimetterli in circolo: e sí, per lui è una cosa importante. Perché sa che ciascuno di questi oggetti porta con sé un carico affettivo, la traccia delle famiglie, delle stanze in cui ha vissuto, delle relazioni cui ha partecipato, come dono, scenario, o come semplice testimone: cucine, orologi, cartelle, chitarre, orecchini... Sa che questi oggetti contengono sogni, desideri realizzati oppure no, amori finiti, parenti perduti, una memoria che non si può cancellare. Sa che, in fondo, tutti siamo «la storia abbandonata di qualcun altro». Quando tocca quelle cose, al signor Pi sembra di sentire la storia che racchiudono. Ed ecco che in questo romanzo fiabesco eppure pieno di vita vera - pieno di tutte le nostre vite, che leggendo riconosciamo - si dipana un universo variegato di voci e personaggi, che davanti al suo bancone si incrociano, intrecciandosi. Il negozio diventa cosí un luogo per le seconde occasioni. Non soltanto per gli oggetti, ma anche per coloro che, con i propri rimpianti e ferite, lo frequentano. Compreso il signor Pi.
A chi, come me, piace andare in giro per mercatini dell’usato, sarà sicuramente attratto dalla storia del signor Pi, un uomo che recupera oggetti usati per rimetterli in circolo. Ogni oggetto custodisce una storia: un amore, un’assenza, un ricordo, una ferita. Attraverso questi frammenti di vite altrui, il signor Pi esplora il bisogno profondo che abbiamo degli altri per restare vivi, il valore dei legami, la bellezza delle piccole cose e la capacità di trovare luce anche nelle pozzanghere della vita.
Il romanzo è un inno alle seconde possibilità, alla cura degli oggetti come metafora della cura delle persone, e a quella forza quotidiana che ci permette di andare avanti nonostante tutto.
Perché alla fine la vita è una questione di inquadrature, come nella fotografia: quando le cose non funzionano, basta cambiare inquadratura
“È un po’ come se tu dovessi, non so, mettiamo: fotografare la luna. Potresti fotografarla direttamente, puntando l’obiettivo verso il cielo, oppure potresti puntarlo, vediamo, verso uno stagno, oppure un lago. Potresti fotografare il suo riflesso nell’acqua. L’oggetto è lo stesso, ma cambia la storia che si racconta, perché si racconta allo stesso tempo anche quella dell’ambiente intorno, non so se riesco a spiegarmi. In piú, lo stagno lo puoi toccare, far vibrare, puoi interagire con la superficie, dialogare con l’immagine stessa del riflesso. Con la luna invece non puoi. Con la luna non interagisci. La luna se ne sta lí e basta.”
E se l’esempio della luna è difficile, si può fare come con il sole
“– Metti che vuoi fotografare il sole. – Be’, il sole non puoi fotografarlo direttamente, nove su dieci ti brucerebbe il sensore della fotocamera, oltre al fatto che ti bruci pure la vista. Ma lo sai, me lo hai insegnato tu. – Appunto. Allora, una buona idea è la tua. Fotografarlo riflesso negli occhi di qualcuno. Sole piú occhi, doppia storia. No? – Ah, certo. Sole piú occhi, mi piace. – Oppure riflesso, che ne so, tipo: nelle pozzanghere. – Nelle pozzanghere? – Sí. Le pozzanghere, dopo la pioggia, hai presente? Con il sole dentro. – Il sole nelle pozzanghere. – Eh. Che ne dici? – Che, per un nuovo inizio, mi pare davvero una bella storia.”
Un breve ma emozionante romanzo che tocca il cuore del lettore. Il signor Pi ha un negozio. Sull’insegna c’è scritto RIGATTIERE. Lui vuole dare una seconda vita alle cose che gli vengono portate. Ogni oggetto, anche il più piccolo, ha qualcosa da raccontare della persona che lo ha utilizzato e può avere una nuova vita nelle mani di chi lo sa apprezzare. Molti i personaggi che si interfacciano con il protagonista e che scoprono qualcosa di più di sé stessi e delle persone che amano. Consigliato!
C'è un negozio in una via piccola, laterale, con un'insegna che dice solo Rigattiere. Apre alle otto e dieci del mattino, mai alle otto in punto perché il signor Pi è convinto che le cose importanti abbiano bisogno di qualche minuto di ritardo per farsi desiderare. Ed è proprio qui, in questo angolo di mondo apparentemente marginale, che Matteo Bussola costruisce uno dei romanzi più toccanti e necessari degli ultimi anni.
La trama ruota attorno a una figura silenziosa e straordinaria: il signor Pi, rigattiere di un quartiere qualunque, capace di fare qualcosa che nessun altro sa fare, ascoltare gli oggetti. Cucine, orologi, chitarre, cartelle, orecchini: ogni cosa che arriva tra le sue mani porta con sé un carico invisibile di vite vissute, amori finiti, sogni realizzati o mai nati. Il negozio diventa così un crocevia di storie, un luogo dove le persone arrivano con i loro rimpianti e le loro ferite, e dove, spesso senza nemmeno accorgersene, trovano qualcosa che non cercavano: una seconda occasione. Non solo per gli oggetti ma per sé stessi.
Lo stile di Bussola è immediatamente riconoscibile: frasi brevi che arrivano dirette, senza fronzoli, eppure capaci di aprire voragini emotive nel lettore.
Il messaggio è apparentemente semplice: abbiamo bisogno gli uni degli altri per restare vivi. In un'epoca in cui buttiamo via tutto con facilità ( le cose, le relazioni, i ricordi) questo libro ci ricorda che nulla è davvero senza storia.
A chi si rivolge? A tutti, in realtà ma in particolare a chi ha attraversato una perdita, una separazione, un cambiamento che ha lasciato qualcosa di irrisolto. A chi sente il peso degli oggetti che non riesce a buttare via e finalmente capirà il perché. A chi ama una scrittura che non urla ma sussurra, e proprio per questo arriva più in profondità. È un libro per lettori sensibili, per chi crede che le storie più piccole siano spesso le più grandi, e per chi ha bisogno, ogni tanto, di qualcuno che gli ricordi che anche le cose rotte meritano di essere riportate alla luce.
Questo libro ha la stessa anima di Il rosmarino non capisce l’inverno: racconta storie separate che parlano di altre vite, ma che in fondo finiscono per parlare di te, rivolgendosi direttamente al tuo cuore. E sì, alla fine ho pianto anche stavolta, cercando di trattenermi solo perché mi trovavo in aereo in mezzo a sconosciuti.
La scrittura di Matteo Bussola è pura delicatezza. Ha il dono raro di affrontare le fragilità più profonde con cura e rispetto, tendendo un filo invisibile tra quotidianità diverse. Ogni suo libro si rivela così un regalo: prezioso, intimo e magnificamente devastante.
Qualche giorno fa, in un giorno molto particolare per me scrissi una nota pensando al titolo dell’ultimo libro di Matteo Bussola che sarebbe uscito: “Oggi ho capito che il sole nelle pozzanghere a volte è ancora più bello”. Oggi ho terminato il libro, che ho comprato subito, appena ho potuto. L’ho letto con un respiro lento, una voglia di godermelo come le cose che hai paura possano finire da un momento all’altro quando sono troppo belle. Per me ogni suo libro è così, ogni qual volta ne finisco uno, sento un vuoto, ma anche una grande pienezza perché mi lascia sempre qualcosa su cui riflettere, qualcosa da portare nel cuore di straordinario attraverso l’ordinario. Questo libro mi ha emozionata, tanto. Alla fine ho pianto, sarà che al sole nelle pozzanghere non ci pensa mai nessuno ed invece forse è la parte più bella. Il signor Pi è proprio una gran bella persona, che porterete sicuramente dentro, come tutte le cose che fanno parte di noi, come ogni atto d’amore.
Quando l'ho acquistato, sono rimasta colpita dalla copertina, che ricordava l'autunno. Un autunno lungo è presente anche nel libro: un tempo grigio e senza fine. Perché le storie che gli oggetti raccontano sono, di solito, senza fine e senza speranza. Sono storie coinvolgenti, che ti lasciano con l'amarezza nell'anima. Non è un libro d'estate. Se ci pensiamo un po', non c'è nemmeno una vera trama. Alla fine, Bussola si ricorda che deve raccontare una storia anche sulla vita del signor Pi, una storia così triste a causa di cui non ho nemmeno prestato attenzione all'ultimo capitolo, quello che spiega il titolo. Ho amato molto "La neve in fondo al mare," ma quello aveva una fine. Questo libro, invece, è come un fiume che scorre e lascia dietro di sé emozioni pesanti come sassi sul cuore, che ti fa chiedere che senso abbia tutto, al fin dei conti. P.S. Il libro contiene anche una bella cartolina con un gatto. Non ho capito, però, cosa c'entri il gatto con la storia.
Beh, inutile dire che qualche lacrimuccia a fine libro è scesa. Quello che più mi piace di Bussola è che i suoi libri, le sue storie, a prima impatto sembrano banali ma ti basta quel momento in cui distogli lo sguardo dal libro per assorbire quello che hai appena letto, che capisci quanto profonde quelle farsi scritte in modo semplice sono.
"Siamo tutti la storia abbandonata di qualcun altro, le macerie di un legame, il fallimento di un’aspettativa, ma questo non c’impedisce di inventare una nuova storia con quel che resta."