Una mattina di settembre del 1890, un geometra belga parte da Léopoldville, nello Stato indipendente del Congo, per dirigersi verso nord. Il suo nome è Pierre Claes e con l’aiuto delle stelle e di alcuni strumenti scientifici ha il compito di tracciare i confini settentrionali della colonia e risolvere così le cause di discordia e le dispute territoriali con i domini francesi. A bordo del Fiore di Bruges, un piroscafo della prima generazione, Pierre risale il fiume Congo. Al suo fianco alcuni lavoratori bantù e Xi Xiao, un maestro tatuatore cinese, ma soprattutto un boia specializzato nella sottile arte di vivisezionare gli esseri umani lasciandoli in vita il più a lungo possibile. Nella natura potente dell’Africa centrale, dove l’abisso della morte e la vertigine della vita si fondono in un connubio tanto terrificante quanto magnifico, Claes viene travolto dagli orrori del sistema coloniale e sopraffatto da una profonda malinconia, tanto da chiedere a Xi Xiao di usare la sua arte su di lui. Ma Xi Xiao, che ha sempre saputo leggere il futuro nelle ferite e nelle carezze del mondo, sa due cose: amerà Pierre Claes ed entrambi moriranno nello stesso momento… Kawczak ci trasporta in un incredibile romanzo d’avventura intriso di erotismo, elementi visionari e magici, di desiderio e dolore. Una storia meravigliosa, oscura e profonda allo stesso tempo che ha conquistato pubblico e critica ed è stata paragonata a capolavori come Cuore di tenebra di Joseph Conrad.
Che fatica. Ero incuriosita dal libro appena uscito, ma la mia esperienza di lettura è stata decisamente penosa. Sebbene la singolarità della scrittura possa inizialmente incuriosire, non riuscivo a seguire la storia né a entrare in sintonia con nulla. I personaggi risultano privi di qualsiasi attrattiva e le numerose morti che costellano il racconto lasciano completamente indifferenti. La violenza coloniale rappresentata crea uno stridente contrasto con il romanticismo che avvolge le figure dei colonizzatori. Le figure femminili, pur pretendendo di essere forti, sono tratteggiate malissimo e sistematicamente relegate a ruoli secondari o trasformate nella causa dei noiosi malesseri dei protagonisti. Nonostante i tentativi dell'autore di criticare il contesto storico, denunciando lo sfruttamento, i lavori forzati e le mani mozzate, questi elementi sembrano inseriti in modo del tutto casuale, senza un legame autentico con la trama. Perfino i riferimenti culturali appaiono forzati e impregnati di quell'esotismo occidentale che ancora oggi intrappola le rappresentazioni dell'Africa. La narrazione in terza persona risulta pesante, il tono eccessivamente descrittivo affatica, e i dialoghi appaiono fin troppo esagerati. Inoltre, i continui salti temporali confondono la traiettoria dei personaggi anziché chiarirla. Mi spiace ma proprio una fatica.
Pescato a caso dalla biblioteca senza saperne nulla, mi ritrovo fra le mani un libro potente, palese omaggio a Cuore di tenebra di Conrad, che non vuole raccontare una trama lineare in modo classico, anzi. L'estasi e l'annientamento sono l'unica via d'uscita da un mondo insopportabile, che però non redimono nulla, non spezzano il ciclo, lo consumano soltanto su un corpo invece che su un continente. Una lingua folle e inventiva da affrontare senza spaventarsi troppo se ogni tanto ci si perde fra queste pagine. Bisogna lasciarsi trasportare lentamente fra orrore, amore, perdita, allucinazioni, allegorie. E lo ricorderò a lungo come il ricordo di un sogno febbricitante.