What do you think?
Rate this book


Mentre la città si allontana e la strada comincia a inerpicarsi dentro e fuori dai boschi, il regista decide di narrare al compagno silenzioso il suo mondo «prima di lui»: «La mia vita è la tua e ora te la racconterò, perché domani sarà solo nostra».
Inizia così un viaggio avanti e indietro nel i primi anni in Italia, dove era giunto dalla Turchia non ancora diciottenne con il sogno di studiare e fare cinema, le persone che hanno lasciato il segno, gli amici, gli amori, le speranze, le delusioni, i successi.
Storie che conducono ad altre storie, popolate da figure indimenticabili e una trans egocentrica sul viale del tramonto, un principe cleptomane, un centralinista con il rimpianto della recitazione, una cassiera tradita dalle congiunzioni astrali, una bellissima ragazza dallo spirito inquieto. E poi, raffinati intellettuali, inguaribili romantiche, noti cinefili, amanti respinti e madri niente affatto banali.
Sullo sfondo, il palazzo di via Ostiense dove tutto accade, crocevia di solitudini diverse, ma anche di intense amicizie e travolgenti passioni. Il palazzo che nel tempo si è trasformato, conservando però intatti i suoi più intimi segreti. E, soprattutto, la città di Roma, come nessuno l'ha mai raccontata. Gli anni Settanta-Ottanta e la contagiosa atmosfera di libertà senza freni, le lunghe estati nel segno della trasgressione, il femminismo, la progressiva presa di coscienza di sé della comunità gay, l'Aids, la solidarietà che cementa i legami, gli incontri folgoranti con alcuni protagonisti del cinema italiano, le stagioni, i luoghi e le voci di un passato ormai perduto per sempre.
Tante storie, esilaranti eppure commoventi, che compongono «la Storia» di un'esistenza che si annulla in un'altra come estremo dono d'amore. Un Amore che non si arrende, un sentimento assoluto capace di resistere a qualsiasi prova.
Con sguardo irresistibile, lieve e toccante al tempo stesso, al suo secondo libro Ferzan Ozpetek, il regista che più di ogni altro sa parlare di sentimenti, ci rivela un mondo sospeso tra lacrime e risate, fiction e realtà, fino all'epilogo, struggente e inaspettato. Un mondo che pare fatto della stessa materia dei suoi film. E che, pagina dopo pagina, ci incanta e ci colpisce. Proprio come la vita.
221 pages, Kindle Edition
First published March 1, 2015
C'è un che di masochistico nell'amore, quando pensi di non meritartelo davvero. È qualcosa che credo abbia origini remote. Se cresci senza nessuno che ti dica che sei bello o che sei bravo, senza una parola di conforto che ti rassicuri dandoti il tuo posto al sole nel mondo, niente sarà mai abbastanza per ripagarti di quel silenzio. Dentro resterai sempre un bambino affamato di gentilezza, che si sente brutto, incapace e manchevole, qualsiasi cosa accada. E non importa se, nel frattempo, sei diventato la più bella delle creature.
[...] ci sono amori che sanno unire la forza gentile della tenerezza alla potenza di fuoco della passione. Che ti travolgono e non smettono più di farlo. Amori che aiutano a restare vivi l’uno per l’altro, qualsiasi cosa succeda. Mentre ti affido questi pensieri mi ripeto per l’ennesima volta quanto siamo stati fortunati, tu e io. Sei arrivato in punta di piedi, con la discrezione di un ospite di passaggio. Ho dovuto insistere perché sistemassi le tue cose negli armadi. Eppure, fin dalla prima notte ho avvertito la tua presenza dappertutto. Da subito mi sei entrato nel sangue come una medicina necessaria, di cui prima paradossalmente nemmeno sospettavo l’esistenza. Una settimana dopo che abitavamo insieme già mi chiedevo come avevo fatto fino ad allora. Come avevo potuto sopportare quel silenzio, senza che le nostre voci si inseguissero tra le stanze e poi tacessero del tutto, abbandonandosi in un unico respiro. Il tuo accappatoio ancora umido in bagno. La lama di luce che la domenica mattina gioca sul tuo viso addormentato. Le nostre pantofole accanto al letto, i dolci alle rose che ci piacciono tanto, la tazza sbeccata che ti scegli sempre a colazione, per lasciare a me quella intatta. È il nostro mondo, l’alfabeto della felicità. Quando vivevo solo e avevo quasi smesso di credere nell’amore, nemmeno immaginavo in che maniera la mia esistenza sarebbe cambiata. Tu hai reso la mia vita migliore. Mi hai restituito la stessa spensieratezza di quando avevo vent’anni e guardavo il mondo dall’alto senza avere la certezza di riuscire a realizzare i miei sogni.
Ci siamo separati ancora un’altra volta, per due giorni appena, in occasione di un mio breve viaggio a Istanbul per una questione di famiglia. Poi non è più successo. E non succederà più. Perché noi due siamo una cosa sola, lo sai. Beviamo dallo stesso bicchiere, mangiamo dallo stesso piatto. Respiriamo la stessa aria, occupiamo lo stesso spazio. Non smetto di ringraziare gli dei per averti messo sul mio cammino. Sembra assurdo, ma non è da tutti. Non è da tutti riconoscere la felicità, quando la incontri. Capire che è proprio quella la persona che ti cambierà la vita, e che senza di lei ora nulla avrebbe più senso.
«E allora, quando l’ho saputo, ho voluto tutto da lui, anche la malattia» aggiunse. Nel dirlo, mutò espressione e l’ombra di un sorriso gli addolcì il volto. Quel giorno aveva smesso di giocare con Sergio come il gatto con il topo, mettendone alla prova la pazienza, approfittando di una relazione dove lui era quello che si faceva pregare, mentre il suo compagno soffriva in silenzio. Aveva chiuso per sempre con la vita frivola di un tempo quando, insaziabile, passava da una festa a un’altra, da un amante all’altro. Il virus lavora freneticamente, portandosi via ogni giorno qualcosa. Mancava poco tempo ormai e lui l’avrebbe tutto dedicato al suo uomo. «Per qualche mese ci siamo amati come mai prima di allora. Sembrava che la malattia ci avesse concesso una tregua. Poi, ha iniziato a farsi sentire. Lo accompagnavo in ospedale per gli esami, e a sottoporsi a una cura sperimentale che lo riduceva a uno straccio. Intanto, pregavo che il virus avesse preso anche me. Desideravo solo stargli accanto. Condividere tutto. Il dolore, l’annichilimento, la morte.» Dopo qualche mese, arrivò per Adriano il momento di ripetere il test. Il referto, questa volta, non lo deluse. «Ero raggiante. L’infermiera che mi aveva appena dato la notizia mi guardava attonita, non riuscendo a capacitarsi della mia reazione. Probabilmente, avrà pensato che la malattia mi aveva già ottenebrato la mente» osservò, recuperando per un attimo il suo antico gusto per le battute. Sergio aveva lottato a lungo, ma ormai l’infezione si era propagata ovunque. Un tempo era un uomo alto, dal fisico asciutto ma atletico. Alla fine, era diventato una larva, pelle e ossa. La sua bocca si era riempita di afte. Aveva le braccia e il collo ricoperti di sfoghi cutanei. Non mangiava più, faticava a respirare, restava sdraiato immobile a letto, senza più la forza di mettersi seduto. Adriano si era preso cura di lui come di un neonato. Lo imboccava, lo lavava, gli leggeva il giornale, gli dava le medicine, lo accarezzava per farlo addormentare. Non l’aveva mai abbandonato, neppure per un attimo, fino all’ultimo.