Perdersi negli occhi di Vittorio e riaccendere la passione che l’ha legata a lui, come un cristallo che riflette la luce del sole… Vera vuole solo l’amore per come lo ricorda, per come la fa stare bene. Ma Vittorio è lontano, distante, duro e a volte anche spietato. Forse troppo. Eppure la felicità sarebbe a un passo da lei, a un passo dal quel senso di vuoto che sente quando lui la tocca. A un battito di ciglia dalla bolla in cui è per non soffrire, per non vedere. La seconda attesa edizione di Cristallo, il primo vero romanzo che indaga gli aspetti della violenza psicologica rendendoli reali. Perché ci sono coppie che non andrebbero composte, amori che non dovrebbero neanche accendersi…
Nata a Ostia nel 1984, Federica D'Ascani scrive da sempre, sempre e di tutto. Spazia dal genere horror, alla narrativa, dall’erotico ai romance, come autrice, e sguazza in tutto il resto come lettrice. Sceneggiatrice di fumetti, editor freelance, autrice presso le riviste femminili Emozioni Donna e Pink, recensore presso il sito di Babette Brown e agente letterario presso Carta e Calamaio, sperimenta tutto ciò che ancora non è in grado di fare, sbagliando anche, perché pensa fermamente che chiunque possa fare qualsiasi cosa, se davvero motivato. Tra le tante sue pubblicazioni si ricordano “Cristallo” in self publishing, “L'Inferno di Rebecca” per Damster edizioni e “Credevo di essere un serial Killer e invece... sono incinta” per la collana Odyssea della Delos Digital. Nel dicembre 2014, ha esordito nella collana digital only Youfeel Rizzoli con l’erotico “L'istinto di una donna” a cui ha fatto seguito “Splendido come il sole di Tulum” nel mood emozionante. Volevo solo te è il suo ultimo romanzo, edito da Damster edizioni. Attualmente impegnata nella stesura di un romanzo storico dalla tematica importante quale la disabilità, è fermamente convinta che il mestiere di scrittore comporti una responsabilità e, forte di questo, tenta in ogni occasione di avere davvero qualcosa da dire tramite i suoi romanzi.
Questo libro è un vero pugno nello stomaco, non solo perchè racconta una cruda verità ma anche per il modo diretto come ti racconta la vita di Vera e cosa le succede. Sono una Couselor e da diverso tempo faccio parte di un progetto che vuole aiutare le donne a riprendersi in mano la propria vita, ricostruendo la loro autostima, facendole riconoscere se stesse come persone degne di rispetto e cercando, in alcuni casi, di farle vedere in faccia la propria realtà e allontanarle da essa se violenta. Storie come quella di Vera ne ho sentite e purtroppo anche di peggiori ma vi assicuro non ci si abitua mai. Forse per deformazione professionale sarei voluta entrare nel libro e dire a Vera che non era affatto colpa sua, che lei era degna di essere amata che lei meritava molto di più di Vittorio e che persone come Claudio per fortuna la fuori ci sono. Proprio per questo credo che consiglierò alle "mie" donne di leggere il libro perchè da tantissimi spunti e fa capire molte cose di noi stesse. Ringrazio infinitamente Federica per tutta la forza che mi ha trasmesso, per la gioia che ho provato nel finale, per la speraranza che traspare.... E niente vorrei tanto abbracciare lei, Vera e Claudio (che vorrei precisare che potrebbe essere un "supererore" o un principe che combatte per difendere la sua bella, ma non lo è semplicemente perchè ama nel modo giusto la sua donna, come dovrebbero fare TUTTI gli uomini , la ama in modo sano, rispettandola, come se ogni cosa che fa per lei fosse un atto d'amore. E ripeto nonostante i telegiornali ci raccontano altro, persone come Claudio non sono figure mitologiche esistono!!)
È stata dura leggere questa storia... Per tanti motivi. Perché conosco la donna meravigliosa che è Federica. Perché sono mamma di una futura donna. Perché sono donna. Semplicemente.
Sono stata in apnea per tre ore nette. Ogni frase, parola, offesa la sentivo addosso come catrame. Una coperta di catrame che non vuole andare via neppure adesso, mentre scrivo questa recensione a caldo e l'animo è in subbuglio.
Quest'opera è la testimonianza diretta di quanto una persona malvagia possa annichilire un animo buono. Di quanto possa arrivare nel profondo il cratere della manipolazione. Vera si è trovata da sola a lottare contro un mostro marino che l'avrebbe condotta solo ed esclusivamente nella fossa delle Marianne.
Più volte mi sono chiesta: "ma come è possibile?" Più volte ho provato rabbia per Vera che non riusciva a risollevarsi!
Al momento giusto, Cristallo finirà nelle mani dei miei figli. Voglio che capiscano che nella vita bisogna essere "Claudio", non "Vittorio".
Romance and Fantasy for Cosmopolitan Girls La storia di Vera è simile a quella di mille altre donne. Innamorata di Vittorio, un giovane simpatico e amabile, inizia un rapporto che in principio sembra meraviglioso. I due giovani decidono di andare a vivere insieme e, trascinati dall’onda della passione, trascorrono un periodo in cui tutto appare fantastico e giusto. Non c’è tempo per i pensieri negativi; nulla può andare male. Ma gli anni passano e le magagne vengono a galla, così ben presto, la realtà della vita di coppia prende un’altra prospettiva e quello che prima appariva splendente come un diamante, ora assume l’aspetto informe e offuscato di un pezzo di vetro.
«Vaffanculo! Sei solo una testa di merda… Che ci sto a fare ancora qua? Tanto non servi a un cazzo, l’ho sempre detto…»«Aspetta, aspetta, aspetta» piagnucolò in una cantilena stonata e lacrimevole. Ma lui era già lontano, non sarebbe tornato indietro.
Vera si ritrova all’inferno con il suo uomo come carnefice e la sua vita diventa un calvario. Derisa, insultata, umiliata senza ragione e in ogni momento, Vera conduce un’esistenza insostenibile, assurda, grottesca che la porterà, dopo tre lunghi anni, ad escogitare un modo per sopravvivere e sopportare.
«Guardati: fai schifo. Sei flaccida, con quei cazzo di capelli corti che mi fanno venire voglia di vomitarti addosso. Un cane… Un cane lo leccherebbe meglio di te.»
É innamorata ed è convinta di essere ricambiata in un certo senso. Il sentimento malato la porta addirittura a difendere il suo uomo.
«Guardati! Lo fai mai? Ti specchi mai? Ti ascolti mai?» riprese lui. No, non capiva. «Tu e lui siete sbagliati, insieme, e lo sai. Ti ha plagiata, cazzo, non ti riconosciamo più. Anche tua sorella…» […]«Tu… tu non sai niente» lo interruppe di nuovo con l’indice proteso in avanti «e ciò che permetto lo decido io. Non tollero proprio che nessuno ci metta bocca.[…] Così, come chiusa in una bolla, pur comprendendo quanto sia sbagliato restare accanto a Vittorio, la donna preferisce restare dov’è in nome di un amore che solo lei conosce e che tarda a manifestarsi.
«Non ti è mai piaciuto e lo sappiamo tutti, qua dentro… Però mi fa stare bene e questo a te dovrebbe bastare» singhiozzò asciugandosi le guance, il volto rosso e bollente di umiliazione. Non stava bene, per niente, eppure continuava a difenderlo, a difendere la loro storia. Era più forte di lei, non riusciva proprio a evitarlo. Ma che ne è stato del carattere ribelle e deciso che la contraddistingueva da sempre? Che fine ha fatto la donna volitiva e indipendente di un tempo? Non ce n’è più traccia tanto che lei stessa fa fatica a riconoscersi. Non le basta avere un lavoro dignitoso, essere una donna indipendente economicamente e di una certa cultura per raccogliere le sue cose e scappare via. Ciò che prova per quell’uomo è tanto forte da legarla e tenerla bloccata, il sentimento è così profondo da giustificare le parole, da accettare i soprusi che non le vengono risparmiati. Allora la domanda sorge spontanea: Perché? Come è possibile lasciarsi irretire al punto di spersonalizzarsi e rendersi schiava? Come si può confondere il dominio dettato dalla violenza con il possesso legittimo che solo chi ama conosce? Inoltre, perché si accetta l’isolamento quando basterebbe urlare a squarciagola per farsi sentire? Vera potrebbe aprire la porta e scappare dalla quella prigione e ricominciare, ma non lo fa. Perché? Cosa le impedisce di ritrovare la dignità, buttare all’aria tutto e riprendersi la propria vita? I giorni trascorrono tutti uguali, solo il dolore per le umiliazioni subite scandisce il tempo che passa inesorabile. Vera si trasforma, lascia che sia la volontà di Vittorio ad avere il sopravento e, sempre in nome di un amore indefinito e di certo malato, gli rimane accanto.
Ma Vera non è stupida, capisce la precarietà e la pericolosità della situazione, in cuor suo sta prendendo forma, seppur lentamente, il germe della ribellione e della rivalsa. Le parole dure che il suo uomo le getta addosso, la colpiscono come pietre, è vero, ma non la distruggono. Alza la testa, sembra convinta ma ahimè, nonostante i buoni propositi, la via verso la libertà è ancora lunga e tortuosa. E nemmeno la dolce presenza di Claudio, un vecchio amico ritrovato, la scuote. Allora ci si chiede: Vera è condannata? Il romanzo è chiaramente rivolto ad un pubblico maturo, capace di poter comprendere fino in fondo le problematiche di una simile condizione comune a tante donne. Ma è rivolto a tutte quelle, giovani e non, che si rivedono in Vera. Lei sa perfettamente quanto sia bastardo Vittorio, comprende inoltre che solo lasciandolo si salverebbe. Tuttavia, ogni volta che lui torna, lo accetta lasciandosi convincere di nuovo. E questo ci fa rabbia, non è vero? Noi dal di fuori non riusciamo a concepire il suo comportamento. È difficile compatirla o restarle accanto. Perché? Continuiamo a chiederle. Basterebbe un piccolo sforzo… ma non è sempre facile, purtroppo. La violenza psicologica è dannosa come quella fisica, e forse di più, perché le ferite provocate se è vero che sono invisibili, bruciano con più forza e segnano nel profondo. Ma è proprio dentro di noi che si nasconde la forza per gridare “no!” e ribellarsi. Basta prenderne coscienza e convincersi di essere degne di rispetto, sempre. Una volta convinte, è più facile farsi aiutare e la salvezza è proprio lì, nelle parole di una persona fidata, nel sorriso di un amico sincero, nello sguardo di un uomo innamorato.
Questo libro mi ha sconvolta, ma mi ha anche aperto gli occhi su una realtà che spesso passa inosservata e che, nel peggiore dei casi, porta al femminicidio. Intenso, forte ma forte perché ti costringe ad aprire gli occhi su delle situazioni che magari molte donne stanno vivendo e di cui non sappiamo nulla, perché queste stanno vivendo una condizione di plagio psicologico che le porta a essere confuse e ad avete sbalzi d'umore. Un messaggio di speranza per tutte quelle donne che vivono una relazione tossica con il loro marito o compagno: la violenza psicologica fa male quanto quella fisica, solo che non si vede.
I miei complimenti all’autrice, Federica D’Ascani che ha saputo tratteggiare con attenzione il cuore di una donna violata e anche per la scelta coraggiosa di volerne dare testimonianza. Cristallo è un romanzo tratto dalla storia vera della scrittrice che qui narra i lunghi anni passati/subiti accanto a un uomo manipolatore e cattivo.
Una storia d’amore che all’inizio sembrava perfetta, ma che lentamente scivola nella recriminazione e nell’offesa verbale.
Vera, la protagonista, si ritrova a convivere così con Vittorio, in uno stillicidio psicologico continuo che, inesorabilmente, la disintegra in mille pezzi. Nella propria autostima, nel carattere, nella capacità di reagire, nella voglia di vivere.
Vera non è quella che Vittorio vuole. Non è più la stessa e, anche se è stato lui a farla cambiare, egli non la stima più perché – le ricorda fin troppo spesso l’uomo – lei non è all’altezza delle sue aspettative.
Così Vera affoga in un insicurezza profonda che ne mina alla base certezze e pensieri. La donna crolla e s’avviluppa nella propria anima, incapace di reagire, di prendere in mano la propria vita. Diventa vittima e permette a Vittorio – un manipolatore psicologico subdolo e astioso che non perde occasione per annientarla, se ancora ce ne fosse bisogno – di trasformarsi in suo carnefice.
Eppure Vera vive sprazzi di lucidità, dolorosi e rari, nei quali comprende molti meccanismi che la legano al suo partner, ma poi ripiomba nell’abulia, nell’incapacità di gestire i propri sentimenti contrastanti. Perché Vera è malata di Vittorio e Vittorio è la sua droga. Un amore sbagliato, che lega entrambi – per il proprio vissuto e per la propria personalità – in una spirale sfiancante, che ne lede emozioni, vita, futuro, individualità.
Vittorio nulla sarebbe senza Vera e Vera non può vivere senza Vittorio, ma non può vivere neanche assieme a lui in quell’inferno domestico che la sta distruggendo. E qui ritorna la spirale che avvolge entrambi, in cui Vera soffoca e che affronta tutta da sola.
L’isolamento è un elemento costante in tutte le storie di questo tipo: lo abbiamo visto nella vicenda di Najaa in “Ti amo anima mia” di Nadia Nuzi (leggi la mia recensione qui).
Così come lo descrivono bene Silvia Devitofrancesco nel suo “Una gabbia di vita” e Monica Coppola in “L’equilibrio perfetto” (entrambi i racconti fanno parte del libro “4 Petali Rossi, frammenti di storie spezzate”, che tratta la violenza di genere e sostiene il centro antiviolenza BeFree – maggiori info sul progetto qui).
In questi alti e bassi di coscienza e ribellione, la vicenda di Vera prosegue, in un crescendo di situazioni nelle quali il lettore riesce ben a immedesimarsi nei pensieri della giovane, a partecipare al suo dolore, sentendosi coinvolto empaticamente nella spinte emotive e psicologiche, partecipando come spettatore impotente alle vessazioni che subisce e alle conseguenze relative alla sua resa costante.
Un romanzo bello, interessante, coinvolgente, ben scritto che è utile leggere per provare a comprendere il triste fenomeno dello stalking psicologico e della violenza fisica. In una società dove davvero troppo poco si fa per cambiare l’approccio culturale a questo triste fenomeno, dove troppo spesso infatti si arriva a condannare comunque la vittima – anche se magari non in modo esplicito – per la propria inattività e debolezza, per l’incapacità di uscire fuori da una situazione potenzialmente pericolosa, ma troppo poco si domanda cosa spinge una donna a rimanere inerme di fronte all’attacco costante e continuo che ne frantuma l’anima.
Qui ci sono tante risposte ai molti “perché”. O, almeno, si arriva a capire i comportamenti che spesso sembrano contraddittori.
Un libro da leggere, per capire le ombre che si muovono nell’anima ferita di una donna, quando sprofonda in un rapporto sbagliato, malato, impossibile.
Un libro da leggere perché dà speranza: infatti Vera, alla fine, si libera e rinasce, riprendendo in mano la propria vita, arrivando ad abbracciarsi forte e a perdonarsi per gli errori e la fragilità del passato, riuscendo a costruire per sé un futuro di luce. Un esempio e un messaggio per molte donne che stanno vivendo la stessa drammatica realtà e che faticano a vedere una via d’uscita.
I miei complimenti all’autrice, Federica D’Ascani che ha saputo tratteggiare con attenzione il cuore di una donna violata e anche per la scelta coraggiosa di volerne dare testimonianza.
Vaffanculo! Sei solo una testa di merda…che ci sto a fare ancora qua? Tanto non servi a un cazzo, l’ho sempre detto…»
Così inizia la riedizione di Cristallo: questo è il modo con cui Vittorio si rivolge a Vera, la donna che dovrebbe amare e che lo ama, ma che invece è capace solo di opprimere, maltrattare, insultare.
Comprare questo libro dalle mani dell’autrice, che te lo porge con il sorriso sulle labbra dopo che ti ha raccontato con grande sincerità, passione e ironia quanto di autobiografico ci sia nel ’romanzo’ gli fa acquisire un significato ancora più profondo.
Federica D’Ascani ha deciso di rimettere mano a questo testo dopo alcuni anni, perché si era resa conto che, nella versione precedente le situazioni più dolorose erano state censurate in quanto non completamente superate. Ma per far capire davvero cosa succeda alle persone sottoposte a violenza psicologica dai loro compagni, era necessario esporre le vicende senza nessuna vergogna e nessun filtro.
Con questo romanzo, che romanzo non è, Federica D’Ascani ci fa vedere con gli occhi della vittima cosa accade nella mente delle persone che subiscono questi abusi: anche se non si concretizzano nella violenza fisica, rimangono violenza. E non fanno meno male. Ci fa capire, trasportandoci pagina per pagina in un universo di dolore, vergogna, senso d’inadeguatezza perché le vittime non riescano a uscirne, perché neghino, con familiari e amici, di avere bisogno di aiuto.
Vittorio riesce sempre a far sentire Vera sbagliata, colpevole di chissà cosa, con le sue parole, con le sue azioni.
In cosa aveva sbagliato? Chiedere amore era un errore così grossolano?
Il suo uomo perfetto, il principe azzurro, si rivela un uomo possessivo che cela la sua insicurezza nella sopraffazione: solo così riesce a sentirsi forte e importante. E Vera, accecata da un sentimento sbagliato, si colpevolizza per mancanze non sue, ritenendosi inadeguata all’amore di Vittorio e accettando ogni sua decisione, allontanandosi dagli amici e dalla famiglia per accontentare un uomo che non si può accontentare.
«Guardati: fai schifo. Sei flaccida, con quei cazzo di capelli corti che mi fanno venire voglia di vomitarti addosso. Un cane… Un cane lo leccherebbe meglio di te.»
La grande forza di Vera (e di Federica) è stata schiacciata, ma ogni tanto riemerge e cerca di lottare. Seguiamo con partecipazione i piccoli passi avanti che compie per riacquistare autonomia (comprare un’auto, interrompere la convivenza) e altrettanto dolorosamente vediamo quante volte questi piccoli progressi siano resi vani da una parola, da un atteggiamento, che riporta Vera di nuovo nella condizione di sudditanza psicologica generata dall’errata convinzione di meritarsi quello che le viene fatto.
Quest’atteggiamento arriva fino al punto di non riuscire ad accettare l’amore di Claudio, un amore sano, luminoso e prezioso per la sua rinascita, di non riuscire ad accettare di non soffrire più.
Diamine a quando risaliva l’ultima volta che aveva trascorso una giornata senza piangere?
Non lo ricordava. Il pianto, ormai, faceva parte di lei, del suo modo di essere, e opporsi scatenava solo l’effetto contrario. Il dolore di vivere, di esistere, poi, era diventato così parte integrante di lei che, forse, non era neanche pronta a liberarsene.
Il percorso doloroso, sempre narrato dal punto di vista di Vera, è spiazzante per il lettore, ma fondamentale e istruttivo. Non è certo un libro per tutti, ma consiglio assolutamente di leggerlo perché si possa smettere di chiedersi, con tono di superiorità: “Ma perché le donne si lasciano trattare così? Ma non vede che razza di persona si è scelta?”
Potremmo avere vicino persone in questa situazione e non rendercene conto, perché il mostro spesso si cela dietro un volto normale, simpatico e amichevole.
E, infine, va letto soprattutto perché è un messaggio positivo: da questa situazione si può e si deve uscire e ci si riesce soltanto comprendendo i meccanismi che ci bloccano nella posizione di vittima.
Complimenti a Federica per il coraggio di renderci partecipi di un lato così oscuro della sua vita.
Ci sono libri che fanno male. Libri “cattivi”, nel senso che non sono per niente romantici e nemmeno un pochino autoconsolatori. Libri che raccontano con precisione pedante e crudele realtà dannate e dolorose. Il romanzo, Cristallo, di Federica D’Ascani, è uno di quei libri.
In genere nelle recensioni analizzo tutto, dallo stile alla sintassi, alla caratterizzazione dei personaggi alla congruità della trama e dell’intreccio. Ebbene, in questa recensione manderò tutto a quel paese e parlerò solo attraverso la pancia, anzi, diciamo pure le viscere, perché questo romanzo di Federica te le attanaglia e te le strappa a morsi. Letteralmente. Dilania la carne e l’anima, le fa a brandelli e poi ti lascia con l’impegno gravoso di rimettere tutto a posto, senza, ovviamente, alcun indizio su come fare per ricomporre tutto per benino.
Vera – e la scelta del nome mi accende una lampadina – è innamorata di Vittorio. Un amore succube, malato. Vive insieme a lui una convivenza malsana, fatta di insulti e mancanza di rispetto da parte dell’uomo e di un sopportare prono da parte di lei ogni sopruso, ogni mancanza. Ogni occasione è buona, per lui, per ricordare a Vera quanto sia inutile, brutta, sciatta e incapace di fare qualunque cosa. È violenza psicologica da parte dell’uomo e sudditanza imbelle da parte di lei. Ciò che li lega e che li tiene assieme non può certo dirsi amore, ma di sicuro un senso di colpa che cresce, serpeggia all’interno dell’intimo di lei e si alimenta a ogni imprecazione, verbosità e insolenza da parte di lui.
Leggere della quotidianità di questi due è puro tormento, dalla prima parola quasi fino all’ultima. Ma se la mente di chi legge si ribella a tanta insania, la ragione e l’esperienza parlano più alto. Vera, Federica D’Ascani, non l’ha chiamata così per caso. Magari non l’avrà scelto apposta, questo nome, non lo avrà pianificato – magari sì, e allora tanto meglio – forse è stato solo un caso; però noi sappiamo che non esistono le casualità in psicologia. Se Vera in questo romanzo si chiama così, è perché questa storia è sostanzialmente Vera. Non importa neppure sapere quanto di autobiografico ci sia in questa trama. Potrebbe essere inventata di sana pianta – non lo credo, ma non importerebbe, comunque – che resterebbe in ogni caso una storia reale, assolutamente, ripeto, vera. Perché accade esattamente nel modo in cui viene descritto.
Ti innamori. Ti lasci trasportare dal sentimento che provi. Ti piace appartenere a una persona e ti delizia sapere di poter essere totalmente sua. Ti annulli. Ecco, questa è la parola chiave nei motori di ricerca della violenza psicologica (ma anche fisica, che spesso è presente, affiancata e complice della sua più subdola sorella): annullarsi. Che se vuoi, ha anche un certo non so che di musicale, come parola. Ricorda il “cullare” della madre di un’infanzia che non vorresti mai aver abbandonato e ti riporta alle antiche nenie che le nonne recitavano insieme ai pater, gli ave e i requiem aeternam. Perché è così bello abbandonarsi fiduciosi tra le braccia di chi ci ama, senza doversi più proteggere e difendere, senza diffidenze di sorta. Ma abbandonarsi non è sinonimo di annullarsi. Le donne lo sanno, conoscono la differenza di significato, ma troppo spesso, purtroppo, lo ignorano, volutamente.
Arriva la prima risposta brusca, il primo rimbrotto irrispettoso. Ma lo si deglutisce a secco, perché in fondo nient’altro è che confidenza, intimità quella che permette al tuo uomo di darti della scema o dell’imbranata. E sempre in virtù di quell’intimità che si pensa di aver raggiunto, si passa sopra quando quello “scema” diventa “puttana” e si trasforma in “sei una merda”. Funziona così. All’inizio comincia così. Poi cambia aspetto. Diventa una rincorsa tra gatto e topo, un circolo vizioso dove l’insulto cementa ancora di più quello che si credeva sentimento.
E quando il lettore, procedendo nella narrazione, avrà la tentazione di pensare: “non è possibile, io me ne sarei andata alla prima cattiveria”, si sappia che in realtà non succede. Ogni sopruso che porti a schiacciare la vittima sarà sempre superato, ignorato, esasperatamente negato. A tutti. Famigliari e amici. Soprattutto famigliari e amici, che il Vittorio di turno avrà fatto in modo di allontanare dalla preda-giocattolo. Perché si sarà instillato e insediato ben nel profondo un senso di colpa che non si riuscirà a estirpare facilmente, e il “io ti cambierò” che così tanto seduce le donne innamorate aleggerà come un miasma ipnotico.
Si scappa solo attraverso un lavoro molto lungo e duro, faticoso e crudele su se stessi, costellato da alti e bassi, da rialzate e ricadute rovinose e, spesso, ahimè, un processo identico e inverso di rivalsa e vendetta nei confronti di chi è apparso all’orizzonte e dimostra con fatti concreti come sia, veramente, l’Amore sano e reale. Esattamente quello che accade a Vera e che Federica D’Ascani ha saputo mirabilmente descrivere.
Perciò, non analizzerò lo stile di Federica – che confermo, in ogni caso, è perfetto, impostato magnificamente, alcune parti pur dolorose e laceranti sono descritte con quasi poetica crudeltà ma perfezione stilistica – o la formattazione del testo o la congruità e la credibilità dei personaggi. È un romanzo importante: permette alle donne di riconoscere i sintomi di una malattia molto difficile da estirpare, l’annullamento di se stesse, appunto. Lo consiglio a tutte, coloro che hanno esperienza di violenza di questo tipo, perché è utile ricordare i meccanismi che hanno innescato la bomba poi esplosa, e a quelle che non ne hanno cognizione, per permettere loro di riconoscere un plagio sin dalle prime avvisaglie. Perché, è bene ricordare che “io ti salverò” di Hitchockiana memoria funziona solo nei film. È un testo di un certo valore, al di là della sintassi e della grammatica. Gli avrei dato il massimo dei voti anche se fosse stato pieno di refusi che in realtà non ci sono. Perché questo è un romanzo che fa piangere e fa sudare sangue. E questo basta a confermarne bontà del testo e utilità di scopi. E ditemi se è poco.