Da quando ho cominciato a leggere romanzi e saggi provenienti dal mondo arabo questo è stato uno dei più difficili che ho incontrato ma che, dopo essere stato lasciato doverosamente a sedimentare qualche giorno, mi ha lasciato più arricchito.
L' autrice ha sicuramente tratto la forza dalla dura e travagliata esperienza della sua famiglia (travolta dal conflitto israelo-palestinese) per darci uno spaccato della vita all'interno di Gaza e dei territori occupati: un popolo indurito dalle sofferenze ma anche appassionato, vitale, quasi poetico nel suo modo di vedere il mondo; legato con ferocia alle proprie identità ed alle proprie tradizioni che di fatto sono l'unica garanzia contro l'annientamento culturale che sembra essere imposto con la forza dalla schiacciante pressione della vicina Israele, che passa da una vittoria all'altra.
Se si vuole capire almeno in parte il popolo palestinese bisogna leggere pagine come queste, pure mentre affrontavo i primi capitoli, la lettura mi aveva infastidito. Perchè le sofferenze subite da questa gente quasi mai si traducono in una giusta volontà di lotta per la libertà e la giustizia ma, condita da orgoglio e spirito di rivalsa sicuramente molto forti, si trasformavano in ansia di vendetta. Quasi ho pensato che non si piangesse il sopruso ma la sconfitta; che non si desiderasse prima la giustizia e poi la pace ma prima di tutto la posizione di privilegio e di dominazione. Questo, unito ad un senso strisciante di superiorità e di disprezzo nei confronti degli occidentali, le cui debolezze vengono esaltate e generalizzate in modo abbastanza goffo e pregiudiziale, stava per farmi interrompere la lettura. Come si permette questa gente che guarda con compiacimento al marito che prende a schiaffoni la moglie se non si comporta bene, che ancora avanza per matrimoni combinati, di dare lezioni di civiltà a me? Detto che è abbastanza naturale che avvenga questo (quasi mai le rivoluzioni avvengono per la giustizia, ma segretamente per sostituire la classe dirigente nella posizione di comando), in un secondo momento ho pensato che questo ragionamento non fosse corretto. La realtà è che se si compiono passi per andare incontro all'altro da sè, è quasi normale aspettarsi una diversità che scandalizza, che potrebbe quasi offendere: altrimenti che altro sarebbe? Non avevo nessun diritto di sentirmi giudicato nè di giudicare, soprattutto considerato che si parla di un popolo esacerbato da decenni di oppressioni. Può sembrare banale ma resta un passo importante da tener sempre presente, soprattutto quando si vive bersagliati da messaggi di segno opposto.
Dal punto di vista storico-culturale la lettura è importantissima. "Nel blu tra il cielo ed il mare" ancor più di "Ogni mattina a Jenin" ci dà un'idea chiara di un popolo, del suo modo di vivere e di pensare, della sua idea di casa, ma anche e soprattutto di che cosa significhi il dramma dell'esilio e dell'emigrazione (si possono immaginare argomenti più attuali, visti i tempi)? Le pagine dell'emigrazione di Mamduh negli Stati Uniti che porterà alla crescita forzata della piccola Nur in un paese straniero da un lato descrivono molto bene il senso di straniamento ed il dolore dello strappo, dall'altra prestono il fianco a critiche secondo me oggettive.
La visione che Susan Abulhawa dà dell'americano medio (per bocca dei protagonisti, ma parrebbe che lo pensi anche lei) è quello di un vizioso immorale, nel peggiore dei casi un maniaco pervertito. Leggendo questa parte appare al lettore quasi normale che la madre americana di Nur (nata da un matrimonio misto) sia poco più che una sgualdrina mentre il padre musulmano virtuosissimo, così come appare più che giustificato che alla morte del padre si faccia di tutto per strappare il figlio alla madre (la quale nel frattempo si è risposata con un uomo che -ovviamente- è un pedofilo) e riportarlo in Palestina. Al di là che leggendo romanzi mi ha sempre dato fastidio che si concentrino troppe deviazioni tutte insieme, perchè non è credibile (ho recensito severamente Maurizio de Giovanni riguardo a questo, per esempio), chi parla della fatica di un matrimonio misto deve mostrare anche il pianto delle madri che hanno sposato ed avuto figli da mariti arabi e se li sono visti portare via, ad esempio. Se poi penso che la madre in questione è spagnola (l'autrice la definisce Castigliana - perchè non abbia voluto dare alla Spagna la dignità di nazione non si capisce), la scena diventa ancor meno credibile, perchè il popolo spagnolo è in assoluto tra i più legati al valore della famiglia specialmente nelle sue fasce più conservatrici, alle quali il personaggio in questiomne sembra appartenere.
Non sto dicendo che una nichilistica mancanza di valori che spesso porta al vizio non sia presente negli USA, e ci sono opere di letteratura americana che ce la mostrano molto bene - ma qui si sta parlando d'altro, ed infatti siccome spazio e risorse sono pochi, il tutto si riduce a poco più che al ribadire un pregiudizio ed una generalizzazione abbastanza inaccettabili.
Se si vuole leggere del declino dei valori negli Stati Uniti Francis Scott Fitzgerald, John Steinbeck, Kent Haruf, Philip Roth e molti altri lo hanno fatto meglio, in modo ancor più incisivo se possibile, a ragion veduta, e senza pregiudizi e generalizzazioni.
Sono invece bellissime ed intrise di struggente solitudine le pagine che ci descrivono il peregrinare di Nur da casa di accoglienza a casa di accoglienza, da affido ad affido, uno più problematico dell'altro. Sono temi importanti e problematici, su cui il libro fa riflettere.
Punto molto importante da cogliere MAI, in tutto il libro, il confronto tra palestinesi ed ebrei, tra palestinesi ed americani, si svolge sul piano religioso. Il cristianesimo compare una sola volta in questa storia, e quando lo fa, lo fa per dirsene bene. Il palestinese di religione cristiana Abu Michele vive tra la sua gente rispettato da tutti e senza che nessuno pensi minimamente di toccargli un capello per questo, e sarà la repressione israeliana ad abbatterlo senza motivo. Sarebbe bene che le persone se lo ricordassero, quando Trump o Salvini invitano alla crociata per la difesa del creocifisso o altre amenità del genere.
E' un bel libro che mi ha fatto conoscere meglio il popolo palestinese e la sua storia, incluse alcune figure molto belle del suo immaginario fantastico come il Djinn, un personaggio mitologico che avevo già incontrato ma solo di sfuggita. E' un libro che strappa il velo sui crimini e le mostruosità commesse da Israele nel corso del suo conflitto col popolo palestinese. Ma è anche un libro intriso di un senso di superiorità del mondo arabo nei confronti del suo altro, un senso di superiorità che non viene giustificato in alcun modo dalla lettura: se è umano e naturale in una nazione che ha sofferto molto come quella palestinese (quanta simpatia mi ispira Umm Mamduh, anche quando dice che "per fortuna Nur non è più americana"!), l'autrice lo fa suo con troppa facilità, dimenticando la sua responsabilità di scrittrice.
In questi anni sempre di più mi sforzo di dividere le persone non per razza o nazione o cultura, ma tra uomini di pace e uomini di guerra. Il mio avvicinarmi alla letteratura contemporanea del mondo arabo nasce dalla mia convinzione che la pace si fondi sulla conoscenza, sull'incontro, sullo sforzo di comprendere l'altro ma soprattutto dall'integrazione, cioè la disponibilità di lasciarsi cambiare dall'altro. "Nel blu tra il cielo ed il mare" mi ha fatto rendere conto di quanto in realtà io fossi indietro da questo punto di vista, e per questo sono grato a Susan Abulhawa. Però, leggendo questo libro ho avuto la definita sensazione che Susan Abulhawa sia, per certi versi, l'alter ego di Oriana Fallaci, e che nella suddivisione suddetta, la dovrei mettere tra le donne di guerra.
E questo non glielo perdono. Tre stelle.