A pezzi. Mi ha steso, lavato lo stomaco, commosso, incattivito, atterrito, lasciato senza parole e con un'ansia che non vuole andarsene da quando l'ho finito, ed era stanotte.
Alfredo è il gemello finto di Beatrice, miglior amico, vicino di casa, sfogo e ristoro nei giorni cattivi, compagno in quelli buoni. Ma Alfredo è soprattutto un povero bambino maltrattato e dimenticato. Mi ha ricordato una margherita con lo stelo lungo in un prato di trifoglio basso, tutti la calpestano, il vento la batte, la pioggia la piega, il sole la risolleva. È sempre lì Alfredo, come la margherita. Stanco, ferito, sporco, lacero, affamato. Niente sembra piegarlo finché ha qualcuno su cui contare, i fratellini prima, Bea e sua mamma poi. È terribile la pena che provi per lui leggendo, come la rabbia che ti fa quel padre di merda che nemmeno tutte le tragedie e le sfighe del mondo possono giustificare.
Una lettura che mi ha rivoltato lo stomaco per quanto è cruda, e che non dimenticherò. Alfredo è solo un personaggio ma rappresenta tutti i bambini del mondo buttati sulla faccia della terra a soffrire, senza nemmeno un briciolo di compassione e tenerezza. È poi un ragazzo solo e perso, senza fiducia, senza speranza, senza niente. E alla fine è un uomo a pezzi, come suo padre prima di lui. Un'incrollabile infinita serie di paure e un'unica certezza: l'amore per Beatrice, quella che ha sempre amato e sempre cercato di salvare. Pure ora, ora che deve salvarla da se stesso.
Vado a cercarmi un film comico e una birrozza, altrimenti mi scoppia la depressione.
Valentina D'Urbano è una grande scrittrice/vampiro, non usa paroloni o troppa prosopopea, ma tantissima empatia, con cui ti cattura e ti rapisce. E non ti molla finché non ti ha risucchiato nella sua storia.