Vittorio Sermonti ha dedicato molti anni della sua vita a raccontare Dante, prima alla radio e poi in affollate letture pubbliche (oltre che naturalmente nei suoi libri). Il suo nuovo progetto riguarda invece l'opera del maestro e guida di Dante, Virgilio. Il libro è il racconto-commento di tutti i canti del poema di Virgilio, ciascuno seguito da una nuova traduzione integrale, opera dello stesso Sermonti. L'Eneide riacquista la capacità di parlare ai lettori, con parole di questo tempo.
Dicono di lui (Vittorio Sermonti), che ha esagerato con lo stile moderno e colloquiale per la sua traduzione dell'Eneide; sì, ma attenzione a capire bene. Non stiamo parlando di un'Eneide "in blue jeans": non è che trovate una versione per gggiovani, del tipo "fottiti, Turno!" o "ehi, fratello, ficcati quel giavellotto etc etc...", sia ben chiaro. La traduzione di Sermonti è nel complesso rigorosamente fedele all'impianto originale, anche se non eccede in arcaicismi e trova dei compromessi linguistici più moderni laddove possibile. E, ribadisco, assolutamente innocui e tra l'altro molto molto efficaci. La virginale bellezza del poema latino non è violata. Per niente. Fatta questa doverosa premessa, vediamo dove sta, questa differenza stilistica con altre versioni, datate e non. Ho trovato in rete alcuni spezzoni della celeberrima traduzione di Annibal Caro (1507-1566); linguaggio arcaico, barocco, fiorito. Secondo molti, é fondamentale questo tipo di traduzione, perché rispecchia l'aulicità di Virgilio stesso. Nulla da ridire, ma questo vale per i latinisti (veri e presunti tali). O almeno, per quelli che "studiano" un'opera,che la sviscerano, che leggeranno anche le altre versioni "dotte" (Canali per la Mondadori, Scarcia per la BUR, Calzecchi Onesti per Einaudi, Vivaldi per la Garzanti, Scaffidi Abate per la NewtonCompton e chissà quali altri ancora). Per noi, avanzi di istituto tecnico, come per tutta la schiera di "saturi da liceo", Sermonti è una manna dal cielo. L'Eneide diventa un'epopea mozzafiato, intensa, cruda, tangibile, si legge col fiato corto, e l'immenso immaginario classico, con i suoi dei, semidei, ninfe, luoghi, nomi, secondi nomi, terzi e quarti nomi dei personaggi, viene spiegato non avvalendosi delle consuete noticine che spezzettano la lettura, quelle noticine "colte" che generalmente si capiscono solo a metà perché sottintendono che tu sia un mostro di cultura classica; il tutto viene spiegato "prima" della lettura, come una buona guida turistica fa prima di avventurarsi in un paese ignoto. Ovvero, prima di ogni "brano" (l'Eneide è divisa in XII libri, Sermonti divide ulteriormente ogni libro in due parti: totale, 24 "commenti preparatori"). Ti dà la sensazione, durante la lettura del testo virgiliano, di avere già le conoscenze necessarie per il viaggio; anche se queste conoscenze risalgono solo alla pagina precedente. Spoiler? Naaaa, indicazioni necessarie e ponderate. "Quando sei là, sappi che...", "In quel punto, è bene sapere che...", "Quel nome che troverai là, significa..." etc etc. Così "agevolati", non resta che il piacere della lettura. E che piacere. Che splendida avventura, l'Eneide! Non scorderò mai il doloroso racconto di Enea sulla devastazione di Troia, lo strazio della regina Didone, il match di pugilato tra Darete ed Entello (altro che Muhammed Alì!), la discesa nell'Ade alla ricerca di Anchise, la cronaca epica e sanguinolenta dell'assalto dei Rutuli guidati da Turno (un insigne prototipo per il genere fantasy)... Che aggiungere di più: non avrei mai pensato di leggere un classico latino, e ora invece mi attardo nelle librerie a caccia del prossimo...
La traduzione di Sermonti, che finalmente si porta oltre quella antiquatissima di Annibal Caro, impietosamente somministrata a studenti di ogni ordine e grado, è eccellente. Lo sono anche le sue scoppiettanti introduzioni ai canti, forse più brevi dei quello che avrebbero meritato, essendo destinate a letture radiofoniche. Il problema è il testo originale. Per metà un capolavoro, finché si parla di vicissitudini troiane e dell'infelice amore di Didone. L'altra metà è una quasi insostenibile sequenza di ammazzamenti molto splatter, che possono al massimo entusiasmare dei ragazzini. Tutta la storia potrebbe essere perfetta come sceneggiatura per un film hollywoodiano, prima con le peripezie nautiche e sentimentali, poi con ritmi e sequenze di battaglia per un finale in grande stile ricco di effetti speciali in cui i buoni vincono e perdonano pure i cattivi. Viene peraltro da chiedersi quanto ci sia di vero e di storico in vicende come questa o nell'epos omerico. Se non altro per il fatto che le navi con cui Ulisse o Enea solcano il Mediterraneo sembrerebbero immense, vista la quantità notevole non solo di persone che trasportano, ma anche di pecore, capre e tori destinati ai sacrifici, e di armi e pregiato vasellame d'oro e d'argento da dare in premio o in dono. E invece gli archeologi ci dicono che le "navi" di quell'epoca lontana erano poco più che barche. Non parliamo poi degli eroi, che “palleggiano” armi pesantissime a mazzi e le scagliano lontanissimo manco fossero i robot giganteschi dei cartoni animati giapponesi… Non so, qualcosa mi dice che le guerre a quell’epoca andassero in altro modo rispetto a come se e ce le raccontavano.
Una bellissima, moderna e a tratti arguta traduzione di Vittorio Sermonti, con un altrettanto bel commento, per un capolavoro assoluto della letteratura mondiale. Nell'Eneide c'è tutto: guerra, oslidarietà, amore filiale, pietà, spietatezza, razzismo e xenofobia, coraggio, ferocia, amore e morte. La poesia di Virgilio è straordinariamente attuale a saperla leggere, tocca temi universali che superano le barriere del tempo.