Oggi nessun occidentale si aspetta qualcosa di decisivo dalla storia e dalla politica, i grandi avvenimenti sono vissuti come astrazioni, meccanismi o spettacoli e tutto quello che interessa, a cominciare dai conflitti fra legami e piacere, si gioca nel tempo presente e nello spazio del privato.
Negli ultimi cinquant’anni la vita psichica delle masse occidentali ha subìto una metamorfosi molto profonda; tutti noi ne siamo stati trasformati e travolti. Oggi le categorie con cui di solito si giudica il presente, con cui si prende una posizione etico-politica sui problemi del nostro tempo, danno l’impressione di non cogliere la realtà, o perché si riferiscono a un futuro che, non rimandando più a un progetto politico, costituisce solo la proiezione di un desiderio, o perché si riferiscono a un passato che non tornerà. Quali sono i tratti più vistosi della metamorfosi? Che cosa è accaduto?
Testo abbastanza deludente, tanto più perché figlio di un ragionamento lucido e informato. Purtroppo, non dice nulla di nuovo e non lo dice meglio rispetto ad altri pensatori, anzi a volte risulta molto approssimativo. Nonostante sin dalle prime pagine il libro venga presentato come una sorta di quaderno d'appunti, il fatto di dirlo non rende migliore quanto verrà dopo.
La prima parte è un elenco delle caratteristiche della vita contemporanea: chiusura nel privato, indifferenza al pubblico, libertinismo normalizzato, tradimento degli antichi valori di impegno (sia politico che lavorativo). Sono cose note, che il testo dà anche per scontato e che si limita a mostrarle, senza nascondere anche una fastidiosa vena moralistica (opportunamente segnalata dall'autore stesso). E' il testo scritto da un uomo nato in un'altra epoca che si ritrova di fronte ad un nuovo che gli sfugge: c'è una rilettura del '68 e del '77, visti come momenti di rottura che, però, hanno facilitato il discorso del capitalista, anziché limitarlo: se prima il capitalista vendeva, ma all'interno di un contesto che aveva molti limiti morali, oggi i limiti sono stati rotti e tutto è diventato vendibile, tutto può essere compiuto per godere. Quell'elemento rivoluzionario si è trasformato nell'anticonformismo che si fa funzionale al discorso dei consumi. L'analisi, per quanto corretta, non nasconde alcuni elementi conservatori: nel volere criticare gli aspetti più negativi, critica anche quelli positivi come il divorzio e l'aborto, non più visti come espressioni della libera scelta, ma come strumenti per deresponsabilizzare ancora di più l'attività sessuale. Posizione pasoliniana, ma posizione che vuole guardare le cose in maniera un po' troppo meschina.
La seconda parte è interessante, ma mostra come epifania qualcosa che è, invece, sotto gli occhi di tutti: l'orizzontalità dei valori. Noi più giovani ci siamo immersi: su FB, nella Home, si passa dagli articoli sugli attacchi terroristici a quelli delle partite di calcio o alle foto degli amici al mare. Ora: se si vuole analizzare l'intero contesto, si percepisce un collage mostruoso. Ma, il più delle volte, la Home di FB si guarda in maniera selettiva: ci si concentra su ciò che ci interessa, mettendo in "pausa" il resto. Mazzoni, sbalordito di fronte alla compresenza di monumenti sulla Guerra Fredda e cartelloni pubblicitari a Berlino, mostra, forse, un eccesso di interpretazione semiotica che lo getta nell'angoscia. Ciò ci segnala un cambiamento di sensibilità: se prima c'era bisogno di una sorta di preparazione psicologica per intraprendere un nuovo stato emotivo, ora si è molto più rapidi e veloci nell'adattare la propria emotività a un nuovo stato. Questo è sintomo di un tempo che accelera, che vive in maniera meno storica e più puntuale (tra le altre cose, ciò viene segnalato dallo stesso Mazzoni nella prima parte). Infine, il discorso di Mazzoni è condivisibile, ma troppo enfatico: il cambiamento di sensibilità non è necessariamente figlio di insensibilità. C'è un che di moralista in questo continuo non capire la nuova sensibilità "elettronica" delle nuove generazioni, a fronte di quella più "meccanica" delle generazioni passate.
Inoltre, il testo termina con la percezione di un disagio di fronte alle comodità dell'Occidente. Anche qui si mostra una posizione parziale: molti che vivono nell'Occidente non partecipano a questa comodità. Anzi, le nuove generazioni (tranne quelle che appartengono a una certa classe agiata che sembra essere diffusa, ma solo se si ha come ambiente quello delle Università che, a discapito del nome, ha ben poco di universale) si ritrovano di fronte a un quantitativo di scomodità allucinante, che molto spesso provocano reazioni di lotta che vanno al di là del mero accucciarsi tra i comfort casalinghi. E alla fine questo testi si rivela per ciò che è: le vecchie generazioni, di fronte alle comodità accumulate, sostanzialmente non riescono a spiegarsi come abbiano potuto far sì che il mondo diventasse così come lo vediamo oggi. Dopo tutto il bene che hanno ricevuto, non riescono a: 1) capire il nuovo; 2) a partecipare alla sensibilità che loro hanno contribuito a costruire; 3) a uscire dalla bolla di comfort per vedere che lo stile di vita occidentale non è che appannaggio di una classe che, pian piano, sta sparendo e che esiste solo grazie alle pensioni dei vecchi nonni o agli stipendi dei genitori sempre più vecchi.
Un libro snello, agevole, scorrevole, che non propone soluzioni, ma osserva il mondo che ci circonda. Una visione sicuramente personale, ma di un pensatore acuto e attento. Non concordo affatto su una visione così apocalittica, perché la storia è lunghissima e la storia delle masse - che poi è quella di cui l'autore si occupa - è davvero, davvero breve. Quindi, non credo affatto che siamo di fronte alla fine della storia: è una visione che non posso sostenere, da studentessa di storia. Però è un libro che porta a tanti stimoli e riflessioni ulteriori, corredato da una bibliografia che sicuramente approfondirò.
A tal proposito, mi ha mosso una riflessione che porterò avanti, ovvero: in realtà, ciò di cui noi (ovvero noi schiavi, noi classi, noi masse, chiamiamoci un po' come ci pare: non noi potenti e non noi intellettuali) siamo sempre davvero stati privati è la noia. Tutte le idee e le riflessioni migliori sono nate dalla noia. Quanto si doveva annoiare Aristotele, per dire? Ecco, prima ci hanno privati della noia dicendoci che i "laboratores" dovevano salvare il mondo terreno per guadagnarsi il regno di Dio, poi ci hanno messi nelle fabbriche per garantirci il tempo libero, e poi ci hanno dato in mano uno smartphone. Sto semplificando esageratamente, ma penso che la rivoluzione nascerà quando saremo in grado di ribellarci a noi stessi, all'istinto di scrollare o di ascoltare la musica o di fare qualsiasi cosa e, per un'ora al giorno, ci sforzeremo di ANNOIARCI. Ricordo che quando ero piccola passavo ore e ore a fissare il soffitto prima di dormire, e tutte le idee che ora mi frullano in testa arrivano da lì. So che non sono l'unica. Torniamo ad annoiarci, questa è la mia personalissima soluzione. Io sicuramente ci lavorerò e ci sto lavorando, vediamo se in effetti questo avrà un effetto oppure no. Se istituissimo l'ora mondiale della Noia, e tutti in contemporanea ci annoiassimo davvero, penso che gli esseri umani potrebbero salvarsi da sé stessi.
Ammetto di aver capito solo in parte, ma è stata una lettura interessante che spiega un po' il mondo di oggi, un mondo con una società sempre più egoista o comunque sempre più introdotta nel concetto di American way of Life ovvero pensare alla propria realizzazione. Nessuno tornerebbe più al passato, dove si faceva la fame e le differenze erano feroci. Però c'erano ideali veri, si ricordavano le cose. Oggi è tutto transitorio, ne completamente scisso dalla religione ne dalla laicità eppure anche totalmente separato. Mi sono sicuramente spiegata male, ma ho potuto vedere la realtà nel libro.