This autobiographical narrative provides an alternative perspective of World War I, recounting the experiences of a Roman schoolboy who volunteered to fight against the Allies after Italy surrendered in 1943. But he is not sent to the front. Instead, with professional soldiers from the Russian front and fanatical fascists, he fights in the civil war that raged in Mussolini's puppet state. He is captured in Milan after the German surrender and is spared execution by his captors, boys of his own age.
Carlo Mazzantini è a stento diciottenne l’otto settembre del 1943, quando l’Italia firma l’Armistizio con le forze alleate. Per lui, come per tanti altri suoi coetanei, è la fine di un mondo. Il loro mondo. La sua generazione è quella che nel fascismo è nata e cresciuta; nel bene e nel male, rappresenta il loro orizzonte. Orizzonte che si infrange, capovolgendo le loro esistenze e gettandoli allo sbaraglio in un mondo che non ha più equilibrio. Pensateci un attimo, al di là delle ideologie, provate a immedesimarvi. Ragazzi, poco più che adolescenti, in un paese lacerato, devastato dalla guerra, che ha perso il centro. Il re non c’è più, il governo nemmeno, l’esercito è allo sbando. Il nemico di ieri è l’alleato di oggi, e quelli che fino a ieri erano i tuoi kameraden adesso sono i tuoi nemici. Non è revisionismo, né un tentativo di apologia. Se ti immedesimi davvero, quella morsa allo stomaco – che Mazzantini richiama spesso - la senti anche tu. E così Carlo, insieme ad altri coetanei, parte per il nord. La loro reazione, una ribellione adolescenziale a ben vedere, è dire “no, io non mi arrendo”. Pensano di andare a combattere gli americani, invece non sanno che la guerra in un paese senza centro è diventata anche una guerra fratricida. Una guerra civile. Non lo sanno, ma lo scoprono presto, che dall’altra parte ci sono ragazzi, anche loro nemmeno ventenni, che hanno fatto una scelta diametralmente opposta. E inizia una mattanza, fatta di ombre e fantasmi – i partigiani, loro, non li vedono quasi mai da vicino e quando capita, l’incontro assume tinte quasi mitologiche – ma è una strage inutile. Non c’è nemmeno l’odio, soltanto la paura e l’istinto di conservazione. E una folle corsa verso un epilogo fatale, che questi ragazzi sembrano presagire fin dall’inizio. Uno di loro, infatti, dice “non volevamo sopravvivere alla fine del mondo che ci aveva prodotti e che era il solo che conoscevamo”. Quando la fine arriva, alla violenza si aggiunge altra violenza. Quella degli altri, quella che non viene raccontata, fatta di stragi silenziose, perché non interessano a nessuno. Ci si volta dall’altra parte, lasciando che quella violenza si sfoghi e il suo prodotto finisca nei rivoli oscuri della storia, dove non verrà scomodata. Ancora, questo non è revisionismo. Mazzantini ne parla con amarezza: erano giovani di vent’anni, sopravvissuti a una guerra, ma a cui non spettava il nuovo mondo che si profilava all’orizzonte. Gli anni successivi lo testimoniano: fanno fatica a inserirsi nel tessuto sociale, sono isolati. Fantasmi. Quelli che sono sfuggiti alle ritorsioni, alle vendette. E come raccontare, come parlare di loro, a un mondo che non ne vuole sapere, che li vuole ignorare, che li ha calpestati quando ne ha avuto l’occasione, dopo averli supportati, temuti, e anche amati? “Come fai a raccontarla la storia dei figli di nessuno!” Ma soprattutto, a chi? Chi vuole ascoltarla? Ancora oggi non c’è che un piccolo numero di spettatori che voglia assistere a questa tragedia. Emblematica, in tal senso, è la chiusura del libro. Anni dopo, Mazzantini va a trovare l’unico partigiano che si era mostrato benevolo, o quanto meno neutrale, nei loro confronti durante la prigionia. E rimane colpito dalle parole che gli rivolge quest’uomo, ormai vecchio, per cui però la vita è andata avanti, l’ha riassorbito nel suo flusso. «Eravate bravi ragazzi! E pensa…potevamo avervi ammazzati!» Termina così, con una nota amara, in cui si rivela tutta l’inutilità dell’odio, della morte, del sangue, della strage che ha governato quegli anni.
Fa rabbia, questa lettura. Fa rabbia perché dentro ci sono emozioni forti, crude, taciute perché scomode. Perché fa paura scoprire che il “nemico” è umano come te, esattamente come te. Non è nient’altro che un ragazzo di vent’anni, che ride, sogna, vive, e teme il futuro tanto quanto te.
Ribadisco ancora una volta che qui non si fanno revisionismi. Non si può pensare di studiare, comprendere, e soprattutto raccontare la Storia guardando solo un lato della medaglia. Mazzantini dice che la loro è la storia dell’altra faccia della luna, quella che rimane al buio, non viene vista, ma c’è. E proprio perché c’è deve essere affrontata, guardata in faccia, capita. La Storia non è una tifoseria da stadio, non esistono buoni e cattivi come al cinema e nelle favole. La Storia è fatta di uomini, sentimenti, azioni, che piacciano o meno, che facciano stare comoda la nostra coscienza o meno. Di certo non è ignorandole che possiamo cancellarle. Io mi spingo oltre e non le condanno neppure. All’inizio, vi ho chiesto di immedesimarvi, che è una cosa che io personalmente faccio spesso, forse per deformazione professionale. Voi siete proprio certi della scelta che avreste fatto, di come vi sareste comportati?
E'cupo,crudo,tragico e drammatico come quei giorni del 1945. E molto realistico,purtroppo. L'ultima pagina ne sintetizza il significato in un modo eccelso:la vita di chiunque è sacra ed è un dono irripetibile
La triste storia vera, autobiografica, di un ragazzo che credeva in Mussolini anche dopo l'8 settembre. Carico di rabbia e delusione, a 17 anni parte da Roma per andare a combattere al nord, al fronte. Trova partigiani da fucilare, civili che lo schivano con sospetto e odio, promesse sempre più vuote, il 25 aprile a Milano guardando in faccia la morte per quattro giorni, fino a essere restituito a una vita che lo rifiuta.