«Se la storia dell’economia italiana può insegnarci qualcosa, la strada per evitare il declino non può che essere una: dotarsi degli stessi fondamentali su cui poggiano le economie forti del continente. È la strada più difficile da seguire per la classe dirigente − politica e imprenditoriale − e per questo è ancora più importante che l’opinione pubblica ne sia consapevole»
Nel suo percorso millenario il nostro paese ha conosciuto fasi alterne di prosperità e di declino. Dopo i successi del Novecento, da anni sembra arenato nelle secche di una lunga stagnazione, che non trova paragoni nel resto dell’Occidente. Come è stato possibile passare da una realtà economica tra le più floride all’attuale declino? Alla luce delle più aggiornate ricerche sul reddito e sulla disuguaglianza, sul divario Nord-Sud e sulla performance delle imprese, il libro mostra come l’origine dei successi e dei fallimenti italiani sia da ricercarsi nell’assetto politico e istituzionale del paese, nelle sue classi dirigenti e nel modo in cui esse hanno inciso, nel bene o nel male, sulle condizioni profonde della crescita.
Emanuele Felice è un economista, saggista e storico italiano. Dal 2019 è professore ordinario di Politica economica presso l'Università "Gabriele D'Annunzio" di Chieti-Pescara. In passato ha insegnato nelle Università di Bologna, nell'Università di Siena, nell'Universidad Pablo de Olavide di Siviglia, nella Universitat Autònoma de Barcelona.
24/10/2019 (****) Un ottimo saggio, dettagliato e - soprattutto - equilibrato nel costruire una analisi sul declino evidente (anche al di là dei dati statistici e economici, giacché ne annusiamo ogni giorno l'odore nell'aria che soffia, a tutte le italiche latitudini) dello Stato italiano.
E' questa una lunga fase che secondo tutti gli indicatori perdura dagli anni Novanta, quando al cambiare della situazione internazionale prima favorevole (con il tracollo del blocco socialista, la deregolamentazione finanziaria, la globalizzazione, la crescita asiatica, l'introduzione dello SME - progenitore dell'euro) l'Italia, che veniva da vent'anni di crescita drogata dall'aumento del debito pubblico e da processi svalutativi della lira per rendere i prodotti italiani - meno cari - più appetibili sui mercati esteri, si blocca in una stasi che dura a tutt'oggi.
L'Italia, paese anomalo di suo, è oggi in una condizione che non ha paragoni fra i paesi occidentali (e non solo): è ferma da 20 anni, al contrario di tutto il resto d'Europa. La tesi, ben corredata da dati e da una lucida analisi, è che questo lungo declino non dipenda, come si sente dire da qualche tempo, dall'introduzione dell'euro (anche se la fissazione di cambi fissi ha sicuramente penalizzato il sistema industriale nazionale, da decenni abituato alla leva della flessibilità del cambio azionata come svalutazione competitiva, e anche se l'architettura europea, pur con buone intenzioni di massima, ha mostrato giganteschi difetti di costuzione, sperequativi e tutt'altro che di buon senso, alla prova dei fatti).
La crisi dipende da un sistema-nazione sclerotizzato, avvitato intorno ai propri difetti, accentuatisi dopo i venti anni ruggenti seguiti alla II guerra mondiale (il miracolo economico, 1950-1970, più o meno), anni in cui classi politiche e dirigenti sempre più inadeguate hanno sprecato occasioni su occasioni per mantenere il Paese al passo coi suoi competitori (GB, Francia e Germania principalmente - e se si pensa da dove era partito lo Stato unitario nel 1861, rimane in ogni caso straordinario che in 100 anni si sia arrivati fin lì), preferendo i finanziamenti a pioggia e i risultati di breve o brevissimo orizzonte (spesso a fini clientelari e elettorali) a politiche di lungo respiro e pianificazioni intelligenti. Ora, semplicemente, finita la spinta propulsiva del miracolo economico, finita la possibilità di fare uso della combinazione debito pubblico-svalutazione competitiva, i nodi semplicemente vengono al pettine. Il sistema industriale si tiene in piedi con difficoltà, travolto in molti settori (sui quali si è investito in maniera poco lungimirante) dall'impari lotta con l'Asia, quasi privo di grandi industrie e quasi inesistente negli ambiti che oggi significano modernità (telecomunicazioni, elettronica, digitale, biotecnologie). A peggiorare la situazione, la stessa architettura democratica pare ormai ridotta ai minimi termini, tramortita da un venticinquennio devastante di avventurieri e demagoghi che - per ora - non hanno forse voluto darle il colpo di grazia (e mi riferisco soprattutto a Berlusconi - ma potrei citare i più recenti Renzi e Salvini; i 5 stelle sono un'armata brancaleone fuori categoria).
Il libro parte da lontano, e illustra come l'Italia - più di qualunque altro paese - abbia attraversato nella sua lunghissima storia vari cicli di crisi e prosperità: dall'età romana ai secoli bui, dall'epoca mercantile e rinascimentale ai nuovi secoli bui del Sei-Settecento, dalla difficoltosa Unità al miracolo economico. Il problema è che siamo evidentemente in mezzo a una profondissima crisi - sistemica, non solo economica - e che l'unico modo per uscirne sarebbe affrontare i problemi atavici del paese, noti a tutti: basso tasso d'istruzione, bassa spesa in ricerca, corruzione e evasione fiscali alte o endemiche, clientelismo, inefficienza della burocrazia, superfetazione legislativa, lentezza del sistema giudiziario.
Tutto questo, oltre ai due macigni più consistenti a tappare ogni tentativo di riscossa: il cronico stato depressivo del Meridione (fetta consistente, anche in termini demografici, del Paese), e la correlata presenza invasiva delle mafie; l'assoluta e totale impreparazione della classe politica, ormai sempre più cialtronesca, arrivista e avventuriera, priva di qualunque visione strategica e incapace di governare un paese moderno e complesso, e costretta pertanto a affidarsi nelle mani di una sempre più potente casta di tecno-burocrati, gli unici a conoscere le leve del potere e i modi per servirsene.
Non c'è nulla per cui stare allegri, purtroppo.
Il libro è ottimo; molto interessante in particolare la parte relativa agli anni post-unitari (1861-1914), assolutamente centrali, con molti spunti interessanti. La parte che copre il "secolo breve" si fa invece più tecnica, perdendo leggermente di chiarezza ma non di esaustività. Consiglio, in accoppiata con questo titolo, il sempre valido e stupendo Storia economica dell'Europa pre-industriale.
Penso che possa essere utile, per capire l'attuale situazione economica italiana, conoscerne la sua storia. Credo che sia un saggio eccellente sotto molti punti di vista: chiaro anche per i babbei come me, ma rigoroso, con ampi riferimenti alle fonti, descrizione dell'approccio utilizzato, esposizione di interpretazioni diverse.
Un libro prezioso: ben scritto, ben argomentato, ben strutturato. Felice riesce nel difficile compito di spiegare la storia economica d’Italia in maniera semplice e fluida. Viene analizzata l’economia della penisola dall’epoca romana fini ai giorni nostri, in un altalena di fasti e disgrazie. La ricca bibliografia permette adeguati approfondimenti e il taglio e la struttura dei capitoli rendono molto discorsivo, ma sempre scientificamente fondata, la lettura. Davvero interessante e disarmante la tesi che le disgrazie attuali siano in gran parte dovute ad una classe dirigente miope.
Ascesa e Declino (Rise and Decline) is a work that illustrates the evolution of the Italian economy from the Roman Empire to some of the relatively recent events of 2011 (this book was published in 2015). This book briefly summarized some of the evolution of the Italian economy over a long period of time - nearly 1711 years. It presents some of the most relevant problems of our economy causes by disunity, political conflicts, high public debt and corruption.
This book, as an Italian, is very interesting to read. Although it presents some economic information that I am not very familiar with, it gives a very general overview of the Italian economy. To me, it explains the reasons why our economy is still considered very weak compared to other Western countries (such as Germany and France). In conclusion, I read this book just before my intention in emigrating to another European country because of the few and desperate conditions of the labour market in Italy.
A tratti noioso da leggere (per il tono un po' accademico), ma prezioso per come ti fa capire l'evoluzione storica e la naturale conseguenza dei fatti. E' sempre giusto considerare ogni spiegazione come una congettura, ma Felice presenta sicuramente una raccolta significativa di fonti e la sua ipotesi coincide con molte osservazioni di esperienza personale. La frase più importante: «Se la storia dell’economia italiana può insegnarci qualcosa, la strada per evitare il declino non può che essere una: dotarsi degli stessi fondamentali su cui poggiano le economie forti del continente. È la strada più difficile da seguire per la classe dirigente − politica e imprenditoriale − e per questo è ancora più importante che l’opinione pubblica ne sia consapevole»