Debbo ringraziare un conoscente per avermi consigliato questo libro che, confesso, non avevo neppure mai sentito nominare. Una sorpresa. Una piacevolissima sorpresa. Conoscevo il Primo Levi che raccontava dei campi di concentramento. Ma non conoscevo questo Primo Levi così gioioso. Perché questo è un libro “sereno”. Ed è un libro che ho sentito così vicino da esserne quasi commossa.
La struttura non è originalissima, ovvero si tratta di una serie di racconti, che potrebbero anche vivere e stare in piedi se presi a se stanti, ma che sono invece legati da un’altra storia, che fa loro da “cornice” e lo trasforma in un tutt’uno armonioso. Primo Levi incontra, durante un viaggio di lavoro, Libertino Faussone, di professione montatore. Poco importa se è vero o no. Come egli stesso scrive nel finale, citando Conrad,
"Se anche fosse vero che il Capitano MacWhirr non ha mai camminato o respirato su questa terra, posso tuttavia assicurare ai lettori che egli è perfettamente autentico."
E, infatti, Faussone è così: autentico e vero. Almeno qui da queste parti.
Originalissima è, al contrario, la materia di questo raccontare. Libertino, che così si chiama perché l’ingenuo padre pensava che tra “Libero” e “Libertino” vi fosse la stessa differenza che c’è tra “Giovanni” e “Giovannino” e, non potendo imporgli il primo, gli ha imposto il secondo, dopo aver incontrato questo suo connazionale nelle lontane terre russe, narra a ruota libera del suo lavoro. Ed il suo lavoro è montare gru, innalzare tralicci, tirare i cavi di ponti sospesi, far galleggiare giganteschi derrick, saldare silos e piloni della luce. E lo fa in un modo appassionante, quasi creando una certa suspanse, tanto che il lettore si stacca a fatica dalle sue pagine. E lo sapete perché? Perché Faussone ama il proprio lavoro.
Questo è, infatti, il nodo centrale del libro, l’amore per il lavoro.
"Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la miglior approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono. Questa sconfinata regione, la regione del rusco, del boulot, del job, insomma del lavoro quotidiano, è meno nota dell’Antardide, e per un triste e misterioso fenomeno avviene che ne parlano di più, e con più clamore, proprio coloro che meno l’hanno percorsa. Per esaltare il lavoro, nelle cerimonie ufficiali viene mobilitata una retorica insidiosa, cinicamente fondata sulla considerazione che un elogio o una medaglia costano molto meno di un aumento di paga e rendono di più; però esiste anche una retorica di segno opposto, non cinica ma profondamente stupida, che tende a denigrarlo, a dipingerlo vile, come se del lavoro, proprio od altrui, si potesse fare a meno, non solo in Utopia ma oggi e qui: come se chi sa lavorare fosse per definizione un servo, e come se chi, per converso, lavorare non sa, o sa male, o non vuole, fosse per ciò stesso un uomo libero. […] E’ malinconicamente vero che molti lavori non sono amabili, ma è nocivo scendere in campo carichi di odio preconcetto: chi lo fa, si condanna per la vita a odiare non solo il lavoro, ma se stesso ed il mondo. Si può e si deve combattere perché il frutto del lavoro stesso non sia una pena, ma l’amore o rispettivamente l’odio per l’opera sono un dato interno, originario, che dipende molto dalla storia dell’individuo, e meno di quanto si creda dalle strutture produttive entro cui il lavoro si svolge."
Ho riportato per esteso questo brano perché in esso vi è l’essenza del messaggio espresso da Primo Levi in quest’opera, benissimo resa proprio da Faussone. Faussone che ha quella faccia espressiva come “il fondo di una padella”, Faussone che racconta alla sua maniera e s’incazza se lo si interrompe, Faussone che non fa mai complimenti, Faussone i cui silenzi avvicinano invece di isolare, Faussone le cui mani “solide e veloci” esprimono più delle parole stesse, Faussone che se sta fermo per più di tre giorni si sente ammalare.
Già, Faussone ama il proprio lavoro, proprio come l’amava suo padre. Tanto che, talvolta, entrambi sono tornati a vedere quello che avevano costruito, così, solo per il piacere di sapere che quanto era uscito dall’abilità delle proprie dita era ancora lì, in piedi, a testimoniare della bontà dell’opera compiuta:
"Il termine ‘libertà’ ha notoriamente molti sensi, ma forse il tipo di libertà più accessibile, più goduto soggettivamente, e più utile al consorzio umano, coincide con l’essere competenti nel proprio lavoro, e quindi nel provare piacere a svolgerlo."
Ma non si fermano qui i pregi di questo libro che, con un linguaggio meravigliosamente concreto, sa suscitare riflessioni che possono portare assai lontano. Perché, a volte noi tutti proviamo un magone no?
"E allora uno si domanda magari fino delle domande che hanno nessun senso, come per esempio che cosa ci stiamo nel mondo a fare, e se uno ci pensa su non si può mica rispondere che stiamo al mondo per montare tralicci, dico bene?"
Gradevolissime anche le figure minori che fanno da contorno ai due principali narratori: le due vecchie zie di Faussone, decise ad accasarlo; gli operai che coadiuvano il suo lavoro, ognuno con le proprie manie ed i propri tic; il suo capo, che si lecca le dita non solo per facilitare l’operazione di voltare la pagina di un libro, ma anche prima di aprire una porta od un cassetto; gli ingeneri ed i progettisti che paiono aver l’aria di “sognar patate”; le poche donne che Faussone ha conservato nella sua memoria; il padre, poco capito in vita, ma compreso a fondo dopo la sua morte.
Meraviglioso libro, che resta nel cuore.