"[...] ogni volta è necessario onorare con il nero l'immortale morte della musica, che - diversamente da un quadro o da una statua - all'ultimo tocco svanisce in un silenzio inviolabile."
Mirt Komel è un filosofo che si presta, in questo esordio, alla narrativa. E sembra avere già le idee molto chiare!
La narrazione di "Il tocco del pianista" è incentrata su Gabriel Goldman, controfigura del grande pianista Glenn Gould, il quale compare, con un incipit memorabile, su un letto di ospedale, vittima di una malattia che gli stessi medici non sanno decifrare: ha una fobia a toccare gli oggetti, tranne i tasti di un pianoforte. Sin da bambino Gabriel è venuto a contatto con il fantastico mondo della musica, prima con sua madre Cecilia (nome omen), che gli canta canzoni a casa quando era piccolo, poi con un piccolo xilofono giocattolo, tramite cui impara le note, e infine con il nonno Eugene, pianista che gli insegna i primi rudimenti. Così Gabriel cresce con il pianoforte, che diventa quasi il suo unico vero compagno, visto che, a causa del suo disturbo, anche l'approccio amoroso con Ester, conosciuta ad un concerto, gli è impossibile.
Il tocco diventa così, per Come, una questione filosofica: come possiamo approcciarci al mondo, esprimere noi stessi e fare esperienza della realtà attorno a noi, senza il tocco? in ultima analisi: che rapporto hanno i sensi con la costruzione di noi stessi? Si tratta indubbiamente di un tema vastissimo, che questo romanzo contribuisce a discutere. Per questo lo definirei un gran romanzo filosofico.