VOTO: 5/10
Il contesto della Seconda Guerra Mondiale è terreno fertile per ogni scrittore del giorno d’oggi. L’argomento è usato e abusato in ogni sua sfaccettatura, ma non è di certo semplice. Oh, no. La sofferenza inflitta dagli uomini ad altri uomini è un argomento che merita di essere trattato con riguardo e delicatezza.
Pochi scrittori sanno come farlo.
“Momo a Les Halles” è il primo romanzo di Philippe Hayat. Le premesse per un ottimo libro ci sono tutte: Maurice (detto Momo) e la sorellina Marie sono due ragazzini i cui genitori vengono arrestati a causa della loro ascendenza ebraica. Momo e Marie si ritrovano improvvisamente a dover affrontare, da soli, le difficoltà di una vita clandestina durante la guerra.
Purtroppo per il lettore, Hayat riesce a dare un senso di realtà alquanto approssimativo alla sua storia.
Quasi ogni pagina lascia un’impressione di “costruito”, di “artificioso”, forse perché è proprio questa la sensazione che dà il suo protagonista. Momo è un ragazzino fortunato: ogni volta che la ruota gira e che qualcosa va storto, nel giro di un paio di pagine la difficoltà che si era prospettata… svanisce. Momo soffre? Sì, Momo soffre anche, è pur vero. Soffre perché è stato separato dai genitori e non quando, e se, li rivedrà. Ma la sua sofferenza si ferma alla superficie, non scende in profondità nel lettore, non coinvolge. E nonostante questa (presunta?) sofferenza, o forse proprio grazie ad essa, emerge in Momo una grande capacità: Momo sembra avere il “bernoccolo del commercio” (potrebbe essere un caso, ma l’autore è un imprenditore). Ebbene sì. E le sue imprese, per quanto rischiose, sono un successo.
La vena imprenditoriale del giovane è addolcita dall’obiettivo di accumulare il denaro necessario per liberare i suoi genitori e per dare una vita confortevole alla sorellina: un tale spirito di iniziativa e di sacrificio è davvero commovente, ma ormai il danno è fatto e Momo non suscita più alcuna simpatia.
La sua occasione di riscattarsi e di dimostrare quanto vale davvero arriva nel momento per lui più difficile di tutto il romanzo: eppure il giovane, così pieno di progetti e coraggio quando si tratta di affari, riesce a superare quest’ultima difficoltà solo grazie all’intervento esterno di un’amica, che uscirà di scena poco dopo in maniera, ahimè, piuttosto plateale.
I pezzi di questa storia sono incastrati in maniera troppo perfetta per sembrare autentici, naturali. Quelle di Momo non sembrano “peripezie”, e Momo non sembra un “sopravvissuto”, come si recita a grandi lettere in copertina. Eppure il romanzo è ispirato ad una storia vera.
Se aggiungiamo il fatto che la scrittura di Hayat non ha nessuna peculiarità, ma è semplice e lineare come potrebbe esserlo quella di tanti altri autori, del romanzo resta poco da salvare. Salvo Marie, la sorellina che passa il tempo rinchiusa al sicuro e che Momo sente di dover proteggere, ma che ha meno spazio della prostituta che vive nello stesso palazzo dove i due ragazzini si nascondono. Salvo l’idea grezza, che nel romanzo purtroppo non ha avuto lo sviluppo che speravo.
Non salverei molto altro. E non darei una seconda possibilità a Philippe Hayat.
*** Recensione scritta per la 6° edizione del Gran Premio delle Lettrici ELLE ***