Scorrere i pensieri e le immagini del diario di Nansen è come salpare con lui, a bordo della sua amatissima Fram, per la spedizione al Polo Nord. Per quest’uomo poco più che trentenne e sposato da qualche anno è stata frutto di tanto studio: nell’introduzione spiega di come lui abbia letto tutte le relazioni disponibili delle precedenti esplorazioni e di come ne abbia rilevato le difficoltà (dallo scorbuto allo scafo, dall’irascibilità alla noia, dal freddo alla condensa, dall’irascibilità derivata dall’alcol allo studio delle correnti che potrebbero trascinare al polo nord) per metterne in piedi una sua esplorazoine che potesse portare al raggiungimento dello scopo. Per almeno un paio d’anni raccoglie i fondi necessari all’impresa, poi si fa costruire una barca come dice lui, impacchetta provviste per cinque anni (non voleva stare in giro per così tanto, ma non voleva neanche correre rischi), si procura dei cani da slitta, dodici uomini oltre a lui e poi salpa.
E noi con lui scivoliamo sulle acque di questo mare nero come il cielo che gli sta sopra, freddo come il ghiaccio che lo ricopre; passiamo attraverso banchi di nebbia e desolazione; incontriamo orsi (tanti orsi, che purtroppo lui smania di cacciare); e poi ci chiniamo sui vetrini del laboratorio e quindi sulle sue annotazioni nei registri in cui misura la temperatura dell’acqua a diverse profondità, descrive animaletti trovati all’80esimi di latitudine; poi usciamo con lui sul ponte della nave e restiamo a bocca aperta per l’aura borealis... spettacolo che nemmeno per lui ha uguali. Nansen preferisce il lungo inverno buio all’estate proprio per tutto quello che emerge dall’oscurità, siano esse stelle, fiamme di un buon focolare o le cene luculliane che facevano a bordo (se c’era una cosa che preoccupava Nansen – visto che, con sua grande sorpresa, non aveva niente di cui preoccuparsi: nessun caso di scorbuto, nessuna tempesta grave, caldo più che a sufficienza, niente condensa a bordo, nessun malato, nessun incidente – era la quantità di cibo vario ed eccellente che mangiavano e che li stava rendendo tutti molto grassi).
Ma Nansen, senza saperlo e senza volerlo, fa qualcosa di più di una spedizione al Polo Nord: Nansen, come Ulisse, come Giasone, fa il Viaggio della Vita dell’Uomo. Nelle lunghe notti artiche, egli si ritrova solo con se stesso e pensa alla sua condizione umana, alla sua piccolissima persona nel mezzo di tanta natura immensa e sconosciuta, pensa alle distanze dai suoi affetti, pensa se tutto quello che sta facendo ha un senso e poi se lui riuscirà nel suo intento.
Un uomo equilibrato, questo Nansen, ma anche molto umano. A dispetto della positività o forse meglio dire, della serenità che trasuda ogni parola che scrive, ogni tanto ha un mancamento, un dubbio, una défaillance e si lascia andare, giusto un pochino, ponendosi le grandi domande della vita (e se fallisco?) e trovando anche le risposte adeguate (io so che ho fatto del mio meglio).
Un diario che da un punto di vista letterario non raggiunge le cime di profondità umana che invece emergono dalle sue riflessioni.