L'esordio di un giovane cannibale
Se siete lettori di letteratura contemporanea, conoscerete sicuramente Ammaniti (anche per sentito dire) tramite Io non ho paura e Io e te. Bene, dimenticate quell'Ammaniti lì.
L’esordio dello scrittore romano è una sorta di trasposizione narrativa della sua tesi di laurea per la facoltà di scienze biologiche, che lascia dopo anni di crisi accademica per dedicarsi interamente alla scrittura.
Un romanzetto agile e divertente, pubblicato inizialmente nel 94 con Ediesse (una piccola casa editrice fondata dalla CGIL) e poi ripubblicato in edizione modificata nel 97 con Einaudi, che è la versione finale ivi recensita, forse acquisito per il successo ottenuto l’anno prima dall’antologia di racconti “gioventù cannibale”, nella quale militava lo stesso Ammaniti.
Quei racconti hanno consacrato una sorta di movimento di scrittori, di cui opera viene descritta come pulp, surreale, orrorifica, piena di black humour e violenta, in linea con la cinematografia di quegli anni e oltre di registi come Quentin Tarantino e Robert Rodriguez.
Da questo punto di vista, Branchie presenta già quasi tutte queste caratteristiche, urlando anni Novanta da tutti i pori anche quando fa riferimenti a opere degli anni precedenti.
Un’opera naïf e spontanea, che infatti è stata contestata da molti fan di Ammaniti come una sorta di capitolo trascurabile di dilettantismo, meno serioso e focalizzato.
La storia è infatti in apparenza insipida e di scarso appeal commerciale: di un appassionato di pesci che si trova ad andare a Dehli dopo una lettera scritta da una signora che voleva assoldarlo per costruire l’acquario più grande della città, la reputazione comunque ancora decente di questo libro si deve dunque a fattori stilistici e ai colpi di scena, quindi al “come” piuttosto che al “cosa”, dove innumerevoli generi si fondono in maniera divertente e disinvolta, dall' "on the road" alla fantascienza, dalla commedia al dramma, dall'azione all'erotismo, sboccato e provocatorio come tipico di quel decennio.
Un’accoglienza così ingenerosa verso un libro del genere ritengo sia dovuta dunque non solo alla carenza di appeal commerciale rispetto ad altri libri successivi di Ammaniti, ma anche alla carenza di una riflessione storico-culturale e per una concezione di letteratura tipicamente italiana e vetusta (quando vista come unico ideale possibile) di letteratura strutturalmente consequenziale, retta quasi solo sui personaggi e sul dramma.
Ebbene, Branchie è un libro originale nella sua spontaneità anarchica e goliardica che in diversi casi tocca il cattivo gusto e la sciatteria, sopra le righe sia nei pregi che nei difetti rispetto ai più maturi e quadrati libri più famosi.
Nonostante certe sessualizzazioni di troppo figlie di quegli anni che l’hanno fatto un po’ invecchiare male e certe facilonerie basate su competenze tecniche non ancora perfezionate, il libro risulta comunque un esempio di letteratura pop e d’intrattenimento che interiorizza in maniera edulcorata ma coerente la lezione del postmodernismo, grazie a un’idea di pastiche che fa dei prestiti e delle contaminazioni un modo per rappresentare la propria identità e le proprie ossessioni personali (da qui anche la premessa semi-autobiografica).
Le citazioni sono innumerevoli, dal protagonista che canta Claudio Baglioni alla frase iconica “stai parlando con me?” di Taxi Driver ai tanti nomi citati direttamente (Metallica, Philip Glass ecc), lo stile non è da meno perché alterna uno stile machista tipico del protagonista che è buono ma anche un allupato perenne a un lessico scientifico diffuso in più occasioni, descrizioni sbrigative alternate con momenti di pathos che sfiorano il parodistico, anche sfondando in più occasioni la quarta parete.
Lo stile è inoltre scorrevole e veloce, molto avanti con i tempi nel suo anticipare molti principi che oggi si trovano nei corsi di scrittura creativa, benché in maniera probabilmente inconsapevole e deve aver ispirato innumerevoli scrittori contemporanei.
È un libro scritto evidentemente per divertimento (anche se nella prima parte, punto debole del libro per il suo dramma un tantino didascalico, non sembra) che, nella seconda parte comunica, come giustamente detto da Ammaniti, l’euforia per aver scoperto di essere in procinto di pubblicazione, un divertimento che è però trasmesso anche allo spettatore.
Il protagonista è un po’ come i personaggi di un anime di combattimento: non è molto sveglio, ma ha innumerevoli conoscenze spesso inutili che, riflettendosi nello stile e nella scrittura, rendono questo mischione non solo un vezzo autoriale ma un mezzo per generare il riso, cosa che il libro con le sue trovate assurde provocherà nel lettore in più occasioni, a patto che chiuda i paraocchi e si lasci trasportare da una storia intenzionalmente inverosimile e non basata su molte correlazioni cause-effetto, che se ci fossero renderebbero tutto meno riuscito nell’effetto comico e, per l’appunto pulp, cioè in grado di decontestualizzare la violenza e il dramma dai loro contesti solidi per non generare più spavento, preoccupazione o rabbia ma epicità, straniamento, sorpresa o risate, così come avviene per l’appunto in film come Pulp Fiction e Kill Bill, Branchie è insomma un libro che riesce a far ridere il lettore nonostante si parli di cancro e sfruttamento della povertà, ma allo stesso tempo senza lasciare al lettore la sensazione che tutto questo pastiche sia fuori posto se non in una netta minoranza di casi, riuscendo quindi in un compito difficile.
Certamente, Branchie non è alta letteratura, sia per la limitata ambizione, sia per le ingenuità sopracitate ma, nonostante io non consideri al momento Ammaniti un maestro della letteratura, risulta comunque un libro più genuino, fresco e capace talvolta di stupire rispetto allo stile più minimalista, giovanile ma allo stesso tempo preciso degli altri romanzi che ho letto, che si caratterizzano per storie più realistiche, facilmente “empatizzabili” ma più didascaliche e anonime come anche nello stile che, nonostante la maggiore ambizione di trattare con più serietà certe tematiche, risultano più pretenziose rispetto ad un buon libro che realizza meglio quello che vuole fare, riuscendo con successo a fondere intrattenimento e qualche accenno di profondità, in un divertissement intelligente e degno di nota per la cultura di quegli anni.
Voto personale "completo": ★★★½ (7+/10)