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Abbiatene cura

Il manoscritto di questo romanzo è stato lasciato in una cesta davanti al portone dell'Einaudi. Sopra c'era un «Abbiatene cura». Un gesto insolito, da non imitare, ma sostenuto da qualcosa di ancora piú una voce capace di raccontare ferocemente il presente.

La storia che si nasconde dietro questo libro potete vederla con i vostri occhi su Instagram, in un video dell'account @autore_del_XXI_secolo. Un ragazzo in pantaloni beige, giacca nera, berretto al contrario e occhiali da sole si avvicina all'ingresso della casa editrice Einaudi, posa una cesta di vimini con dentro una coperta bianca e un manoscritto, scrive un biglietto - «Abbiatene cura» - e suona il citofono. Il messaggio che aveva in testa era piú lungo e piú «Non posso piú tenerlo. Abbiatene cura», ma dev'essersi sentito osservato e ha scelto la versione breve. Poi si allontana rapidamente. Il manoscritto che ha lasciato ci ha conquistato per la sua forza d' è perturbante, intelligente, spietato. Racconta la serata di un trentenne tra le mura di casa, in compagnia del suo gatto Apollinaire, il solo che sembra appartenere a una dimensione naturale. Perché tutto il resto è filtrato da una lente artificiale che mette a fuoco - o meglio a ferro e fuoco - le nostre vite.





C'è chi guarda una cover per telefono e vede una cover per telefono. E poi c'è chi ci vede la mano che l'ha confezionata, l'americanizzazione dei brand cinesi, il motivo dietro al nome scelto per quella sfumatura di verde, il desiderio di un corpo, qualcosa del proprio passato e del proprio futuro. Ci sono quelli che attraversano le cose e quelli che nelle cose precipitano. Mentre lavora nella comunicazione di un grande centro commerciale e trasforma i prodotti in racconti, il protagonista di questo romanzo prova a fare lo stesso con la sua vita. Per lui niente è ciò che basta un dettaglio perché il presente si spalanchi e diventi una teoria del mondo. Ma pensare non significa sempre capire. Talvolta significa smarrirsi. Le chiamiamo nuove solitudini, quelle consumate dietro uno schermo. Anche quando restiamo fermi continuiamo a navighiamo, scrolliamo, guardiamo, ordiniamo, desideriamo. Un'autentica odissea logistica e sociale, ma soprattutto emotiva, perché ogni notifica, ogni pubblicità, ogni cena ordinata online, ogni conversazione, ogni ricordo apre una crepa. E attraverso quella crepa il nostro protagonista si porta altrove. A tratti cinico e a tratti tenero, capace di pensare con disperata dolcezza a una donna che lo ha lasciato 603 giorni prima e con disperante misoginia all'universo femminile che lo circonda. Ipnotizzato da una goccia che cade sul tetto costringendolo a guardarsi dentro come dalle basse strategie del marketing digitale. Libero, ma simile a un criceto nella ruota. E cosí Francesca riaffiora nei luoghi piú in una recensione su Deliveroo, negli occhi socchiusi di Apollinaire, il gatto che avevano scelto quando immaginavano una famiglia, nel tracciato di un volo diretto a Melbourne seguito in tempo reale a chilometri di distanza - ovvero, nella scoperta dolorosa che una persona amata può continuare a esistere senza di noi. Rincorrendo le traiettorie imprevedibili, e scomode, del pensiero del suo protagonista, l'autore costruisce il ritratto di una generazione cresciuta dentro un flusso ininterrotto di dati e merci, dove app, algoritmi, piattaforme e social network diventano l'ambiente stesso in cui si formano i desideri, si consumano le perdite e prendono forma le nostre identità. Con una voce affilata, ironica e malinconica, Abbiatene cura amplifica il rumore di fondo del nostro tempo e la domanda che ci sto vivendo abbastanza?

131 pages, Kindle Edition

Published September 15, 2026

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Community Reviews

5 stars
1 (6%)
4 stars
5 (33%)
3 stars
4 (26%)
2 stars
3 (20%)
1 star
2 (13%)
Displaying 1 - 4 of 4 reviews
Profile Image for Come Musica.
2,213 reviews686 followers
September 15, 2026
In questi giorni in cui sono alle prese con l’avvio dell’anno scolastico, in cui più volte mi sono trovata a parlare di CURA, ecco che ricevo questo messaggio in una bottiglia

“PAOLA,

HO LASCIATO IL MIO LIBRO
DENTRO UNA CESTA DI VIMINI,
DAVANTI A UN PORTONE CHIUSO.
ADESSO CAMMINA DA SOLO,
E NON È PIÙ MIO, PER FORTUNA.

ABBINE CURA,
ADXXIS”

È stata per me una piacevolissima sorpresa. Una restituzione, in un certo senso, di quello che avevo fatto per il personale scolastico. La predisposizione con cui ho letto il libro era già molto favorevole.
Autore del XXI secolo racconta spaccati di esistenze in cui possiamo riconoscerci: un presente in cui non ci sono confini tra virtuale e reale; tutto è compenetrato; o come scrive lui tutto è così compresso e due individui possono essere improvvisamente e irrimediabilmente così lontani.
E se è vero che ciascuno di noi possa dire:
“Sto cambiando.
Continuerò a cambiare.
Ma se in passato avevo voce in capitolo sui miei cambiamenti, se li determinavo, in un modo o nell’altro, adesso sento di non avere più il controllo.
Le cose, piccole e grandi, accadono.
Sono accadute.”

… è anche vero che sta a noi scegliere di prendere il coraggio tra le mani e compiere quel gesto che ci faccia uscire allo scoperto. Lanciare e lasciare un messaggio e poi fare che il destino faccia il resto.

Grazie a Einaudi per questa bellissima sorpresa e grazie a ADXXIS per aver osato!
Profile Image for Lettore in burnout.
13 reviews
September 19, 2026
Recensione breve
Forse la prima forma di rage bait letterario della storia. Un bruttissimo libro.

Recensione (MOLTO) lunga

Premessa per chi legge: a me della campagna di lancio, degli atti performativi, della shitstorm dei prevenuti (polemichette da Instagram), che sia o meno un Einaudi – di tutto il disordine che oggi c'è attorno al libro, non mi importa. Scandito meglio, chissene frega. Qui parliamo del libro soltanto.

Premessa per l'autore: questa vuole essere una restituzione onesta. A prescindere dal tono usato o dalla critica, ringrazio l'autore per il testo e per aver creato un dibattito culturale tra i lettori. Possa perdonarmi l’autore quando rifugerò «nel citazionismo»; purtroppo ho una mente semplice che preferisce le parole puntuali (degli altri).

C’è una certa fascinazione, negli ultimi cent’anni, nel distruggere e reinventare la forma del romanzo. Abbiatene Cura ne è un esempio: l’intera vicenda trattata dura una serata, forse meno di dodici ore, dal momento in cui il protagonista (un trentenne della provincia piemontese) entra in casa, a quando si alza l’indomani mattina. In questo specifico spaziotempo narrativo, l’Autore dilata l’esperienza di vita del personaggio, trasfigurando il lettore in una pallina e procedendo a giocarselo in un frenetico, ombelicale ping-pong di pensieri fino al termine della notte. Si parla di tanto, si parla troppo:

Di quello che appare su carta un tentativo joyciano, con un tocco di Wallace nella commistione tra linguaggio culturale (si precisa: lingua scritta, non lingua alta) e linguaggio pop, ci rimane, oltre a una realizzazione su carta dell’ADHD, un tentativo generalmente impacciato e malriuscito. Non tanto per la struttura della trama – ambiziosa e quantomeno originale – ma per due elementi in concorrenza: la banalità e la scrittura.

Chiariamo un punto: i pensieri del protagonista non sono «cinici», sono banali. Gran parte delle riflessioni proposte è acqua sporca presentata come bevanda energizzante (faccina-che-fa-l’occhiolino), concetti già conosciuti, raccontati con un tono da guru illuminato. Ricorda il repertorio aneddotico da discorso motivazionale, dove l’unico a essere «gasato» è quello che parla. Ed essendo la trama una rilegatura di digressioni simili, seguire il flusso di pensieri risulta faticoso, a tratti noioso. Non fosse per la scrittura, che riesce nell’intento di rage baiting, rinnovando il mio rabbioso interesse per quanto è brutta. Qui, però, dobbiamo fare un’analisi stratificata.
Partiamo dalla lingua: l’italiano essenziale si mischia al millennialese (qui la gente si addormenta «male» e gioca alla Play «come un demone» in maniera, ovviamente, «clamorosa»), all’aziendalese da start-up di Rho Fiera Milano (fin da subito, con i conosciutissimi e abusati packaging, storytelling, customer care) e a paragrafi direttamente in inglese.
Mo’ parliamone un attimo da campagnoli, tirata fuori la metaforica scopa dal (mio metaforico) sedere: io amo gli inglesismi e sono convinto, convintissimo, che per ragioni semantiche certe parole funzionino meglio dell’italiano (es. «claim», p. 71) – però questo sovraccarico di prestiti, nonostante l'esistenza di una perfetta equivalenza in italiano, era davvero necessario? (Si voleva esasperare o raccontare i tempi? Su questo torno alla fine.) E soprattutto, com’è possibile che un Autore così linguisticamente audace non abbia il coraggio di scrivere direttamente teabagging, o spiegarlo, preferendo una perifrasi (p. 88)? Speravo nell’irriverenza.
Il resto, invece: l’Autore porta la piaga dello stile paratattico al livello superiore: singoli periodi, haiku a cascata, compongono quello che nel formato potrebbe essere scambiato per un post di Linkedin. Le figure retoriche sono pigrissime (es. «mosse furtive da ninja»; «lo ascolto scoppiettare come un falò al crepuscolo»), spesso mescolate a luoghi comuni digitali già invecchiati. La gestione dei verbi, nei flashback, è confusionaria (a volte al passato remoto, a volte al presente narrativo, boh). Alcuni termini sono forzati (va bene, è sperimentazione); ce n’è uno (1) che ho dovuto rintracciare nel GRADIT, perché il vasto internet non trovava corrispondenze nell'uso comune («mulinellare»).
E no, non è cifra stilistica: è una prosa terribile e gestita maldestramente. Tutto qui.

Arriviamo rapidi (eheh) alla conclusione.
Se, come dice Isaac B. Singer, il compito della letteratura è «raccontare storie», io non ho capito che cosa volesse raccontarmi questo romanzo. Se c’era un intento dietro. Dovevo odiare il protagonista perché figlio dei nostri tempi? Interrogarmi sul mondo attorno? Oppure simpatizzare con lui, carpire le fragilità sotterranee e identificarmi in quell’immobilismo, stagnazione, che è ormai la vita nell’algoritmo? Oppure è tutto parte di una grande, grandissima performance, per dimostrare che il romanzo è diventato un prodotto da dover esser venduto, collezionato, ma non letto veramente?
Io capisco il riferimento a Romanzo con Cocaina. Capisco il rapporto dialogico con i libri di Bret Easton Ellis (oltre l’esordio, c’è molto Glamorama) e questo Jack Frusciantesimo per il racconto dei tempi, o della neo-adultità, o quel che è. Ma credo che il romanzo, semplicemente, non riesca nelle sue aspirazioni. Non ce la fa.
Non riesce a raggiungermi, sebbene io possa essere il target più vicino, trovandomi sullo stesso piano del protagonista (o comunque adiacente, poco più in basso) per età e tematiche trattate. Non riesce a comunicarmi niente; non mostra alcunché, se non acrobazie esibizionistiche di brutta letteratura. Ed è un peccato.

Un peccato perché, in realtà, le ultime venti pagine del libro sono buone. Non perfette, non eccezionali – si fanno leggere. Condensati nel finale, in quelle venti pagine, stile e ambizione dell’Autore trovano la giusta armonia. Funziona, qualcosa passa: l’alienazione, l’infelicità lasciata silente, la fuga dal dolore, il tempo e l’ineluttabilità del cambiamento. È tutto lì, che s’incendia in un attimo e sfuma in fretta. Quel che rimane, poi, è tutta l’inconsistenza precedente.
Ed è forse un’aggravante, perché io – poraccio quale sono, pezzente medio-istruito – ho speso per un libro, un libro intero; non per un racconto breve.

SEZIONE EXTRA: riguardo il lancio del libro...
Ciononostante, l’operazione di marketing e il lancio social, per me, sono stati tutto sommato una buona idea. Fosse accaduto due, tre anni fa, questo libro – grazie anche all’inclinazione a incuriosirsi e indignarsi, dunque: comprare – avrebbe avuto una maggior fortuna e una migliore predisposizione da parte del pubblico. È arrivato, però, in un momento storico in cui il lettore (medio) è stanco di questa continua corsa alla novità, e si ritrova scettico davanti all'ennesimo caso editoriale (casi che sembrano sempre un po' costruiti). Almeno, così mi pare.
L’unica cosa che mi domando – vedendo gli interventi su Instagram, le «azioni», i commenti in cui si rivendica il successo editoriale dopo due fallimenti (fallimenti, però, menzionati al Calvino) – è se l’Autore si ricordasse che di mezzo ci stava l’arte e, alla fine, come ultimo giudice e garante di bontà, il lettore; oppure se l’importante era farsi pubblicare con Einaudi (Unici) come una forma di soddisfazione personale.
E a questo proposito, io mi chiedo: era davvero necessario pubblicare? Non questo libro – in generale. La sola domanda che mi rimane, scritta a matita un po’ ovunque sulla mia copia di Abbiatene Cura, è "Perché?"

Dal libro [con mie aggiunte]
«What the fuck, ho pensato quando ho visto [il libro]».
«Da appassionato [di letteratura] ho notato questa tendenza all'americanizzazione [linguistica] e devo ammettere che mi rattrista».

Nota 1 : Nonostante l’impegno dell’Autore, si comunica che il numero di bestemmie da me tirate in fase di lettura supera quelle del testo.
Nota 2 : Se l’Autore dovesse risentirsi, possiamo sistemarla in solo in Firestorm, su Battlefield, quando vuole.
Profile Image for Beth.
1 review
September 16, 2026
Potrebbe rientrare nel genere "good for her" perché per fortuna Francesca si è schivata un proiettile. Per tutto il tempo ho avuto l'impressione che il protagonista fosse il classico "malessere" consapevole di esserlo, ma forbito abbastanza da riuscire a dare l'idea che comportarsi da infame sia un atteggiamento quasi romanticizzabile. Credo che la tristezza della sua vita sia il perfetto contrappasso per i suoi comportamenti poco empatici, di cui peraltro è, appunto, consapevole. Forse se pensasse un po' meno ai propri muscoli e un po' più alla propria intelligenza emotiva imparerebbe a costruire rapporti sani e non finirebbe a farsi le seghe tristi, ma a quel punto non sarebbe più entusiasmante per noi lettori leggere le sue elucubrazioni. Nel complesso mi è sembrato ben scritto e scorrevole, l'ho divorato.
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