"D'un tratto si fermò e si girò a guardare le tracce nella neve, battendo le ciglia un po' stupita. Aveva lasciato delle tracce. In qualche modo doveva aver pensato di essere così irrilevante che il suo passaggio sulla neve morbida non potesse vedersi. Avvertì un formicolio allo stomaco. Io esisto, pensò. Mi chiamo Miriam ed esisto..."
Non è facile parlare di questo romanzo. Ho aspettato settimane per trovare il coraggio di buttare giù qualche riga ma sento che non sarà mai abbastanza, che non riuscirò a rendergli giustizia e a trasferire sulla pagina bianca tutto il dolore, la sofferenza, il disgusto e la rabbia che mi ha fatto provare. Mi limiterò a condividere giusto qualche pensiero...
Che dire, questo libro mi ha fatto molto male, a tratti è straziante e racconta una delle pagine più vergognose della storia dell'umanità, cioè l'Olocausto, ma lo fa in modo originale prendendo come spunto il punto di vista di una donna rom. Miriam infatti è una rispettabile signora svedese che nel giorno del suo ottantacinquesimo compleanno confessa per la prima volta a sua nipote Camilla un segreto che si è tenuta dentro per decenni: il suo nome non è Miriam. Il suo vero nome è Malika ed è una rom, una zingara. Poco si sa dei rom internati nei campi di sterminio, quasi nulla conosciamo di quella che fu anche la loro sofferenza e questo libro ci fornisce degli indizi e delle riflessioni. Appunto perchè la loro voce non fu mai troppo alta, anche l'autrice stessa ci dice di aver fatto fatica ad approfondire l'argomento, ma ho apprezzato ogni singolo riferimento alla loro sorte, al loro modo di vivere, a come erano visti dalla gente, umiliati, disprezzati anche dagli altri prigionieri. Sono tante le cose che colpiscono di questa storia, in primis la sofferenza angosciante della protagonista che è anche la nostra narratrice e che vive un dolore legato non solo al ricordo dell'inferno vissuto nei campi di sterminio,ma anche quello legato all'aver rinnegato il suo popolo, il suo nome, la sua famiglia, alla costante sensazione di aver vissuto una vita di bugie e inganni anche verso chi, dopo la guerra, l'ha accolta nella propria casa ridonandole quella felicità che per troppo tempo aveva dimenticato. Malika riaffiora continuamente nella vita di Miriam ed ecco che lei la scaccia perchè fa troppo male ripensare a lei, alla vita con suo padre e l'amato fratellino Didi, perfino a quella lingua, il romanès, che ormai vive solo nei suoi ricordi e che per troppo tempo ha dovuto confinare nell'angolo più remoto della sua mente. Eppure scacciandola Miriam si sente in colpa, quasi una "traditrice", si porta dietro il peso di chi è sopravvissuto, di chi è sceso all'inferno e incredibilmente ce l'ha fatta anche grazie a persone che l'hanno protetta come la dolce Else e l'amica Lykke per le quali ho tanto sofferto e sperato.
La Axelsson decide di rispondere anche a quella domanda che io stessa mi sono fatta ogni volta che mi sono avvicinata a questo genere di lettura: come si fa a ricominciare a vivere? Che succede dopo? Ecco, questo libro racconta anche la nuova vita di Miriam, ci fa vedere una Svezia che accolse moltissimi sopravvissuti ai campi nazisti, ma che allo stesso tempo non voleva parlare di quello che era successo, voleva che rimanesse una macchia confinata in un passato che era meglio per tutti dimenticare. Peccato che chi, come la nostra protagonista, ha sperimentato sulla propria pelle la follia e la crudeltà umana non può certo dimenticare. Questo passo che ho scelto di riportare lo spiega molto bene:
"Si voleva dimenticare e andare avanti,guardando al futuro.
Ma alcuni non potevano,non volevano,non dovevano dimenticare.
Erano le decine di migliaia di prigionieri inaspettatamente ancora in vita quando i russi e gli americani liberarono i campi di concentramento.
Erano gli ebrei e i rom che ogni giorno,senza requie,avevano sentito il tanfo dei forni crematori.
Che ogni mattina si erano schierati davanti alle baracche per essere contati e selezionati per continuare a vivere o morire.
Che avevano rinunciato a ogni speranza,perchè sperare non serviva a niente.
Quelli che i nazisti avevano trasformato in "non uomini" ridotti a numeri,derubandoli della loro umanità,il cui unico istinto rimasto era sopravvivere da un giorno all'altro e spesso nemmeno questo."
Tutte queste sensazioni, in primis l'annullamento totale che i prigionieri dei campi di sterminio erano costretti a subire, a cominciare da quel numero marchiato sulle loro braccia che aveva il compito di assorbire la loro identità, sono resi benissimo dall'autrice e dalla sua scrittura scorrevole e incisiva. Il suo modo di scrivere scava nelle emozioni dei personaggi ed è capace di far sentire sulla pelle del lettore la paura, il disgusto, il dolore, il senso di pericolo, di ingiustizia, la paura della morte, la rassegnazione e, nonostante tutto, la voglia di farcela e di tornare a vivere e sognare. Confesso che non riuscivo a leggerlo di sera, una notte ho avuto degli incubi perchè ci sono pagine davvero durissime, in particolare quelle dedicate al triste destino del piccolo Didi, fratello di Miriam, finito nelle grinfie del tremendo dottor Mengele e che mi hanno straziato il cuore, così come questo passo che illustra perfettamente l'atrocità e le torture subite da questi innocenti:
"Erano arrivate al lavandino.
Sopra c'era un piccolo specchio.
Miriam battè le palpebre e si preparò a vedere il riflesso del proprio viso per la prima volta da molti anni.
Ma era davvero lei?
Quello scheletrino?
Senza capelli.
Il cranio completamente calvo,così pelato che luccicava.
E i denti? Perchè aveva tutti quei denti?
E quelle guance così incavate?
E perchè dove avrebbero dovuto esserci gli occhi c'erano solo 2 buchi neri?
Tirò su col naso e vide con orrore che lo spettro nello specchio faceva la stessa cosa.
Senza pensarci si girò di fianco e gettò le braccia al collo dell'infermiera,nascondendo gli occhi contro la sua spalla.
Per poco non cedette alle lacrime,ma nello stesso istante le si aprì dentro il buco gelido,
quello che ricordava così bene dal giorno in cui il mondo si era capovolto,e che ora le permise di osservarsi sprezzante dall'esterno.
Quanto era stupida?
Pensava davvero che quella creatura inamidata le avrebbe permesso di insudiciarla con le sue lacrime e il suo moccio?
Credeva sul serio che l'infermiera non l'avrebbe spinta via trasformandosi in una nuova Irma Lunz,se non peggio?
La cosa strana fu che non accadde.
L'infermiera le passò soltanto una mano sulla schiena in un gesto muto di consolazione.
Rimasero immobili per qualche attimo,ciascuna immersa nei propri pensieri.
Alla fine Miriam si raddrizzò e si schiarì la voce.
"Perchè?Perchè l'hanno fatto?"
La donna si morse il labbro inferiore e poi scosse la testa.
"Non lo so.Non lo capisco nemmeno io"
Sono passati decenni, si è scritto e letto di tutto su questa pagina nera della storia umana eppure a questa domanda non saremo mai in grado si rispondere.
Insomma, come avrete capito per me è stato un libro indimenticabile, doloroso, ricco di spunti di riflessione e tragico proprio perchè purtroppo, anche se romanzato, racconta un orrore reale.
Sarà difficile scrollarmi di dosso questa storia e anche a distanza di settimane continuo a pensarci e per me questo riesce a farlo solo un gran bel libro.
Lo consiglio a tutti.