Spunti autobiografici conferiscono al romanzo una sorta di vigoroso e talvolta tumultuoso lirismo, cui fa da contraltare un realismo capace di cogliere la pena e l'angoscia del vivere.
Federigo Tozzi was the son of an innkeeper. He first worked as a railway official, then took over running his father's inn. In 1911 he published his first book of poetry. In 1913 he began to work on his first novel, Con gli occhi chiusi ("With closed eyes"), a highly autobiographical text. In this year, he also founded the magazine La Torre. Tozzi then became a journalist in Rome. Through his literary activity, he caught the attention of the writer Luigi Pirandello, who subsequently supported him. Tozzi died 1920 in Rome of influenza and pneumonia.
Spiazzante ed anomalo: un piccolo capolavoro nell’Italietta del primo novecento
Da un punto di vista culturale e letterario, esattamente come da un punto di vista sociale ed economico, l’Italia del primo novecento, l’Italietta giolittiana che si avvia verso la prima guerra mondiale e il fascismo è un paese sostanzialmente arretrato rispetto ai sommovimenti che scuotono il panorama culturale dell’Europa centro-settentrionale. Mentre nelle maggiori aree culturali europee si affacciano i grandi scrittori che rivoluzioneranno per sempre il modo di fare letteratura, sull’onda della fine del mito positivista, della presa di coscienza della crisi della società borghese e delle scoperte dovute alla psicanalisi, l’Italia esprime correnti letterarie che importano con un cronico ritardo fermenti altrove già assopiti e superati. E’ il caso del verismo di Verga, Capuana e De Roberto, che costituirà il punto di riferimento culturale in Italia anche all’inizio del nuovo secolo, derivato in buona parte dalla scapigliatura milanese, in cui si può ritrovare, a scoppio ritardato di quasi un ventennio, il percorso letterario che in Francia portò dal decadentismo tardoromantico al naturalismo. Significativo del clima culturale del nostro paese nel primo decennio del ‘900 è il fatto che – se ci si riflette bene – il suo lascito più originale è ancora legato a questi canoni, per di più declinati secondo modalità ormai stantie e retoriche: l’opera pucciniana e verista (con tutto il rispetto per le pagine di grande musica che contiene) non può infatti essere considerata che il tipico prodotto culturale di seconda mano, destinato ad una borghesia piccola, chiusa e di orizzonti ristretti, che per trasgredire si affidava all’estetismo dannunziano. Persino l’avanguardia italiana per antonomasia, il futurismo, è l’emblema – almeno nella sua componente letteraria - di una società intrisa di un iperpositivismo cialtrone che inevitabilmente fornirà il suo pieno appoggio al fascismo. Eppure anche in questa Italia complessivamente arretrata, esattamente come non mancano esempi di attività industriali d’avanguardia e territori socialmente avanzati, si ritrovano scrittori che possono a tutti gli effetti essere ascritti al novero dei grandi autori di stampo europeo, che hanno saputo cogliere lo spirito del tempo e tradurlo in letteratura. Il caso più noto è senza dubbio quello di Italo Svevo. Per questo autore è facile trovare la motivazione della sua anomalia rispetto al panorama letterario italiano del tempo: Svevo è di Trieste, città che di italiano aveva (ed in parte ancora ha) poco, crocevia di culture e facente anche fisicamente parte di una diversa entità politica sino al 1918. Trieste, sicuramente più vicina alla Vienna di Freud che a Roma, con la sua antica borghesia mercantile, ha consentito a Svevo di respirare per tutta la vita un’aria mitteleuropea in salsa italiana, come egli stesso ci ricorda nel suo pseudonimo. Diverso è il caso di quello che a mio (ma non solo mio) avviso è uno degli altri grandi autori italiani del periodo, la cui opera, ed in particolare il primo romanzo, Con gli occhi chiusi, si distacca nettamente dai canoni naturalistici imperanti per farci entrare nella letteratura del disagio e dell’inettitudine, della mancanza di qualità che è tipica del primo novecento europeo. Federigo Tozzi, l’autore di questo romanzo, non è di Trieste o di Milano: è di Siena, città che – nonostante la sua gloriosa storia passata – all’epoca può essere considerata emblematica della provincia italiana. A Siena visse ed ambientò le sue opere maggiori, trasferendosi quindi a Roma dove morirà, trentasettenne, nel 1920. Ebbe una vita, oltre che breve, tormentata e complessa, come è testimoniato anche dal suo passaggio dal socialismo giovanile a posizioni nazionaliste intrise di un cattolicesimo reazionario, e molte sue opere, tra cui Con gli occhi chiusi, riflettono con accenni autobiografici il suo tormento di vivere. Incidentalmente faccio notare che sia Svevo che Tozzi furono quasi totalmente ignorati dal pubblico e dalla critica italiana dell’epoca: Svevo fu scoperto in Francia ancora vivente, mentre la gloria di Tozzi è quasi totalmente postuma. E’ anche questo un sintomo del provincialismo che caratterizzava la cultura italiana dell’epoca, che raggiunge vette paradossali se si pensa che i pochi che si accorsero di Tozzi in vita lo classificarono frettolosamente come verista, quasi non potesse esistere in Italia altra letteratura. E’ pur vero che l’involuzione politica di Tozzi si accompagnò ad un avvicinamento progressivo al verismo con i successivi romanzi Il podere e Tre croci, ma il fatto che Con gli occhi chiusi rappresenti un’opera dai caratteri persino strutturalmente totalmente diversi rispetto ad un approccio di tipo naturalistico balza agli occhi anche del lettore più sprovveduto. Rispetto a quanto detto per Svevo, è apparentemente più difficile, nel caso di Tozzi, immerso nel mondo rurale della provincia toscana, attribuire le tematiche delle sue opere al contesto: nulla sembra più distante dall’idea di disagio esistenziale dai paesaggi senesi, dal piccolo mondo antico che circonda Tozzi. Eppure Con gli occhi chiusi, scritto attorno al 1910, è uno dei romanzi più disperati dell’intera letteratura italiana, e la storia di non amore tra Pietro e Ghisola potrebbe benissimo essere ambientata nella periferia di una delle grandi città industriali del nord Europa. Pietro, il protagonista del romanzo dietro il quale non è difficile rinvenire l’autore, è un ragazzo senese, figlio di un contadino che si è arricchito gestendo una trattoria. Fuori città ha acquistato un podere – Poggio a’ meli – che coltiva tramite braccianti (gli assalariati) che tratta con la stessa spietata durezza con cui tratta i dipendenti della trattoria. La sua debole moglie morirà presto, mentre Pietro cambia svogliatamente varie scuole. Adolescente, a Poggio a’ meli incontra Ghisola, una ragazzina nipote di due braccianti. Tra i due nasce una simpatia fatta anche di piccoli dispetti e violenze, che in Pietro si trasforma negli anni in un amore introverso, che non riesce o non vuole esprimersi. Ghisola asseconda questo sentimento con la prospettiva di fare un buon matrimonio e scalare qualche gradino sociale, ma Pietro – che quando è solo sogna il suo amore per lei – non riesce a rapportarsi con la ragazza, -che nel frattempo ha avuto le prime esperienze con altri contadini - e rifiuta le sue profferte sessuali. Più tardi egli la cerca a Firenze, dove studia con scarso successo e dove Ghisola, per uscire dalla povertà è divenuta prima la mantenuta di un anziano signore quindi prostituta in una casa chiusa. Ella riesce a nascondere la realtà della sua condizione a Pietro, cercando disperatamente di darglisi perché possa considerarsi il padre del bambino che attende. Nel bellissimo, fulminate finale, Pietro arguisce la gravidanza di Ghisola e la lascia. Con gli occhi chiusi è un romanzo che spiazza per tutta una serie di motivi. Il primo e più evidente è quello, già citato, del contrasto tra l’ambientazione in alcune delle più belle contrade italiane e il disperato disagio sociale ed esistenziale che la storia ci propone. Le descrizioni del paesaggio senese e quella – celebre – della città (definita a ragione cubista nella bella introduzione di Marcello Ciccuto a questa edizione della BUR) ci restituiscono la magia, la calma immutabile di ambienti che ancora oggi possiamo ammirare quasi intatti. Questi paesaggi idilliaci sono però gli sfondi di una storia che secca la gola per la sua asciutta drammaticità. La campagna senese diviene quindi l’evidenziatore a contrasto di una crisi esistenziale che ha precise ragioni: la tremenda gerarchia valoriale di chi - il padre di Pietro – ha come unico obiettivo di vita far soldi, in base ai soldi giudica tutto e tutti e si comporta da vero padrone. Tozzi non esprime mai giudizi diretti, ma praticamente ogni gesto del padre di Pietro, sia verso il figlio sia verso gli altri personaggi del romanzo, è guidato esclusivamente da motivazioni economiche. Esemplare e terribile è l’episodio della morte del fedele cane Toppa, con il padre che interviene solo per raccomandare che ne venga recuperato il collare. Il rifiuto di Pietro della logica padronale, schiettamente borghese del padre, che si esprime confusamente in molti modi durante la narrazione, è il vero fulcro del romanzo, e di questo rifiuto fa parte anche il non amore per Ghisola, che Pietro vive, come il suo socialismo, come i vari abbandoni scolastici, essenzialmente come un atto di ribellione rispetto a ciò che il padre vuole fare di lui, vale a dire l’erede capace di continuare la sua opera di arricchimento. Rispetto a questa prospettiva, Pietro non può che avanzare nella vita con gli occhi chiusi. Un altro fattore spiazzante del romanzo è lo stile di scrittura di Tozzi, fatto di un contrasto tra il frequente uso di toscanismi e termini desueti ed una struttura della frase inusitata. Il periodo tozziano, in genere già breve, è infatti sovente spezzato in brevissimi sottoperiodi separati da un punto e virgola, anche laddove sarebbe più ortodosso l’impiego della virgola. Non so da cosa derivi questo procedere a singhiozzo, ma è certo che – dopo un primo momento di sconcerto ortografico - questo tratto strutturale diviene uno degli elementi di fascino e (quasi paradossalmente) di modernità del romanzo. Infine, non si può non notare come Tozzi costruisca quasi una gerarchia rovesciata della narrazione, nel senso che mentre gli eventi centrali della storia sono in genere solo accennati, una cura quasi maniacale viene dedicata a descrivere particolari secondari, quali ad esempio il cavallo della carrozza su cui a un certo punto sale Ghisola, l’ordine secondo cui la famiglia e i dipendenti si siedono a tavola nella trattoria, la piccola storia del cliente povero della trattoria conclusa con un lapidario (e meraviglioso) “Morì presto; e nessuno se ne accorse". In un mondo sottosopra, pare dirci Tozzi, in cui il disvalore è divenuto valore, anche la gerarchia delle cose deve essere cambiata, e la magrezza di un cavallo merita più attenzione della morte della madre di Pietro. Sono questi elementi spiazzanti che fanno di Con gli occhi Chiusi un romanzo anomalo nel panorama italiano dell’epoca, che avvalendosi di un tono apparentemente dimesso dispiega argomenti e una struttura linguistica e narrativa che oserei chiamare sperimentali, di uno sperimentalismo più vicino alle grandi correnti culturali europee dell’epoca rispetto alle tronfie apologie delle macchine e del progresso di chi si sentiva avanguardia, senza accorgersi di essere nelle retrovie.
Chiusi appaiono gli occhi del protagonista Pietro, inetto alla vita e inconcludente; chiusi gli occhi della madre Anna, iperprotettiva e sottomessa al marito, chiusi gli occhi del padre, Domenico, interamente dedito ai propri affari economici, chiusi quelli di Giacco e Masa, poderanti incapaci di riconoscer lo sfruttamento al quale sono sottoposti, chiusi gli occhi della stessa Ghisola, amante di Pietro, disillusa dalla vita e in cerca di una sistenazione a qualunque costo. Una storia di monadi interamente chiuse in se stesse, incapaci di aprirsi veramente, di trascender il proprio meschino universo o di comunicar con il resto del mondo, cieche al proprio avvenire quanto al proprio presente.
” Quella sua vita interiore che si sovrapponeva sempre!”
A Siena Domenico Rosi assieme alla moglie Anna apre una trattoria. Di carattere estremamente autoritario l’uomo si scontra il figlio Pietro sfaccendato e sognatore allontanandolo da Ghisola una contadina che vive nel podere di proprietà della famiglia e di cui il ragazzo si è innamorato. Questo potrebbe essere il succo del breve romanzo che Federigo Tozzi pubblicò nel 1919.
Smunto, gracile, disordinato, malaticcio, sporco con ”occhi di un celeste chiaro chiaro e come se egli avesse qualche cosa da difendere (…) Il volto con un'animosità ingenua e malinconica, ma sicura e risoluta; quasi imbarazzante e spiacevole.”: questo è Pietro alter ego dell’autore. “Con gli occhi chiusi” è, di fatti,un romanzo fortemente autobiografico.
Leggendo pensavo ad un autore lontano (in tanti sensi!): Faulkner. Pensavo a quel procedere disconnesso e poco accomodante. Mi riferisco a quella scrittura dispettosa verso chi legge a volte con passaggi sibillini che se ne infischiano bellamente dell’essere compreso.
La critica, invece, dice che Tozzi è figlio della lezione dostoevskiana da cui recupera la figura dell’inetto, il vinto. Il suo protagonista è un uomo chiuso in una bolla che non riesce a comprendere la società e non ne è compreso. Gli occhi chiusi sono quindi non cecità vera e propria ma sottrazione volontaria al reale e ricerca interiore :
”Vi sono esseri che non chiedono nulla a nessuno e rinunziano a tutto; e, non essendo rispettati come gli altri, pare che di loro se ne possa fare quel che si vuole.”
Tutto molto cupo, introverso e palesemente metaforico come il conflitto tra Domenico vs Pietro / Padre e figlio antagonisti e simboli della contrapposizione tra materialismo e spiritualità (non in senso religioso).
Lo stesso titolo tratto da un testo agostiniano del XV° secolo (De Imitiatione) :
“Beati gli occhi che sono chiusi alle cose esteriori”
Federigo Tozzi fu poco compreso in vita nonostante Pirandello pubblicò su “Il Messaggero della Domenica” una recensione positiva. La riscoperta dell’autore avvenne negli anni ’60 ma, credo che a molti sia rimasto sconosciuto (se nominato credono si tratti del cantante Umberto!).
I romanzi del secolo scorso per di più farciti di toscanismi dividono i lettori: chi si scoraggia e non va oltre le prime pagine chi ne subisce il fascino come andare al cinema d’essai...
"Una specie di struggimento a lui noto assalì il suo cervello come una polla diaccia, che non gli permetteva mai di fare qualche cosa. Anche gli sembrava strano d'esistere; perciò ebbe paura di se stesso, e cercò di dimenticarsi, fissando lungamente le palme delle mani finché riuscì a non scorgerle più."
Piccolo gioiello della letteratura italiana, tristemente poco noto.
Il testo, per certi versi, attraversa la stagione sperimentale del modernismo. T. innova in maniera semplice, eppure efficace: il testo è formato da una serie di scene, l'una slegata dall'altra. E' la mente del lettore a unire in unica storia coerente quelli che sono piccoli aneddoti di vita provinciale. Il significato è qualcosa che emerge, senza che T. esprima dei suoi pareri sulla vicenda.
Il protagonista è Pietro, giovane di poco talento e nessuna qualità che cerca, come tutti, una vita serena. Animo sensibile, ma gravato da una mancanza di costanza: non riesce a portare a compimento nulla. Il padre, ricco borghese di provincia, non lo apprezza e considera il figlio troppo molle e poco adatto agli affari. La madre, protettiva, gli impedisce di crescere.
Ghisola, la protagonista femminile, è una figlia di contadini che però si ritrova a crescere intorno alla casa dei Rosi (la famiglia di Pietro). Questo le permette di accedere alla vita agiata, da cui poi sarà difficile distaccarsi una volta raggiunta la maturità.
Pietro colleziona una lunga sequenza di fallimenti nel campo dello studio, Ghisola comprende che grazie alla sua avvenenza può accedere agli agi di una vita borghese. L'intero racconto, però, è costellato di scene in cui si osserva l'amore tra i due, fatto di tanti non detto. Pietro è timido e quindi faticherà molto a mostrare il proprio amore; Ghisola, invece, celerà a Pietro la sua vita 'errabonda', la quale l'aveva portata a scoprire i vantaggi della propria bellezza.
Infine, l'universo costruito da T. è formato da persone 'con gli occhi chiusi': ognuno non riesce ad entrare in contatto con l'altro, a capirne le paure e i desideri. E infine tutto cozza, ognuno è accanto all'altro senza mai entrare in contatto. La forma del romanzo, come si è detto, d'altronde è fatta in questo modo: tante scene una dietro l'altra che si sommano, senza mai legarsi del tutto. E così i personaggi, che vivono insieme, ma restando confinati nei propri egoismi, nelle proprie debolezze, nelle proprie miopie.
Disclaimer: Italian review ahead; university reading.
Probabilmente non dovrei nemmeno dargli un voto perché come si fa quando è un classico? Federigo Tozzi è un visionario, sicuro, ma non credo di avere il cervello adatto per comprenderlo fino in fondo. O dovrei rileggerlo con più consapevolezza, non so. Non è che ci abbia capito moltissimo, quindi l'unica cosa che mi sento di dire, a livello di trama e di godimento nella lettura è: che palle Pietro.
Il primo di Tozzi che leggo. Immaginavo che mi sarebbe piaciuto, e infatti così è stato. Devo dire di aver faticato un po' per entrare del tutto nella scrittura, intrisa di toscanismi e riprese dal fiorentino trecentesco.
A tratti si sente l'influenza di Verga, anche se il piglio verista è poi alternato a quello psicologico, alle angosce e alle sopite pulsioni del protagonista, senza perdere di vista i personaggi che gli ruotano attorno.
In ogni pagina c'è un passo o una frase che è una specie di coltellata, e nel narrare certi disagi, come ad esempio quello di un amore irrisolto e infelice, Tozzi è veramente bravo.
È stato poi parecchio bello leggere di posti che non sono troppo lontani da casa mia, a partire da Siena, Radda in Chianti, la stessa Firenze.
Il romanzo autobiografico ha uno dei più bei finali che io abbia mai letto, non mi aspettavo questo da Tozzi, un autore considerato minore dalla critica, lasciato un po' in disparte... un po' come Pietro, protagonista esistenziale, condotto verso il nulla, uno spazio vuoto difficilmente colmabile. Lo stile è asciutto, prosciugato, quasi scarno nelle sue manifestazioni emotive, il sentimentalismo è quasi inesistente in un romanzo che non ha come tema l'amore, ma il suo pallido riflesso, l'idea d'amore, la sua illusione più alta e nobile. L'angoscia esistenzialista del protagonista accompagna il lettore durante tutto il tragitto, tra le vie di una vecchia Siena, di un'immortale Firenze...(e le descrizioni di Poggio a Meli, del mondo contadino e basso borghese dei primi del Novecento sono squisitamente poetiche) luoghi in cui si svela lentamente la natura dell'autore, quella di Ghisola, di Anna, di Domenico soprattutto. Tozzi con grande dimestichezza riesce a delineare profili psicologici di una forte complessità che a volte necessitano una doppia lettura per poter essere pienamente compresi. Nonostante lo stile asciutto e a tratti brusco nella sua durezza, resta comunque una sensazione di indefinitezza, di vaghezza e sogno fino al finale, attraverso le trame di un testo dal linguaggio a tratti ermetico, simbolico, intriso di doppi significati. Una grande esperienza.
Le vie, le mura, le case, il fiume, i prati... è questo il bello di questo romanzo. Impossibile non sentirsi proiettati in quei paesaggi così bene e dettagliatamente descritti. Il protagonista del romanzo è Pietro un ragazzo inquieto che vive la vita, come da titolo, con gli occhi chiusi, senza mai rendersi veramente conto di ciò che gli accade intorno e di come la bella Ghisola si approfitti di lui. Pietro è un po' in ognuno di noi.
Boh Giona Compensare una trama scadente e dei personaggi empi, meri strumenti di un autobiografismo intriso di vittimismo sentimentalista, con eterne descrizioni del paesaggio senese totalmente fuori luogo e sgradevoli? Fatto egregiamente! Federigo! Perché?
I didn't like this at all. It read like the outline of a novel and not a novel itself. Spareness of language is good, but spareness of flow -- not so much. It just doesn't flow. I was disappointed because it could have been good. Bressonian, even (see my review of Tozzi's Tre croci). It opens with the main character's father counting his money at closing time of his trattoria. But in the end it's not about money, although it's definitely about how we are shaped by our familial culture and how we close our eyes to many things ("con gli occhi chiusi"). But just theme doesn't cut it. It's gotta have flow!
Un romanzo breve, ma potente, aspro, ostile, come le crete senesi in cui è ambientata la vicenda di Pietro Rosi, figlio inetto del dispotico Domenico, una variante toscana dei padri-padroni che caratterizzano la letteratura di inizio Novecento.
“Con gli occhi chiusi”, nell’edizione Garzanti, si dipana per circa 150 pagine, con un’accelerazione nei capitoli conclusivi, in cui la relazione tra Pietro e la contadina Ghìsola, iniziata con scherzi sadici negli anni dell’infanzia, si snoda tra le bugie della ragazza e l’incapacità di Pietro di “vedere” la reale condizione della donna.
La prosa di Tozzi è secca, franta, lontana da quella letteraria, ma ha il vantaggio di farci percepire la durezza dei rapporti umani, con scene crude come quella della castrazione dei cavalli e del cane Toppa, in un universo in cui la solidarietà e l’affetto non sembrano esistere.
Così si rimane colpiti dall’incapacità di Pietro, personaggio autobiografico di “vedere” la reale condizione di Ghìsola, prima mantenuta e poi prostituta in un bordello, fino alle ultime righe, che costituiscono uno dei finali più belli della letteratura del primo Novecento.
Un romanzo in cui alla lezione di Freud si aggiungono gli echi da “Senilità”, perché Ghìsola non è altro che una variante contadina e toscana di Angiolina Zarra e Pietro un Emilio Brentani meno intellettuale. Ma c’è molto Verga anche nella descrizione della religione della roba, che informa il vivere di Domenico Rosi.
Un romanzo di un pomeriggio, ma di una potenza rara.
“Stava bene sul letto, con gli occhi chiusi” All’inizio ho trovato difficile leggere il libro per la sua (quasi totale) asetticità. La narrazione e in particolare i dialoghi sono freddi e diretti, spesso risulta non facile immaginare come possa essere avvenuta una conversazione del genere e in quali tempi. Non è stato impegnativo, invece, individuare il “ritratto psicologico” dei personaggi, specie del padre e della madre di Pietro: il primo, violento, pieno di sé, incapace di comunicare (non solo emozioni) con chi lo circonda, radicato nelle sue idee, la seconda, iperprotettiva ma allo stesso tempo non capace di instaurare un buon rapporto col figlio, accetta di sottostare al marito. È inevitabile che questi comportamenti si riflettano su Pietro, il quale fa fatica a manifestare ed esprimere le sue emozioni, spesse volte rinnegando di sentire qualcosa e cercando di reprimerle. Triste se si pensa che nelle ultime pagine più volte si trovi ad ammettere i suoi sentimenti a Ghisola, trovando in lei l’unica ragione per restare in vita. Tutto ruota intorno al “doverla farla sua”. Poco dopo, Pietro aprirà gli occhi e vedrà come lei lo stesse usando. “Quando si riebbe dalla vertigine violenta che l’aveva abbattuto ai piedi di Ghìsola, egli non l’amava più” Ho apprezzato il finale più della parte iniziale. Durante il corso della lettura, mi chiedevo se, al suo termine, mi sarebbe rimasto qualcosa o se sarebbe stato spunto per riflessioni. Fino all’ultima pagina credevo sarei rimasta delusa, ma ho ripensato alla parole lette e, in realtà, ci sarebbe tanto da dire (su ogni personaggio, sul loro modo di fare e relazionarsi, sugli oggetti e posti descritti, su scene e frasi riportate senza - apparentemente - dargli peso (come quelle in riferimento alla violenza fisica e mentale, ma anche quei “semplici” commenti degli avventori della trattoria), facendo così comprendere al lettore la “normalità” in quelle.
"Gli alterchi erano radi; e, quando avvenivano, l'amicizia era rotta per poco tempo. Di solito, non s'insultavano direttamente; ma uno alla volta, a vicenda, si rivolgevano agli altri esponendo la cosa come un racconto; da prima a bassa voce, poi con veemenza e con bestemmie, battendo i pugni, alzandosi da sedere. Quasi, le mani dei contendenti si toccavano; allora, qualcuno diceva: "E' vergogna! Anche per chi ci sente!". Anna non si teneva più; e la sfilata delle bestemmie era interrotta, finalmente, da un grosso boccone inghiottito. Adamo, con piccole nervosità da femmina avvezzata male, quando diceva a Domenico che lo servisse bene, quasi si raccomandava. Dopo averlo guardato in viso, si volgeva da una parte, aspettando, sempre con la paura che parlassero male di lui in cucina; poi, assaggiata due o tre volte la pietanza, se era a modo suo respirava meglio, sputacchiava e si decideva a mangiare".
Scrittura toscanissima, la nostra lingua che nessuno usa più. Non mi capacito di come questo autore non venga studiato a scuola. Io lo conoscevo appena e l'ho scoperto perché la versione Kindle dei suoi romanzi è gratuita. Il romanzo appartiene - insieme a Tre croci ed a Il podere - alla cosiddetta trilogia dell’inettitudine, incentrata sulle vicende di personaggi incapaci di sottrarsi al proprio fallimento e "conferma la grandezza di Federigo Tozzi. Grandezza e modernità".
«Senza mai perdere un contatto vitale con la realtà terragna, popolare e passionale in cui affondava le sue radici, è riuscito a trasformare la sua realtà in una figura della crisi europea con cui si apre il Novecento. Anticipò d'istinto certi affioramenti improvvisi e dolorosi dell'io profondo che sono studiati dalla psicanalisi, da lui ignorata. Espresse in modo originale, con personalissimo accento, l'angoscia del vivere che assedia il personaggio - uomo novecentesco ». Geno Pampaloni
Io avrei preferito avere gli occhi chiusi così da non essere costretta a leggere questo romanzo. Cerco sempre di carpire almeno l'importanza dei libri considerati classici, ma in questo caso per me è impossibile ed è solo un'opera che merita l'oblio. Sono grata ai miei neuroni per aver rimosso la trama. Non rimuoverò mai, però, il ricordo dello schifo che mi ha fatto.
“Con gli Occhi Chiusi” è il romanzo che salva la letteratura italiana del primo novecento. Mentre in Europa scrivono gli autori che rivoluzioneranno la cultura mondiale, figli della psicanalisi freudiana, che darà vita ai romanzi particolareggiatissimi e caratterizzati da nuove trovate stilistiche, come il flusso di coscienza, di Joyce, e figli della critica alla società positivista e borghese imperante, come Dickens o, successivamente Kafka. In Italia, ancora una volta la nazione meno propensa al cambiamento culturale, gli intellettuali e la critica rimangono attaccati a un modello superato da tempo: un’imitazione all’italiana del naturalismo francese in ritardo di qualche decennio, che non va oltre il racconto della povertà e della miseria delle zone rurali del paese; e qualche primo esempio di romanzo psicologico, ancora, però, prolisso e pesante, legato a uno stile ottocentesco di narrazione realistica. Tozzi sceglie di raffigurare il disagio della provincia sotto Giolitti, l’incapacità di adattarsi a uno stile di vita, quello borghese, lontano dalla cultura italiana, e lo fa con una storia di falso amore tra Pietro, e Ghìsola. Pietro è l’inetto per eccellenza, un impiegato della vita che per natura rifiuta la mentalità imprenditoriale, grottesca nel suo essere esagerata, del padre Domenico. Egli si innamora da bambino di Ghìsola, una delle assalariate del podere del padre; questa sembra ricambiarlo, ma improvvisamente è costretta ad abbandonare la città. Pietro nella sua incostanza del vivere, che lo porta a un continuo variare degli studi e degli interessi, mantiene l’amore per la ragazza fino a quando, anni più tardi, la cerca e la ritrova, rivelandole il suo amore. Ghìsola appare immediatamente al lettore restia all’affetto del protagonista ma lo lascia fare sperando in un matrimonio che le assicuri una rapida scalata sociale. Le vicende dei due si svolgono tra baci eccitati e liti, con Ghìsola che, essendo restata incinta da un’altra relazione, cerca di avere il prima possibile un rapporto con Pietro, per convincerlo della paternità del bambino e vincolarlo al matrimonio. Il romanzo culmina nelle ultime brevi pagine: Pietro riceve una lettera che gli annuncia il tradimento di Ghìsola e il luogo dove scovarla. Pietro, preso da una sensazione viscerale di certezza della veridicità della delazione, raggiunge l’indirizzo e scopre una casa privata di prostitute; all’ultimo piano si trova Ghìsola, i due hanno una discussione, ma, mentre Pietro è sul punto di cedere, il suo sguardo cade sull’addome rigonfio della ragazza. Egli cade a terra e lascia per sempre Ghìsola. Lo stile di Tozzi, con la sua punteggiatura quasi avanguardistica che dà al racconto un procedere a singhiozzo, permette di esprimere in poche righe l’ingenuità e il disagio esistenziale del protagonista e di un paese inadatto alla modernità, la sua incostanza, incapacità, illusione. L’innovazione stilistica, unica nel suo panorama letterario, avvicina Tozzi ai grandi romanzieri europei e, al contrario, lo allontana dall’arretratezza di una critica che non lo apprezzerà, se non dopo la prematura morte.
In questo romanzo di non facile lettura, Tozzi mostra al lettore la lenta disperazione di vite senza futuro nella campagna senese di inizio Novecento, in particolare di Pietro, il protagonista, figlio di un ristoratore e di Ghìsola, servetta di casa. Vite che dalla prima all'ultima sembrano girare in tondo pigramente, dibattendosi stancamente e senza speranza in un racconto allucinato e soffocante.
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1,5✯/ 5 I'm on a mission to read 6 books for an exam and this is one of them. I was drawn to it by the premise that the professor made in class, especially about the psyche of the characters and certain themes such as the fater/son relationship.
Sadly, the book focuses too much on Pietro and Ghìsola, who are both insufferable. The writing and the structure are not helpful to make this book enjoyable. Fast? You could say so, but at the same time hard to get through.
The thing I hated the most were the LONG and useless description of the surrounding environment and the "chapters" that were useless to the plot.
I know I may not be honest with the author, taking little account of the historical period and the culture of semi-rural Italy at the time, but I have always been unable to give high marks to readings pervaded by a latent misogyny. The real mistress of the trattoria considered only in her role as mother, the girl blamed from infancy, without the right to express her feelings and desires. Pietro, who secretly sells his family's possessions in order to "get to know" women, but who is incapable of imagining that his lover might have had experiences. The girl who must be preserved for after the wedding! And she who is not in a position to get out of this social misunderstanding. A book about misogyny at the beginning of the 20th century, as a social analysis, might get a better mark.
Leggerlo è stato come seguire da vicinissimo i movimenti leggeri o pesanti, bruschi o lenti, di un pennello sulla tela di quadro: un vedere così da vicino che talvolta pareva che la vita dei personaggi e dei luoghi si mostrasse da sé, direttamente, senza mediazioni. E in verità era la lingua, una lingua saporita e rustica, come la crosta bruciacchiata del pane di ieri, a renderlo possibile.
Romanzo di formazione toscano. Mi è piaciuta la parte iniziale e finale ma non quella centrale, dove a mio parere le descrizioni diventano pesanti e la lettura non scorre filata. Nel complesso un bel libro. Piacevole il persoanggio di Pietro che cresce nel fianle.
I couldn't get into it. The story is nothing special and I don't know why this book is well considered. The characters are pretty thinly defined and there's no consistency in their behavior, other than acting stupidly all the time.
some quotes were really relatable but i really got bored most of the time and the succession of the events actually confused me, maybe my lack of attention was partly responsible but i just didn’t click with the book in general
Libro noioso e incomprensibile. Sarà anche una pietra miliare della letteratura, ma non riesco a comprenderlo. Né io né i miei trenta compagni di classe.
"L'oscurità, con la luna palpitante sotto un velo di nuvole, empiva ogni parte di ombre fievoli e trasparenti. Allora egli la prese per mano, ed ella lasciò fare: gli pareva che Ghisola fosse doventata un essere debole, quasi buffa. Ma capì. La bacio; ed ella si discostò, trasalendo. La baciò ancora, guardando dopo fissamente la sua nuca e il suo dorso solcato tra le spalle. (...) Egli, volendole parlare, pur non sapendo come, dovette abbassarsi tutto (...) Ella strinse le gambe l'una contro l'altra, così insieme che somigliavano ad un aratro voltato in sù. Allora Borio, dopo una lotta silenziosa, con le mani, poté dire, sentendo già il rimorso, senza nessuna voluttà: <> Le loro dita, sudate, si sgusciavano; egli aveva voglia di storcergliele: si guardavano come quando si sta per leticare, perché ormai era impossibile smettere. Ella allontanò le gambe. Poi pianse."
Come succede ogni volta che si hanno aspettative troppo alte, la delusione è dietro l'angolo pronta a fare "bubusettete". Purtroppo questo libro non è stata l'accezione che conferma la regola: ne sono rimasta abbastanza delusa, se non fosse per la seconda parte della storia che risolleva un po' la narrazione generale (e dando un senso di vita a quell'essere inutile di Pietro, personaggio in pieno stile con la linea degli inetti novecenteschi). Alcune descrizioni sono troppo lunghe, altre immagini invece sono bellissime; particolarissima invece la caratterizzazione dei due personaggi principali e dei genitori di Pietro (Domenico e Anna). La scena dello stupro di Ghisola (sopracitata) è senza dubbio la più bella del romanzo, e da lì in poi è tutto più interessante... Ma purtroppo, a fronte delle mie altissime aspettative, non credo mi basti. Peccato. Davvero davvero peccato.
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