Sono sedici anni che Mirtilla e Purè vivono insieme al protagonista di questa è grazie a loro che lui ha imparato ad allargare i confini del proprio io, a prendersi cura e a proteggere. Nel nostro tempo e in una città come Milano, dove tutto è corsa sfrenata al profitto e alla performance, i due gatti sono diventati un contro-incantesimo ai ricatti delle piattaforme. Un antidoto che lo riporta a una realtà di contatto pelle a pelle, a ciò che viene prima del linguaggio, dei ragionamenti, delle strategie per vincere. Ma quando Mirtilla muore, ogni cosa come si fa a trovare un posto al dolore, in assenza di riti condivisi? Che forma dare a un lutto clandestino, a cui non è concessa legittimità? Per celebrare questa esistenza ritenuta minore, il protagonista, dopo un letargo di tre anni e in balia di precarietà e traslochi, si rimette a perché lei splenda ancora e il vuoto non si mangi tutto. Accanto a Mirtilla, altre presenze vivide affollano le pagine, guardiani di soglie e creature Jofi, la chow-chow che Freud portava sempre alle sedute; il terranova Carlo, complice muto di Emily Dickinson; Korasek, l'inseparabile corvo della biologa Simona Kossak. E l'animalità diventa una chiave attraverso cui raccontare la differenza di classe, la neurodivergenza, le ferite narcisistiche e le tante forme possibili di famiglia. Con una scrittura che non risparmia nulla e illumina l'inammissibile e la vita nascosta, in Bestiola Jonathan Bazzi trova le parole più intime e radicali per ciò che siamo abituati a lasciare che ci stravolga in silenzio. Rivendicando l'anomalia, ci consegna una storia stratificata e ibrida, umana e animale insieme, e una piccola etica della tenerezza. Aprirsi all'altro non umano, qui, non è semplice diventa il solo modo che il protagonista trova per restare al mondo, bestia tra le bestie, fidandosi solo della pelle.
Nella dedica che Jonathan Bazzi mi ha scritto, si augura che io trovi in questo libro qualcosa di mio. E mi sento di dire che molto più di qualcosa ci ho trovato. Sapevo molto bene che sarei stata colpita da questa lettura: dopo 16 anni di vita insieme, Mirtilla, la sua gatta, muore e questa perdita, questo lutto, spinge Jonathan a scrivere di nuovo, dopo anni di blocco. Chiunque abbia condiviso un pezzo di vita con queste creature meravigliose sa molto bene cosa significhi il distacco. Ma ciò che si trova in questo libro va davvero molto oltre, con quella generosità che contraddistingue l’autore e che avevo già sperimentato leggendo Febbre. È un libro spirituale, intimo, in cui ho interpretato ciascun capitolo come una sorta di raccolta di appunti, nei quali viene raccontato ciò che succede nella sua vita, ma anche e soprattutto l’impatto che questi avvenimenti hanno nel suo universo interiore. Io non ho mai raccontato a nessuno i dettagli di quell’ottobre di sei anni fa. Attraverso le parole di questo libro mi sono sentita abbracciata e capita. È un libro magico. Lo è. E ne ho le prove: in uno dei capitoli si affronta il tema dei segni che qualcuno sostiene di ricevere dalla bestiola scomparsa. Io, mi sono detta, a parte qualche sogno, non ho mai ricevuto nessun segno tangibile. Ho chiuso il libro, ho preso in mano il cellulare e tra le mail spiccava quella della clinica dove ho salutato il mio Gip. Giuro che mai, in tutti questi anni, ne avevo ricevuta una. Eppure è arrivata proprio ieri, mentre leggevo quelle pagine dedicate ai segni. Questa lettura è stata un viaggio nella mia esperienza personale e lo consiglio veramente a tutti coloro che hanno avuto il privilegio di essere amati, per un tratto della loro vita, come solo queste creature sanno fare.