Erano gli anni Ottanta – e le chiedevo se aveva messo pen on paper, come amava dire Marella. A volte sì, più spesso no, rispondeva. C'erano sempre troppe cose che succedevano e si succedevano. Eppure le pagine lentamente si depositavano. Ma non sarebbero mai state rievocazioni arrotondate, piallate, aggiustate da quella somma falsaria che è la memoria. Erano schegge di infanzia e adolescenza, giustapposte, imperiose. Fra vaste lacune, si disponevano in una sequenza di tracce vivide: impressioni, espressioni, vestiti, colori, frasi, materie, piante, odori, accenni di sentimenti, che si profilavano e si nascondevano. Nomi di luoghi che schiudevano immagini accessibili soltanto a chi ne stava scrivendo. Innanzitutto una villa, I Cancelli, sulle colline di Firenze, dove era apparsa «la Signora Gocà», in un gioco di bambini. E poi Ratzötz, Balta-Liman, il Roncaccio. Alla fine, Roma. La psicologia: sempre implicita, mai dichiarata, come se stesse a poco a poco uscendo dal bozzolo dell'«opaca adolescenza». E, più ancora della narratrice, illuminava di sguincio la madre Margaret, i fratelli Carlo e Nicola, il padre Filippo, la nonna Meralda, le prime amiche, che avevano lasciato un segno indelebile. E un mondo intero, fascinoso e angoscioso, che si sarebbe dissolto per sempre con la fine della guerra e il boogie-woogie.
la cognata susanna vestiva alla marinara. qui abbiamo invece il ramo caracciolo, che era indubbiamente e incommensurabilmente più chic (non rispetto alla marinara, rispetto proprio agli agnelli tout court). ci si sposava in abiti di edward molyneux, si portavano visi scolpiti e phisyque du rôle non da meno (le donne con colli da cigno e lunghe gambe americane), e se da un lato si frequentavano contesse wolkenstein e si giocava a bridge dai guggenberg, si amava anche l’arte e si era di ottime e abbondanti letture. non è affatto un brutto memoir, è che a me questo tipo di libro inizia ad annoiare già a pagina 20. tre stelle non ideologiche, parola.
All'interno della categoria "racconti con episodi di infanzia e giovinezza", quanto a grazia e compostezza della narrazione non ha nulla da invidiare a La lingua salvata di Canetti. E quanto ai contenuti, inevitabile che si finisca per sentirli più immediati e vicini e che si vada a fare confronti con altre letture di autori italiani che raccontano degli stessi anni: anni '20, anni '30, poi la guerra e l'immediato dopoguerra.
Riguardo l'aspetto più estetico e descrittivo: quando si parla di avite o comunque antiche dimore, di "grande casa cinquecentesca mantenuta architettonicamente intatta" o di andare alla ricerca di castelli in Tirolo, io vado in brodo di giuggiole e a quel punto non m'importa neanche più tanto se si tratta di ricordi di infanzia e giovinezza, o maturità o vecchiezza.
Sotto un certo punto di vista, La signora Gocà suona quasi all'unisono - o per lo meno in armonia - con The light years della Howard: in armonia nell'epoca come nelle ambientazioni. I soldi erano pur sempre tanti e la vita pur sempre agiata, ancor di più se paragonati alle condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione italiana (come recentemente letto in Canale Mussolini di Pennacchi e ancor di più in Maria Zef della Drigo); ma nei racconti di Marella si tende a notare come i prìncipi e i duchi che furono suoi bisnonni e nonni fossero una nobiltà in fase di decadenza già agli inizi del secolo, titoli nobiliari il cui valore consisteva più nel prestigio, nella cultura e nelle consuetudini, più alcuni immobili e latifondi, che non in cospicue sostanze. Un ultimo barlume di valore che poi con la guerra verrà spazzato via definitivamente. Oddio, quasi definitivamente, considerando che la ragazza se la caverà con un matrimonio niente male - anche mia nonna era bellissima come le nonne e la madre da lei descritte, e forse anche di più, ma sta di fatto che l'Avvocato è andato a cercarsi la figlia di un Duca (per quanto decaduto), non la figlia di un mezzadro o di un emigrante analfabeta. Così va il mondo, da sempre.
Ripenso al libro di Pennacchi che ho appena terminato e mi accorgo che ci sono scene e dettagli che qui trovo ri-descritti dal punto di vista diametralmente opposto: mentre Pennacchi descrive la distribuzione di cibi e bevande alla stazione da parte delle associazioni fasciste, con la principessa Caetani apostrofata in modo vagamente canzonatorio perché vista da stare sul treno dei migranti; qui Marella, seppure bambina e quindi poco più di una comparsa e una testimone, fa parte del gruppo di donne sulla banchina che vedono sfilare i soldati sul treno che li porta al fronte e li riempiono di cose ridicolmente inutili, non ultimi i fiori dei loro giardini. E così come, nel romanzo di Pennacchi, da un certo momento in poi la principessa Caetani inizia abbastanza inspiegabilmente a collaborare con l'OSS, analogamente anche in questo racconto Marella vede i propri genitori dapprima muoversi all'interno delle più alte gerarchie fasciste, e in seguito collaborare con OSS e CLNAI e ospitare e nascondere rifugiati. Per sé stessa non si fa alcun vanto di aver fatto parte, seppur indirettamente, dell'organizzazione della Resistenza, ci tiene anzi a sottolineare l'opacità e l'incoscienza e l'ingenuità della sua adolescenza e a sottolineare altresì la sua condizione privilegiata di persona che non ha dovuto subire bombardamenti, né rastrellamenti, né fame né privazioni di nessun altro genere. E non si fa tema di mostrare anche l'ubriacatura di libertà e spensieratezza nella Roma finalmente aperta e nella gioventù finalmente ritrovata.
Stupisce comunque – o forse no, forse non stupisce affatto – che per vie diametralmente opposte il Duca Filippo Caracciolo di Castagneto sia giunto alle stesse conclusioni, alle stesse identiche parole scritte da Natalia Ginzburg e che Scurati ha poi piuttosto bene analizzato e approfondito ne Il tempo migliore della nostra vita. Così scriverà il Duca, padre di Marella, nel '64: "Non è facile esprimere la vitalità, l'intensità di uno stato d'animo collettivo, soprattutto quando il clima storico che lo condiziona è così radicalmente mutato. […] Ricordo quell'ora come una grande ora della mia vita, non tanto per le cose che furono dette, quanto per la certezza che in quella voce nell'ombra parlavano centinaia e migliaia di altre voci... Ecco perché tanti hanno conservato di quel tempo un ricordo soffuso di nostalgia, la coscienza di aver attinto alla profondità più pura di sé stessi. Paradossalmente, i giorni del terrore e della speranza, poiché più stretti al senso vero ed al significato vero dell'esistenza, sono diventati nelle trasmutazioni del ricordo i più bei giorni della nostra vita."
Gli episodi narrati hanno una buona organicità, dànno alla lettura un ritmo abbastanza sostenuto e quindi peccato per il finale un po' frettolosetto in cui si preferisce lasciar spazio al non-detto e al sottointeso piuttosto che a una qualche riflessione esplicita. Le immagini finali cercano di chiudere il cerchio ricollegandosi con i primissimi ricordi delle primissime pagine del libro ma si sente la mancanza di un'ultima istantanea che possa rappresentare l'anello di congiunzione tra quel passato e questo presente, oppure anche soltanto una calata di sipario un po' più decisa. In ogni caso, soddisfatta di averlo letto.
Tempo addietro, quando mi capitò di scrivere altrove un parere sul romanzo Le Due Sicilie, secondo me tra i più belli di Alexander Lernet-Holenia, mi parve giusto porre in evidenza un particolare che nella storia assume, nonostante la sua natura modestissima, un rilievo notevole: il piccolo pezzo di cera vergine dove passare una gugliata prima d'infilarla nella cruna, che agli occhi del maggiore a riposo dei dragoni Marschall von Sera, in vacanza presso due anziane parenti nubili nel vecchio Schloss campestre di famiglia, d'improvviso acquista un enorme valore simbolico, perché quasi vi si compendia l'intera esperienza della fanciullezza lontana; e scrissi allora che lo stesso accadrebbe a me se rivedessi l'uovo di legno con cui mia nonna rammendava le calze: lo ricordo ancora, lucido e bruno, con marezzature più chiare, quasi mordoré. Credo che col passare degli anni sia sempre più facile e naturale che la nostra infanzia sempre più lontana si aloni di soavità e d'incanto; forse non è così per tutti: ma per quasi tutti sì. E allora ecco che fatti e usanze ripetuti in realtà per pochi anni assumano i contorni di tradizioni bellissime, immutabili, odorose di antico; ed ecco che delle persone di allora, che non ci sono più, ci rimangono rimembranze più vive di particolari minimi che si stagliano sul tremolare d'una bruma di vapor leggero in cui già un po' di confondono i visi e le figure: l'uovo di legno della nonna o la sfumatura lilla della sua messa in piega, il cappello di feltro del nonno o il suo nécessaire da barba; e così queste memorie dell'infanzia e dell'adolescenza di donna Marella Agnelli, nata Caracciolo di Castagneto, pur così distanti per motivi cronologici e sociali dalle mie, mi risultano davvero vicine spiritualmente: anche per me l'infanzia è tutta un ordito di rituali e di lampi percettivi, profumi e tessuti, abiti e oggetti come per lei l'odore di Tabacco d'Harar (lo produceva il padre di Luchino Visconti: e purtroppo non esiste più da molti anni) di suo zio Adolfo e del Fleur de Rocaille di sua madre, o le perle della nonna Meralda. Bimba pensierosa e molto sensibile, con un padre dolce ma soavemente distratto e una madre americana bellissima, volitiva e un po' distante, tra fratelli amati (piccolo e remissivo Nicola, esuberante e mercuriale Carlo, a tratti anche dispettosetto), nonne eleganti dal passato complicato e non sempre felice, istitutrici arcigne e servitori affettuosi, Marella rivede gli anni lontani che si snodano tra la villa in Toscana, le vacanze in Alto Adige, il periodo a Roma e quello tra Ankara e Costantinopoli, il periodo di guerra in Isvizzera e il ritorno nell'Urbe; li rivede e li rivive in esperienze minute, quasi tangibili, di piccole cose. C'è già in queste impressioni fanciullesche tutto il gusto per la moda, i giardini e l'arte che hanno accompagnato sempre l'autrice: la sua memoria fotografica va congiunta con un'abilità rievocativa e icastica della prosa, che in un secco e breve giro di frase dipinge con felicità pittorica un intero outfit, e le ricchezza d'un drappo dalle pieghe vellutate, l'opalescenza d'un giro di perle o l'estro d'un cappellino, ma anche la magia d'un interno di villa italiana o di magione turca, e la bellezza d'un bosco e d'un viottolo tirolese, e la figura di tanti uomini e donne del passato conosciuti o appena intravisti. Il ricordo, erratico e capriccioso, si sofferma talvolta su scaglie di passato insignificanti, che però regalano tono e sapidità a un intero passaggio; così, mentre, appena liberata Roma, va con le amiche Del Drago a un ballo, ecco “una Lancia vetusta, l’autista in uniforme con i gambali da cocchiere”, e i rinfreschi con gran caraffe d’acqua, sciroppo d’amarena e vino bianco dei Castelli: come a una merenda di minenti o di vecchi monsignori. Altre volte una Stimmung si forma per lento gocciolio di reminiscenze: il francese perfetto e fluente della contessa vedova von Wolkenstein, amica di Bressanone, corrisponde a quello del vecchio colonnello ottomano e della sua consorte circassa a Costantinopoli, e a quello prezioso della nonna Meralda, che, nel commentare le dorate esperienze parigine di Nicky Visconti, tra Le Boeuf sur le Toit e i balli dei Beaumont, dei Castellane e dei Noailles, fiorisce tra ironia e rimpianto: “pour fréquenter ce monde, il fallait avoir un talent reconnu, un gran nom, beaucoup d’argent, une grande beauté…”: tessere d’un mosaico di civiltà internazionale di cui ha preso posto, ai nostri giorni, il biascicare d’un inglesuccio impoverito e approssimativo – e la nonna Meralda, caduta quasi in miseria, non rinunzia mai alle sue perle, perché solo indossandole sono vive. La lezione più alta però di sprezzatura viene dall'aver lasciato pubblicare queste pagine tanto godibili e lievi (anche nelle parti più tristi) soltanto adesso: in un'Italia dove anche le più inutili e insulse comparse del demi-monde si affannano a lasciar traccia di sé in memoriali degni, al massimo, di avvolgere il pesce al mercato, questo mazzolino di ricordi snelletto e leggero ha saputo attendere senza impazienza per venire alla luce: forse Cristina Campo metterebbe questo gesto di donna Marella tra quelle che le piaceva denominare "le sublimi litoti”.
Un libro a suo modo sorprendente questo di Marella Agnelli. Mi aspettavo il racconto della sua vita a fianco di Gianni con il relativo corredo di Italia anni ‘60 e ‘70. E invece, a dispetto del cognome, La Signora Gocà è il racconto della famiglia Caracciolo e dei luoghi in cui ha vissuto tra le due guerre mondiali e durante la seconda. Sono gli anni in cui Marella è bambina e adolescente. In fondo una parte breve dell’esistenza di ognuno di noi, eppure così densa e significativa.
Scritto con una punta di nostalgia per ciò che non è più, mi ha commosso la presenza in punta di piedi della scrittrice che, al contrario di molti, lascia spazio ai protagonisti della sua famiglia, Filippo il padre, i due fratelli Carlo e Nicola ma soprattutto Margareth la madre americana dalle lunghe gambe e dalla bellezza e eleganza inarrivabili. E così arrivati alla fine del libro sappiamo tutto dei Caracciolo dei luoghi e degli oggetti con cui hanno vissuto, della borghesia colta tra le guerre mondiali, degli eventi storici che hanno agitato l’Italia in quegli anni, ma Marella possiamo solo immaginarla. E lei ci lascia con mille curiosità e la voglia di leggere il seguito.
magioni avite, patrimoni che vanno e vengono, vestiti di molyneaux e spruzzi di fleur de rocaille, frequentazioni che hanno minimo tre cognomi... tutto scritto e descritto con grande understatement e del resto, da una che nel portare le corna con grazia e dignità detiene il titolo di campionessa mondiale di tutti i tempi pari merito con la reina sofia, non mi aspettavo diversamente. ci fosse stato un accenno a qualche manicotto di zibellino gli avrei dato dodicimila stellette.
La storia è antica, quella passione di stendere le proprie memorie a memoria dei posteri, vanità umanissima e baluardo alla dissolvenza terrena. Al settecento e ottocento, secoli in ciò eccellenti, dobbiamo pregevoli opere, diari, lettere, autobiografie, Casanova, Chateaubriand, Madame de Sevigné solo per citare le più famose. Oggigiorno, alla moda delle autobiografie non si sottrae quasi più nessuno, dal calciatore famoso, alla mondina demi-mondaine sposta bene che con somma pacchianeria compiaciuta snocciola dettagli da nuova ricca e incontri sentimentali passionali e turbolenti. Marella Agnelli non è nuova alle biografie, non si sottrae alla moda ma lo fa con gusto squisito di Cigno, come veniva chiamata da Avendon, infatti già è uscita qualche anno fa "Ho coltivato il mio giardino" sorta di biografia green di una donna che, pure essendo da sempre al centro del bel mondo, ha mantenuto un distacco discreto e una certa naturale ritrosia per tutto quel che è eccessivo ed esibito, coltivando la passione per l'arte, la fotografia e il giardinaggio, tocco leggiadro e discreto che si rivela anche nella sua scrittura.
Questo libricino, narra invece gli anni dalla nascita all'adolescenza; ricordando gli eventi in età matura - la signorà Gocà del libro è al tempo stesso Marella quasi novantenne e la sua mamma americana, che diceva ai bambini "Now we go to the car" - riscopre dettagli di luoghi, di persone, odori, colori del variegato mondo che ha attraversato. Il libro è suddiviso in cinque luoghi dell'anima, prima fra tutti la villa Cancelli a Firenze dove è nata e cresciuta (unica figlia femmina dei tre figli del principe napoletano Filippo Caracciolo di Castagneto e dell'ereditiera americana Margaret Clarcke), poi la casa in Trentino, quella a Istambul e in Svizzera, dove il padre era console italiano, e infine quella romana, oltre che en passant, l'avita dimora napoletana della famiglia paterna. I luoghi fisici sono solo la cornice per descrivere, con soffusa grazia appena appena venata di nostalgia e di leggero umorismo, il variegato mondo umano, erano i frizzanti anni venti e trenta, epoca di boogie boogie, di feste nelle ville patrizie e di ricchi americani, ma dietro l'angolo incombeva la guerra e il fascismo che aveva sempre più rivelato il suo volto. La madre americana, così superficiale, mondana, concentrata sulla sua persona e sempre avvolta in una nuvola di Fleur de Rocaille, dopo l'armistizio e la deflagrazione nazionale dell' 8 settembre 1943 diventa, insieme al marito console in Svizzera, parte della Resistenza, ospitando partigiani, famiglie in fuga olteconfine. Una toccante pagina racconta proprio dello sciamare continuo di profughi dall'Italia verso la Svizzera, in fuga dai nazifascisti, allora come ora (la storia che si ripete) trovavano barriere svizzere sbarrate e forzati rimpatri. Anche il fratello maggiore, Carlo (futuro editore di Repubblica e l'Espresso), nel '43 appena diciottenne, entrerà a far parte della Resistenza attiva, andando con i partigiani in Val d'Ossola. La famiglia si riunirà a Roma solo dopo la Liberazione, per Marella ormai adolescente, si riapriranno i saloni del bel mondo, la passione per la fotografia, per la moda cominceranno a far capolino proprio in quegli anni di rinascita, dove la voglia di Bello, di Superfluo, dopo gli orrori della guerra e della Dittatura, diventano quasi insopprimibili necessità. Il libro si chiude con il rincontro di una sua antica amica, Lolli (Elisabeth Jaworski von Wolkenstein Rosboch), che abbiamo già incontrato a Villa Cancelli, protagonista di una fuggevole semi liason da Lolita con il padrone di casa e che diventerà la seconda moglie di Filippo di Castagneto. Ne potrei narrare ancora di cose se volessi, sembra dirci questo excipit che con molta grazia, lascia volteggiare nell'aria, come un profumo di Caron, impercettibilmente sensuale, esca deliziosa cui non credo che Donna Marella darà alcun seguito, nel suo buen retiro a Marrakech, dedita si pensa, più che altro ormai, alle delizie del suo esotico giardino.