Un Merleau-Ponty sempre più denso ed irrequieto, quello de
L'Occhio e lo Spirito
, breve ma intenso saggio filosofico incentrato sul valore metafisico della pittura, un trattato di estetica non orientato sulle problematiche del bello, bensì sul mistero della visione e sull'intrinseco significato ontologico che si nasconde in essa.
La scienza manipola le cose e rinuncia ad abitarle. (I, p.13)
L'incipit è lapidario: Merleau-Ponty porta avanti l'accusa di "matematizzazione del mondo" che Husserl aveva imputato alla scienza ne
La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale
, e mediante essa conduce il proprio lettore a volgere un nuovo sguardo alle cose per re-imparare a vederle attraverso l'occhio e svelare in esse una natura primordiale, facendo così ritorno alla Lebenswelt husserliana. Tale pensiero, cardine di tutta la riflessione del filosofo francese, assume in questo testo dei connotati radicali, sicché la visione stessa diventa senso privilegiato, strumento del pittore, a cui non si rimprovera una certa negligenza nei confronti della vita: Il pittore è l'unico ad aver diritto di guardare tutte le cose senza alcun obbligo di valutarle (p.16), è prestando il suo corpo al mondo che (egli) trasforma il mondo in pittura (II, p.17), scrive Merleau-Ponty, tradendo così la necessità di sottoporre a revisione le proprie convinzioni fenomenologiche, aprendosi a quell'ontologia caratterizzata dalle nozioni di carne e di chiasma che troverà maggior espressione nell'incompiuto nonché suggestivo scritto del 1961,
Il visibile e l'invisibile
.
Come può, però, la visione pittorica assumere un valore metafisico? A riguardo, sono estremamente chiare le seguenti frasi:
L'occhio vede il mondo, ciò che manca al mondo per esser quadro, e ciò che manca al quadro per essere se stesso; [...] il mondo del pittore è un mondo visibile, nient'altro che visibile, un mondo quasi folle, perché è completo e parziale allo stesso tempo. La pittura risveglia, porta alla sua estrema potenza un delirio che è la visione stessa, perché vedere è avere a distanza, e la pittura estende questo bizzarro possesso a tutti gli aspetti dell'Essere, che devono in qualche modo farsi visibili per entrare in lei. (II, pp. 22-23)
Avere in mente le varie raffigurazioni della montagna Sainte-Victoire di Cézanne è di grande aiuto per comprendere le tesi centrali del saggio: la pittura, anche quando sembra destinata ad altri scopi, non celebra mai altro enigma che quello della visibilità (p.23), sostiene Merleau-Ponty, distanziandosi dalla posizione cartesiana che privilegiava invece il tatto, mediante l'occhio il pittore è in grado di squarciare il tessuto del visibile per scorgere al di là di esso i fantasmi dell'invisibile (o più correttamente, dell'in-visibile) e catturarli così sulla tela. Il tentativo di Cézanne era quello di riassumere sempre più forme e colori, di giustapporre dei piani che restituissero qualcosa che trascendesse la realtà, una pura percezione inimitabile, che nessun altra opera sarebbe mai stata in grado di restituire. Ne La Danse di Matisse le figure si fondono coi colori della vita, il loro movimento circolare diventa il flusso della vita stessa, il mondo pare sostenersi dalla loro attività: è il corpo quale ente cruciale della percezione, fulcro connettivo tra pensiero e realtà, mezzo attraverso cui fare ritorno allo strato primordiale delle cose.
Il linguaggio della pittura non è <<"istituito dalla natura">>: esso va continuamente creato e ricreato. La prospettiva rinascimentale non è un <<"trucco">> infallibile: è solo un caso particolare, una tappa, un momento in un'informazione poetica del mondo che continua dopo di essa (III, p.37)
Il problema della profondità tormenta particolarmente Merleau-Ponty: giacché egli sostiene che sia impossibile, per via di complessi intrecci storico-dialettici, tracciare una storia dell'arte, risulta difficoltoso dare una precisa declinazione del concetto di profondità nelle opere pittoriche, poiché vedere implica assumere una certa posizione nei confronti della datità, significa interrogarsi incessantemente, rendere lo Spirito partecipe del mondo. Comprendere la profondità equivale ad affiancare allo Spirito l'occhio, che compie il prodigio di aprire all'anima ciò che non è anima: il gaio dominio delle cose, e il loro dio, il sole (IV, p.57): esso plasma colori e forme, rivela la linea - che non imita più il visibile, ma <<"rende visibile">> (IV, p.52) - non più quale puro artificio finalizzato a contornare gli oggetti, senza che possano trapelare pienamente la loro potenza espressiva, bensì come schizzo tridimensionale di una genesi delle cose (IV, p.52), restrizione, segregazione, modulazione di una spazialità preliminare (IV, p.54), ciò che rende possibile quella comunione di anima e corpo che è motivo cardine di tutta la riflessione del filosofo francese, ben esemplificata nella sua poetica chiarezza dal seguente passo:
Quando vedo attraverso lo spessore dell'acqua le piastrelle sul fondo della piscina, non le vedo malgrado l'acqua e i riflessi, le vedo proprio attraverso essi, mediante essi. Se non ci fossero queste distorsioni, queste zebrature di sole, se vedessi senza questa carne la geometria del fondo piastrellato, proprio allora cesserei di vederla qual è, dove è, vale a dire più lontano di ogni luogo identico. L'acqua stessa, la potenza della massa acquosa, l'elemento sciropposo e luccicante, non posso dire che sia nello spazio; non è altrove, ma non è nella piscina. L'acqua abita la piscina, vi si materializza, ma non vi è contenuta, e se alzo gli occhi verso lo schermo dei cipressi dove gioca il reticolo dei riflessi, non posso negare che l'acqua visiti anch'esso, o almeno vi riverberi la propria essenza attiva e vivente. È questa animazione interna, questo irraggiarsi del visibile, che il pittore cerca sotto i nomi di profondità, spazio, e colore (IV, p.50)
Collassa il "pessimismo estetico" di matrice sartriana, che condannerebbe l'individuo all'ossessiva riproducibilità di quelle immagini irreali denominate opere d'arte, per consentire ad un "ottimismo estetico-gnoseologico" di ripristinare l'originario orizzonte dell'Essere: a tale scopo adempie la pittura; a tale ruolo consegna tutta la propria vita il pittore, i cui emblemi aprono a nuove strade, delineano ulteriori strutture di quell'Essere di cui tutti siamo parte, come sistema a più entrate.