Penso che questa sia la mia duologia/serie preferita tra quelle scritte da Jonathan Fiorentino. E non è una cosa da poco, considerando che ho avuto la fortuna di leggere tutti i suoi libri e che ho amato tutte le sue serie.
Una delle cose che apprezzo maggiormente di Jonathan è la sua estetica, super riconoscibile e personale. Basta guardare il suo profilo Instagram e le sue illustrazioni per capire cosa intendo: un mondo gotico, oscuro, fiabesco, a tratti inquietante, che si ritrova perfettamente nelle sue storie. I suoi libri hanno un’identità ben precisa, e questa duologia è quella che sento più vicina ai miei gusti. Qui troviamo un’atmosfera cottagecore, ma non quella luminosa e rassicurante a cui siamo abituati. È un cottagecore decadente, fatto di boschi misteriosi, case invase dall’edera e una magia che può essere tanto meravigliosa quanto spaventosa. E poi ci sono quelle sfumature horror che adoro e che rendono tutto ancora più particolare.
Questo secondo volume mi ha un po’ confusa all’inizio, ma credo che sia una scelta voluta. Ci sono momenti in cui non hai tutte le informazioni per capire cosa stia succedendo con Dalia e Ivy, in cui ti senti quasi disorientata insieme ai personaggi. Eppure continui a leggere, perché vuoi mettere insieme i pezzi e scoprire dove ti porterà la storia.
Ho apprezzato moltissimo anche il modo in cui vengono rappresentati i Fae, che richiamano davvero le creature del folklore: orgogliosi, egoisti, imprevedibili e sempre pronti a ingannarti. Non sono creature addolcite o rese innocue, e questo rende il loro mondo affascinante ma anche pericoloso. Allo stesso tempo, è proprio questa loro natura a dare ancora più forza alla componente romantica. Il legame tra un Fae e un essere umano non è qualcosa di leggero, ma qualcosa di profondo e potentissimo. E vedere fino a che punto si possa arrivare per amore, fino ad accettare di soffrire pur di proteggere qualcuno, è una delle cose che mi ha colpita di più.
Anche il triangolo amoroso, che di solito è un trope che faccio fatica ad apprezzare perché non amo quando i personaggi rimangono indecisi all’infinito, qui trova finalmente una conclusione. E devo dire che, considerando quanto siano diversi e interessanti Dust e Jensen, capisco perché la scelta non sia semplice! 😂
Un’altra cosa che ho amato è il ritorno del tema del lutto, già importante nel primo volume. È un tema che attraversa la storia e che viene approfondito ulteriormente, mostrando quanto il dolore possa cambiare una persona e quanto sia difficile imparare a conviverci. La conclusione, da questo punto di vista, mi è piaciuta davvero tantissimo. L’ho trovata intensa, emozionante e perfettamente in linea con il percorso della duologia.
E poi devo assolutamente parlare di Jensen, perché io ho bisogno di rivederlo! Adoro la sua estetica un po’ punk e il suo personaggio mi ha incuriosita tantissimo. Mi è rimasta la voglia di conoscerlo meglio, e sinceramente non mi dispiacerebbe affatto uno spin-off dedicato a lui. Jonathan, pensaci! 👀
In generale, ho apprezzato moltissimo le descrizioni, la cura per le ambientazioni e lo stile evocativo dell’autore, ricco di dettagli ma capace di mantenere viva la curiosità. È una storia in cui atmosfera, personaggi ed emozioni sono strettamente legati, e in cui il lato fiabesco convive continuamente con quello più macabro e inquietante.
Per me Dust and Nightshade è una duologia che riesce a distinguersi proprio grazie alla sua identità. Oscura, romantica, gotica e a tratti disturbante, è una storia in cui mi sono ritrovata particolarmente e che mi ha ricordato ancora una volta quanto ami perdermi in mondi del genere. 🖤