Un tipo strano sta attraversando la città: un ragazzo alto e magro, con la cresta verde, vestito tutto di nero e tiene in mano un fiore giallo. Dove va? Per chi è quel fiore? "Mi chiamo Davide. Ma mia madre mi chiamava Davì. Ora che se n'è andata non c'è più nessuno a chiamarmi così. Ho diciannove anni, ma a volte è come se me ne sentissi molti di meno. A volte, invece, è come se mi sentissi tutti gli anni del mondo. Credo capiti a tutti, prima o poi. Il tempo è una cosa strana. Si dilata, si restringe, si asciuga, si riempie. Si riempie di tutta la nostra vita e anche di quella degli altri. La contiene. Un'enorme borsa della spesa in cui ficcare dentro desideri, sogni, fantasie. Bello."
E' un libro strano Davì. Di quelli che partono lenti e che poi, piano piano, scavano. Lenti, inesorabili come le acque di un fiume, non impetuosi come le onde dell'Oceano ma potenti in egual maniera.
Definire Davì è complicato: è un ritratto complesso e polifonico del crescere, del cercare la propria identità, del capire che non si può andare avanti senza essersi guardati bene dietro.
E' una storia di crescita, di cambiamento, di indipendenza e libertà ed è al tempo stesso una storia di legami, di rapporti, di appartenenza. Come è possibile? Grazie alla sua complessità che altro non è se non lo specchio della nostra realtà.
Molto interessante la scrittura narrativa, una storia d'amore per adolescenti un po' fuori dagli schemi, il protagonista Davide certo non si dimentica facilmente. Molto agile una lettura veloce ma intensa.