Più volte, durante la lettura, mi sono chiesto: ma è proprio questo quel libro che è stato sequestrato, la cui autrice è stata processata e addirittura, in un primo momento, condannata?
Cosa c’è di così disturbante in questo libro che, a scanso di equivoci, ho trovato meraviglioso e garbatissimo?
È forse l’idea e la rappresentazione della sessualità “libera” (e dovrei usare molte altre virgolette) di una donna? L’idea che anche una donna possa provare piacere fisico, perseguirlo, farne un punto fondamentale della propria ricerca?
È forse la consapevolezza dell’effetto rovinoso che l’educazione cattolica ha sulle persone, in particolare sulle donne, con le sue false ed ipocrite idee di purezza?
Se c’è un antagonista, in questo libro, è proprio padre Dario, che con l’episodio del vestito rosso inculca per la prima volta in Jules l’idea di colpa. Esiste un’idea più malsana di questa, per la sana crescita di una ragazza? Un’idea talmente marcia da trasformare il carnefice, padre Dario, in una guida spirituale, cui Jules, ormai infettata, si affida lungamente (e confusamente, perché ciò che in padre Dario trova non corrisponde a ciò che prova).
Il cattolicesimo e la società patriarcale, con la figura di Lorenzo che stende la sua egida s’un’inconsapevole Jules fin da bambina e che pretende -sì, pretende- di avere in quelle parole infantili la sottoscrizione in perpetuum del proprio contratto, masticano Jules e la risputano come un bolo che non sa più quale forma assumere.
Lia, la riprovevole Lia, la vedo dunque come una reazione -condannabile, certo- a questa società che incombe anche sugli uomini: quello di Amerigo, secondo me, è un esempio commovente ed estremamente eloquente di quanto il patriarcato sia deleterio anche per essi.
“La ragazza di nome Giulio” -che parte da un titolo strepitoso- è proprio un bel libro, scritto splendidamente, in cui la protagonista mi ha subito conquistato; c’è un importante “io” nella prima riga, Jules usa spesso questo pronome, ha bisogno di rendere tangibile la propria esistenza e di rivendicarla sotto i colpi annientanti del mefitico pudore cattolico, della supremazia maschile e dell’apatia materna: “E dicendo « noi », dicevo egoisticamente « io », sapevo qual era la mia malattia inguaribile, il mio dramma: credermi indispensabile, io al centro dell’universo, e gli altri che ruotano intorno a me, io come astro, una stella fissa, io più importante di mia madre, più importante di padre Dario, di Lorenzo, di Amerigo, io ambiziosa, io fulcro di non so che cosa, perno di non so che ingranaggio.”
No Jules, non è una malattia, questa, non hai colpa! La tua necessità di autodeterminazione non è dettata dal tuo egoismo ma da quello altrui.