Lettura notturna di un periodo di insonnie intermittenti. E così è una lettura un po' allucinata, tra la veglia e il sonno, di un flusso di coscienza, ricordi, analisi expost e tentativi di collocarsi – in modo non troppo doloroso – nel passato-presente.
La fortuna di nascere in una chiara collocazione sociale, forti di un passato famigliare ricostruibile, di storia retaggio antenati e di un milieu famigliare riconoscibile, è di pochissimi. E Margo, pur se dalla sua ha il benessere economico, lo status sociale e culturale, la storia famigliare, ha un handicap di partenza incancellabile. E' nera (anche se a volte si dimentica che c'è uno specifico nero, e quindi si vede come persona e basta, la realtà circostante finisce sempre per ricordarle che non può prescindere dal colore della pelle*, per quanto questo possa essere ingiusto).
Negroland vuole essere prima di tutto un memoir, ma anche la rivendicazione di uno stato, quello di Negro. Negro come definizione, rifiutando il politically correct nero/black che secondo Jefferson è un modo per sbiancare il colore della pelle, e quindi non rendere tutti uguali, ma rendere tutti bianchi.
L'essere neri, o Negri (come rivendica con forza Margo), o black o nigger è un'impronta che si somma a tutte le altre difficoltà del crescere. L'adolescenza, il desiderio/volontà di primeggiare e di affermarsi, il voler trovare una collocazione speciale. Margo riflette – mai sulla razza, che non è messa in discussione – ma molto sul colore, sullo status, su quel senso misto di orgoglio e sudditanza che ha visto crescere attorno a sé.
Nascere neri in una società di bianchi ti mette automaticamente in una posizione svantaggiata, di diversità e di inferiorità che – agli occhi dei bianchi – non potrai mai risolvere. Perché se è vero che un nero colto e benestante è equiparabile a un bianco, rimane il fatto incontrovertibile ed evidente che il colore della pelle non lo puoi cambiare. Se poi sei anche donna, la situazione è doppiamente difficile (e comunque il pregiudizio di genere batte quello di colore, gli Usa hanno preferito uno sconosciuto impreparato giovane senatore nero a una donna preparata ed esperta. Per ben due volte. E otto anni dopo, non contenti, hanno scelto un vecchio pallone gonfiato evidentemente inadeguato. Per due volte non ha fallito una donna, ma il suo appartenere al sesso sbagliato).
La traduzione è piatta e banale, e rende solo pallidamente il brio e l'arguzia dell'originale (troppo difficile però da leggere per intero).
*colore della pelle che nel suo caso (è di una sfumatura caffelatte** tendente al chiaro) è problematico per entrambi i lati del pantonario: troppo nera per i bianchi, troppo bianca per i neri.
** Aspetto e capelli, distinzione delle sfumature di colore e dell'intensità dei ricci nella capigliatura, sono temi ricorrenti nell'acquisizione del proprio status sociale, il colore della pelle ti fa accettare nell'enclave bianca elitaria e progredita di Chicago, lo stato dei capelli tra le ragazzine bianche compagne di scuola. Ma dominare i ricci è un problema universale, mi sento di dire!