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La strada per Roma

Rimasto inedito per quasi trent'anni, questo ritrovato "romanzo di formazione" racconta con convulsa inquietudine testimoniale la storia di un giovane che nell'Italia degli anni Cinquanta vive il proprio sofferto distacco dall'abbraccio caldo della provincia e dagli ideali della giovinezza, e imbocca "la strada per Roma" per diventare finalmente adulto. Sono gli anni torbidi e innocenti che segnano il passaggio dalla povertà del dopoguerra alle illusioni del miracolo economico; fra vocazione e attesa, ingenuità e cinismo, nell'intrico di amori vissuti in modo veloce e rabbioso, c'è l'ambiguità tragica, proiettata sul piano di un'esperienza individuale e gloriosamente "romanzesca", di tutta una generazione e di una società che ha visto morire a poco a poco le passioni e le speranze nate subito dopo la guerra. Volponi restituisce il senso e l'atmosfera di quegli anni e attraverso una sapiente struttura espressiva costruisce un romanzo corale, punteggiato di storie, atmosfere, personaggi spietati e umanissimi.

421 pages, Paperback

First published January 1, 1991

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About the author

Paolo Volponi

48 books13 followers
Paolo Volponi was an Italian writer, poet and politician. He is the only author to have won the Strega Prize twice, in 1965 for La macchina mondiale (trans. as The Worldwide Machine) and in 1991 for La strada per Roma. In 1960, he won the Viareggio Prize for Le porte dell'Appennino and in 1986 the Mondello Prize for Con testo a fronte.

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Displaying 1 - 5 of 5 reviews
Profile Image for Malacorda.
636 reviews286 followers
August 4, 2017
Tre stelle, lettura così così. Da un premio Strega con un titolo così suggestivo mi aspettavo molto di meglio. E le premesse per un’ottima lettura ci sono tutte: romanzo di formazione, affronta i temi della gioventù e della bellezza, l’immobilità della provincia con le sue difficoltà economiche e il suo ripiegarsi su se stessa, il rapporto di amore-odio per la città natìa, così come il rapporto di amore-odio per il genitore. Ma il grosso problema è il protagonista che non suscita nessuna empatia, neanche un po’ di compassione, irrita e basta. Raramente il protagonista di un romanzo mi è stato così antipatico: ho portato a termine la lettura sperando che gli capitasse qualcosa di brutto, o almeno qualcosa di forte che lo facesse smarinare. Svagato, smarrito, smidollato, pauroso, ipocondriaco, narciso, egoista e vanitoso, inconcludente e lascivo, con un modo tutto borghese di atteggiarsi. Contraddittorio in più di una situazione, ma in effetti è anche la narrazione con la voce del narratore onnisciente ad essere spesso contraddittoria anche nella descrizione di altri personaggi. Spulcio il libro, leggo e rileggo, annoto e sottolineo per trovare un senso in più oltre alla descrizione dell’italica provincia e di una serie di personaggi poco convincenti. Ma trovando poco altro sotto la superficie di questa totale mancanza di azione, tutto il manierismo e l’ermetismo della narrazione mi risultano superflui, rendono la lettura un po’ sbilanciata e cervellotica.
Inizialmente vi ho trovato somiglianze con le atmosfere di Montefoschi, i giovani in passeggiata hanno la stessa tranquilla inquietudine. Poi, con il procedere della lettura, emergono le differenze tra il protagonista Guido e l’amico Ettore, ed allora ho notato piuttosto le somiglianze di Guido con il Fabrizio di Stendhal e con il Frederic Moreau di Flaubert. E alla fine mi sono convinta che questo libro è decisamente il remake de L’educazione sentimentale di Flaubert. La differenza è che nel libro di Flaubert la staticità derivante dall’inconcludenza del personaggio non è così opprimente e irritante come invece avviene per questo personaggio di Volponi.
Cercando di guardarlo da un punto di vista più obiettivo, questo Guido rappresenta, con la sua indeterminatezza e la sua inquietudine fatta di niente, il non sapere cosa fare di sé e della propria vita e del proprio futuro. E non si capisce nemmeno se questi tratti intendono farlo apparire più maturo o più infantile dei suoi ventitré anni. Un elemento decisamente spiazzante è il fatto che per questo personaggio la guerra, pur finita da poco, è completamente dimenticata: ha vissuto un dramma così totalizzante ma lo ha rimosso del tutto. Per non parlare dell’assenza di reazione alla morte del padre, e il suo modo di sfruttare e/o bistrattare gli amici. La strada per Roma rappresenta la sua via verso il proprio futuro, verso il successo, verso il miglioramento della propria condizione. Una strada che inizialmente sembra non venga mai imboccata, sembra rappresentare tutti quei buoni propositi sempre rinnovati e mai mantenuti. Alla fine riesce effettivamente a trasferirsi a Roma, con un impiego e con un nuovo giro di contatti, ma anche così sembra essere rotolato fino a Roma solo perché si è lasciato portare dagli eventi, l’unica vera strada che egli percorre intenzionalmente è questa eterna passeggiata dal loggiato alla piazza, da un caffè all’altro, da un cinema all’altro, da una vetrina all’altra sempre rimirandosi per avere conferma della propria bellezza. Vero è che nel romanzo non c’è solo questo Guido: seguendo le sue mosse, si vede comunque agire tutto un campionario di umanità che inizia a riprendersi dopo il disastro della guerra, ognuno con le sue idee, ognuno con i suoi mezzi e i suoi tentativi, operai e contadini, chi parte e chi resta, chi vota per questo o per quel partito. Così come Flaubert racconta le gesta di Moreau e nel frattempo descrive una splendida Parigi, anche qui c’è un interessante sfondo, ma la narrazione rimane comunque troppo concentrata sul personaggio negativo, tutti gli altri sono solo una sbiadita scenografia a lui funzionale.
Il libro non mi è piaciuto granché ma riconosco che offre numerosi spunti di riflessione. E’ uno di quei libri dal contenuto assai ricco, di cui si potrebbe continuare a parlare per ore facendo della sana e intelligente conversazione, indipendentemente che il libro sia piaciuto oppure no.
Profile Image for Gianni.
433 reviews58 followers
April 20, 2026
Guido Corsalini è il bel giovane di Urbino, studente di giurisprudenza a un passo dalla laurea, aggraziato e ben vestito che piace decisamente alle donne, giovani o mature, orfano di madre e con un rapporto difficile con il padre, un antifascista introverso, arcigno, taciturno e dai modi anche violenti. Guido ha sviluppato modi piccolo borghesi che non corrispondono del tutto alla sua estrazione famigliare, ha tratti individualisti che lo avvicinano più alle correnti politiche repubblicane o liberali di un paese che da pochi anni è uscito dalla guerra e che si sta approntando a vivere un caotico sviluppo capitalistico. La storia è ambientata all’inizio degli anni ’50 in una Urbino che rappresenta la provincia italiana un po’ sonnacchiosa, dalla stratificazione sociale ben marcata e polverosa, ma anche culturalmente viva per la presenza della storica Università diretta per anni da Carlo Bo.
È un romanzo di formazione, in cui si segna il passaggio alla vita adulta dei giovani protagonisti, ma descrive anche il contrasto tra la provincia, per lo più dedita alle pratiche agricole e commerciali, e la grande città, centro dell’industria dei servizi e del sistema finanziario e la fuga centrifuga che questo contrasto determina, che per Guido sarà rappresentata dal trasferimento a Roma. Urbino è tratteggiata magistralmente, con il suo carico di storia, il peso dei mattoni e delle pietre degli edifici, i contrasti di luce, il caldo soffocante delle giornate estive, la nebbia spessa di quelle autunnali, una città attraversata in lungo e in largo dal passeggio degli studenti che si conclude in caffè, circoli e osterie. Guido Corsalini è in parte una costruzione autobiografica di Volponi, ma non lo è l’accettazione dei valori propri della società capitalistica a cui il giovane aderirà accettando l’impiego in banca nella capitale; l’alternativa alla scelta di Guido di fuggire è quella di restare che opera Ettore, maestro e suo amico più intimo che, a differenza di Guido, opta per una risposta collettiva anziché individualistica, attirato, seppure con grande timore, dalle idee comuniste che, applicate al suo mestiere, svolgono una funzione pedagogica. Il risultato è, però, l’immobilismo, anche sociale, a cui è destinato Ettore: lo stesso immobilismo che rende eterna la città di Urbino.
La stesura del romanzo risale alla metà degli anni ’50, viene ripresa con qualche rimaneggiamento a metà degli anni ’60, ma la pubblicazione avviene solo nel 1991. La scrittura è ricca e tormentata come lo sono in fondo i protagonisti ma, a differenza di altri testi di Volponi, risulta di grande leggibilità e anche piacevolezza.
Profile Image for Jacques le fataliste et son maître.
372 reviews59 followers
February 26, 2011
Ci sono Urbino, la vita in provincia, gli anni Cinquanta, la storia che ai giovani sembra scorrere altrove, a Roma e Milano o addirittura fuori d’Italia. Cosa che è strana, visto che la guerra è passata da poco, tutto sconvolgendo, tutto aprendo — ma il trauma è stato presto riassorbito o si è tradotto nel trauma quotidiano, diffuso, della modernizzazione, che tutti cercano di governare: spesso emergono nel romanzo, a testimoniarlo, impegno politico, speculazione, conflitti sociali, riflessione sulle sorti economiche italiane.
Chi è più sensibile, più attento alla propria vita interiore, o meglio: al modo in cui la piegano la famiglia, gli amici, le vie della città, le passeggiate, sempre le stesse e con gli stessi amici, gli amori predestinati dalla tradizione, dalle famiglie, dalle vie… chi, come il giovane Guido Corsalini, fa più attenzione a questa scrittura che dall’esterno si accumula nell’animo cerca di escogitare strategie di formazione alternative, di pensarsi in un vasto campo di battaglia con forze da dispiegare, per sconfiggere modi del pensiero che imprigionano più delle stesse mura cittadine (come quella «colpa [che], come sempre, non doveva diventare una cosa vitale che lo spingesse fino a prendere le decisioni che la coscienza avrebbe richiesto; doveva come sempre essere nascosta e mascherata e doveva come sempre indurlo ad aggravarla proprio con il non fare ciò che richiedeva»). Già pensarsi, tout court, significa sfuggire mediante la consapevolezza al destino spicciolo, che sembra a Guido e ai suoi amici il primo nemico per il modo in cui dissipa le loro energie.
Essenziali, credo, sono alla fine la disciplina che uno riesce a imporre a se stesso e la vastità conquistata degli orizzonti.
«— Non le dispiace fare due passi? — No, no, mi piace molto il mare, specie in questa stagione. — E il mare di Urbino com’è? — È più bello, come tutto a Urbino. — È vero; perché il mare di Urbino va avanti e indietro, sale e sparisce secondo l’umore. — È azzurro sotto le mura quando lei è di umore buono? — No, non è un mare così stupido. Non è mai azzurro e non arriva mai sotto le mura. Tocca qualcosa che è vicina, ma mai prossima; e poi arriva con delle onde piccole come se qualcuno rovesciasse un secchio. Arriva solo fino all’ultimo gradino del paesaggio e lì esaurisce la sua spinta, lascia un poco di spuma tra le vigne e poi torna indietro. — Non è mai arrivato nel suo giardino? — Non rifacciamo i discorsi di prima. Cerchiamo di stare insieme e di divertirci. Non mi parli come se ogni cosa che faccio io debba interessare una città. Se battessi le mani su quel capanno quei due laggiù non sentirebbero. Ho solo ventidue anni e sono alta un palmo meno di lei. — Ma rovescia il mare. — Rovescio il mare per conto mio, e rovescio il mio. È questione di umore, come ho detto prima.»
La vastità, per l’appunto, il pensare diverso, per figure; ma forse è facile per Guido Corsalini, buon borghese senza preoccupazioni economiche, e per Letizia Cancellieri, la ragazza più desiderata di Urbino, rampolla di ricca e antica famiglia: entrambi hanno modo e tempo di esercitare il proprio pensiero, diversamente dagli amici di Guido: chi partirà per fare il minatore in Belgio, chi diventerà maestro in una scuola di campagna…
Per tirarsi fuori dalle strade consuete è necessario inventarsi una meta ed esercitare la disciplina che permetta di raggiungerla. Non è detto, poi, che la meta debba essere un impossibile mare che lambisce la montagna: Guido ottiene un posto alla sede romana dell’Unione delle banche; da lì progetterà di dare la scalata all’Italia del Miracolo economico, mettendo a frutto studi, amicizie, intraprendenza ecc. ma soprattutto le sue capacità di introspezione, testimoniate in molte pagine del romanzo.
Questo è curioso, in effetti: che la tendenza a indugiare nell’analisi del proprio animo non spinga all’inerzia ma contribuisca, anzi, alla migliore e più proficua messa in scena di sé, per conquistarsi un posto nel mondo; perché analizzare, commentare, studiare ogni gesto e parola e le loro implicazioni permette di sfuggire alla semplicità delle cose come sono e come di solito vanno; perché, come rivela a Guido il collega e nuovo amico Barnaba durante una loro vacanza a Napoli, «la semplicità è mortale; […] apparentemente può sembrare semplice la vita, specie al Sud, dov’è aperta e spappolata come un fico d’india; invece è semplice nella vita tutto ciò che passa facilmente e continuamente, cioè che muore; oppure […] l’unica componente facile nella vita è già l’assaggio della morte, il masticare che essa fa continuamente, anche se non sempre inghiotte. La vita per resistere si arma di complicazioni, di strutture, di labirinti come una talpa per sfuggire alla morte; la vita si intreccia di supposizioni ma ancora non è riuscita a costruire un piano al quale la morte, che è semplice, terra terra, non riesca ad arrivare». Forse è proprio nella vita presa come viene che si avverte di più il masticare della morte.
Profile Image for Petia Simeonova.
38 reviews10 followers
January 22, 2019
Libro che offre molti spunti di riflessione.
Comunque il protagonista e' un po' antipatico e falso, le sue reazioni non sono sempre logiche o spiegate, riesce a raggiungere il suo obiettivo senza sforzo e non risulta convincente.
Ho apprezzato l'atmosfera di Urbino e il ritmo lento e piuttosto piacevole.
Profile Image for Tiziano.
120 reviews
July 22, 2024
Non è un romanzo complicato, ma quello di cui parla è complesso. Penso anche che sia un romanzo 'importante' nel vero senso della parola. Non solo per come è stato scritto (magistralmente), ma poiché tratta di una fase delicata della vita di una persona, di una zona grigia di transizione quando si è già adulti sullo scadere del periodo di studio universitario ma ancora adulti per davvero non si è.
Alcune recensioni affermano che il protagonista Guido sia poco piacevole o addirittura antipatico. Credo invece che Volponi fosse più che conscio del tipo di personaggio che stava raffigurando nel suo lavoro e che proprio per questo sia un personaggio autentico.
L'Italia dei primi anni '50 a Urbino, i suoi giovani e le loro usanze, è forse un'Italia poco nota oggi nel 2024, il che rende questo romanzo una sorta di incognita per molti lettori. Ma in definitiva è romanzo scritto elegantemente che esplora bene i temi dell'alienazione dei giovani e della trasformazione sociale nell'Italia del dopoguerra.
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