Scorrevole e interessante.
Non è l’analisi di uno specifico periodo storico e di un cibo particolare ma una carrellata a partire dal 3° secolo (Roma sta già boccheggiando ed i barbari sono lì con la lingua di fuori) fino ai giorni nostri . La base della dieta romana/greca, pane, vino, olio, verdure, latticini, e carne talvolta (cucinata), viene soppiantata poco alla volta dalla dieta barbara a base di carne, sempre carne (anche cruda). D’altra parte i barbari non erano stanziali e i campi non li coltivi se non ti fermi.
Praticamente la dieta del bosco, di cui l’Europa era coperta, un tempo, prima delle rotonde e del cemento armato. Raccoglitori/cacciatori contro allevatori/coltivatori. L’introduzione dello sfruttamento del bosco nel Medioevo, anzi il bosco diventa proprietà dei ricchi, dei conventi e dei Comuni. Il contadino ce l’ha sempre in un piede.
E poi carestie, tante, ogni 10 anni in media, autoctone o importate e il tempo poi! Alluvioni, siccità….. niente di nuovo sotto il sole (tanto la meteorologia lavora sulle medie). Un poco alla volta l’uso del cibo (tipologia, modalità di cottura) diviene lo schema di una suddivisione sociale: ai ricchi carni pregiate (volatili e bovini), frutta e spezie, ai poveri carni povere (castrato, pecora e maiale), verdure, legumi ed erbe aromatiche.
Il pesce si barcamena soprattutto per la difficoltà di approvvigionamento del fresco e nel momento in cui viene conservato diventa cibo da poveri (provate a comperare oggi un chilo di stoccafisso!) che lo mangiavano malvolentieri perché non riempiva ….
Differenze in particolar modo nel pane, cibo principe: bianco di frumento per i ricchi, di qualsiasi altra cosa quello dei poveri (segala, sorgo, miglio, orzo, terra, rape e tutto quello che viene in mente).
Quando poi comincia a farsi largo la borghesia, la distinzione diventa più raffinata: cibi dei signori sono i frutti, che crescono in luogo sopraelevato, meglio digeribili, i prodotti rari e freschi, i volatili (fagiani, pernici) le carni bianche. Cibi da poveri, i bulbi, le radici, tutto ciò che è a contatto con la terra, animali di terra, prodotti conservabili.
Nel 1500 la popolazione aumenta (dopo lo sterminio della peste) e cominciano ad arrivare nuovi prodotti: il riso, il mais (dalle Americhe) e la patata (anche se ci metterà un po’). I poveretti mangiano pane (sempre gramo) e zuppe.
La Riforma protestante protesta anche nel cibo: l’uso della carne diviene rivoluzionario rispetto a Roma e al posto dell’olio (ché al nord arriva il peggio) si usa il burro, considerato di magro, il vino non se ne parla, visto il prezzo.
E così via, di consuetudine in consuetudine; con le elites che trovano sempre il modo di classificare i cibi sulla base dello status sociale. E sono tanto convincenti che perfino Bertoldo (che non era uno sciocco) morì per aver mangiato cibi troppo raffinati e non i suoi amati rape e fagioli.
E dopo tanta fame e tanta abbondanza, siamo alle diete. La dieta non significa più, come al tempo dei greci (quelli di allora, non di oggi), il regime quotidiano di alimentazione di una persona, ma la limitazione, la sottrazione del cibo. Forse ricorrere a “diete” nasconde un rifiuto dell’eccesso proposto dal mercato, o la necessità di punirsi, o il cedere a immagini edonistiche. Comunque un tempo avevamo tutte le malattie della fame o della carenza di certi alimenti, ora abbiamo quelle dell’eccesso. In medio stat virtus: beh, quella strada non l’abbiamo ancora trovata.