Se non si muore, si vive.
Splendido affresco di una Nuoro che non c'è più, rievocata da Satta in questo romanzo per mezzo di pennellate ora più decise, ora appena accennate, che di ritratto in ritratto, come in un'Antologia di Spoon River barbaricina ma nelle quali si ode l'eco della vicina e allo stesso tempo lontana Sicilia del Gattopardo, danno vita ad un'opera ricca di umanità e di sentimenti, di luci accecanti e di ombre cupissime, di vita e di morte.
Non è un libro facile però, bisognerà avere voglia di perdersi per questi luoghi aridi, bruciati dal sole o sferzati dal vento, di sentirsi addosso gli occhi di tutti, lungo il corso, da dietro le finestre o dai tavolini del caffè Tettamanzi; bisognerà calarsi nei pensieri inespressi di chi è abituato a fare i conti solo con la povertà ed il raccolto, di chi come Don Sebastiano, è sempre stato abituato a "tirare le somme" e a non dover mai essere costretto a "cercare il pane migliore di quello di grano", di chi ha chiuso la propria vita alla vita consacrandola ad un dio che la deluderà o ad un marito e ad una famiglia di cui sarà contemporaneamente schiava e regina, o di chi invece riuscirà solo nella follia a ritrovare se stesso, o nel suono delle campane la sua vita; di chi partirà per tornare, di chi tornerà per morire, di chi scoprirà la lettura, la guerra, il continente, la politica, l'amore, l'odio, la vita.
Bisognerà aver voglia di essere di volta in volta, brigante e contadino, maestro e notaio, vescovo e politico, uomo e donna, e poi ancora bambino, canonico, becchino, santa maria, séuna, san pietro, vigna, gregge, terra.
È un quadro che apparirà lentamente ai nostri occhi, che non si rivelerà all'improvviso nella sua compiutezza, ed è proprio questa la difficoltà di lettura, l'assenza totale di fretta perché, nonostante Satta più di una volta cerchi di ricordare a se stesso che la fine è vicina, è un perdersi assoluto nei meandri della mente, è il riaffiorare a volte dolce e a volte straziante dei ricordi e del vissuto, del sentito dire, del tramandato; è il quieto vagare tra le solitudini dei cuori e delle menti; è il testamento di un uomo che sa di avere ormai, davanti a sé, solo il giorno del giudizio e cerca di strappare all'oblio le figure che hanno popolato la sua vita e che riaffiorano come fantasmi nella sua mente perché, in fondo, tutti e nessuno stanno al mondo solo perché c'è posto.
Bisognerà aver davvero voglia di perdersi tra queste pagine, solo così sarà possibile amarle.