Saggio storico molto insolito, sia per l’eterogeneità stilistica, sia per la scelta dei personaggi principali: il barone generale Kurt von Hammerstein-Equord (1878-1943) e il suo entourage familiare. Hammerstein non è figura molto nota al di fuori della cerchia degli storici di professione, e il suo ruolo storico è stato abbastanza marginale: di origini nobili, giovane ufficiale durante il primo conflitto mondiale, scalò i vertici del potere militare nella Repubblica di Weimar, grazie anche all’amicizia con Kurt von Schleicher, figura chiave della politica tedesca negli anni Trenta del secolo scorso. Nominato comandante in capo della Reichwehr (le forze armate della Repubblica di Weimar), Hammerstein si oppose all’ascesa al potere di Hitler e dei nazisti, che disprezzava apertamente, e manifestò caute simpatie di sinistra. Nel gennaio 1934 fu indotto alle dimissioni, mentre iniziava il riarmo tedesco, ma piuttosto stranamente non subì la fine violenta di altri personaggi scomodi per il nuovo regime, come il suo amico Schleicher. Fino alla morte per cancro, avvenuta nell’aprile 1943, si mantenne ai margini della scena politica tedesca, pur mantenendo continui contatti con i cospiratori decisi ad eliminare Hitler. Dei suoi figli, alcuni sposarono la causa comunista allacciando rapporti con i servizi segreti sovietici, altri parteciparono al fallito attentato al Führer nel luglio 1944, rischiando la vita.
Partendo da una profonda e accurata analisi delle fonti storiche, perlopiù dirette - gli archivi, la corrispondenza, ma anche le testimonianze dirette dei numerosi discendenti di Hammerstein -, Enzensberger intende raccontare le complicate vicende di una famiglia di oppositori del regime nazista, che riescono a sopravvivere in un mare in tempesta giocando a dissimulare i propri scopi con rara abilità e una notevole dose di fortuna. L’ostinazione (Eigensinn nel titolo originale) con cui gli Hammerstein, soprattutto le indomite figlie del generale, portano avanti i loro progetti, sembra però coniugarsi con una sorta di incapacità nell’influire davvero sulla storia contemporanea. Sta qui il paradosso che affascina Enzensberger e i suoi lettori: come si poteva sopravvivere nella Germania nazista senza essere ferventi sostenitori del regime? Sembra che la risposta stia nell’adesione continuata ad una forma di cospirazione a bassa intensità, in grado di tenere gli aderenti sul filo del rasoio e, nel contempo, di porli al riparo da azioni eccessivamente eclatanti e certamente fatali. Del resto, e i fatti lo hanno pienamente dimostrato, il tempo della diplomazia e delle ponderate mosse scacchistiche era ormai al tramonto, travolto dai nuovi metodi, decisi, sbrigativi e brutali, che sia la Germania di Hitler che l’Unione Sovietica staliniana stavano perfezionando (si veda per esempio la vicenda del brillante maresciallo russo Tukhachevsky, con cui Hammerstein ebbe alcuni incontri).
Meglio quindi non farsi fuorviare dalla quarta di copertina: Hammerstein non fu il principale punto di riferimento della resistenza antinazista e i suoi stessi figli agirono spesso ignorando il suo volere. E del resto lo stesso Enzensberger, dopo le prime 100 pagine, esaurisce la vicenda politica e umana di Kurt, per seguire quelle dei suoi sette figli e delle rispettive famiglie, e di numerosi altri personaggi che ruotarono attorno al clan Hammerstein. Particolare attenzione viene posta sulle relazioni fra le figlie e alcuni esponenti del comunismo tedesci, che costituiscono lo spunto per una disamina abbastanza interessante dei tormentati altalenanti rapporti fra la Germania e l’Unione Sovietica negli anni Trenta e Quaranta.
Enzensberger intende costruire un vero e proprio saggio storico, ma l’impresa gli riesce a metà: c’è troppa cronaca nelle sue pagine, troppi dettagli non sempre funzionali alla vicenda, troppe lungaggini che sembrano avere lo scopo di aumentare il numero di pagine. Le analisi storiche (ad esempio sull’aristocrazia militare tedesca) sono piuttosto interessanti, ma sono poche. Sembra che Enzensberger non voglia emettere giudizi storici sui personaggi di cui racconta la storia, ma così facendo smorza un po’ l’interesse del lettore. Che l’opera non sia un romanzo, risulta piuttosto chiaro: eppure l’autore sente il bisogno di dichiararlo esplicitamente. L’espediente giornalistico delle interviste ai personaggi deceduti è stimolante, tuttavia ci sono un po’ troppe ripetizioni dilatatorie. L’apparato iconografico è davvero pregevole e contribuisce a rendere più “viva” la materia narrata.
Consigliato a chi apprezza le figure storiche ambigue.
Sconsigliato a chi non ama la cronaca storica.