C'è dunque un punto di contatto tra la regina di tutte le scienze astratte e la madre delle discipline umanistiche? Come succede molto spesso, una delle più grandi realizzazioni della filosofia della scienza nel ventesimo secolo, è che la matematica è un realtà una disciplina umanistica.
Tutta la sua pretesa oggettività e tutto il rigore del suo metodo, non è che un fragile involucro che ne nasconde la profonda umanità. E' umana sia negli obiettivi nascosti con imbarazzo più o meno grande, che nelle fragilità e perchè no, nei sogni.
Può l'eleganza essere un obiettivo primario della matematica? La realtà è che un modello vero ma astruso è assai meno interessante che uno falso ma potente e semplice, che sarà continuamente oggetto di sempre nuove riproposizioni generazione dopo generazione. Peraltro "entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem", e Johannes Euler, il più grande matematico dell'illuminismo, deve molta della sua fama agli innumerevoli risultati tanto grandiosi quanto "belli" nella loro semplicità che ha consegnato ai posteri.
Da Cartesio e Galileo in avanti il lavoro della matematica è stato un lungo cammino verso la granitica coerenza e completezza da sempre millantata come possibile. Ma proprio ad un passo alla fine, quando David Hilbert nei primi anni del novecento potè contare i passi che mancavano all'arrivo, il primo teorema di godel la condannò al caos. Dietro una formula astrusa si nasconde la resa: l'amissione che proprio il fatto di essere prodotto umano per gli uomini rende il sogno della completezza un'utopia.
Perchè la più rigorosa e fredda ricerca umana si può definire sogno? Perchè manipolando simboli astratti dall'esperienza reale essa crea nuovi mondi, e può guardare a ciò che per l'esperienza è inconoscibile o incomprensible. Quanti teoremi, quante proprietà del numero infinito! Ma lo "capiamo" noi veramente cosa sia l'infinito? Altrettante le proprietà dello zero, ma chi di noi non prova un senso d'angoscia pensando al nulla? Da dove vengono e come abbiamo fatto ad afferrare le nostre conoscenze sulla quarta dimensione, sulla quinta, o addirittura sugli spazi proiettivi a dimensione infinita?
La capacità di creare mondi nuovi, il riconoscimento in termini formali dell'enigma dell'uomo, il mai ammesso tentativo di preferire risultati "belli" a risultati "veri" portano ad uno storico avvicinamento la matematica e la letteratura.
Questa raccolta parla di quest'incontro.
Vasta e assortita è la platea degli scrittori che hanno deciso di accostarsi al regno della matematica, sia in modo deliberato, perchè ne hanno riconosciuto le potenzialità per capire meglio se stessi, sia come corollario per indagare aspetti diversi.
Non sorprende che tra i primi ci siano i più famosi scrittori della fantascienza e del fantastico: come la matematica cosi la fantascienza genera mondi. Se Stanislaw Lem resta affascinato dal bagliore di comprensione dell'infinito che abbiamo raggiunto ricavandone cardinalità e numerabilità, Italo Calvino riconosce in PI e nel numero di Nepero E i fondamenti dell'universo ultimo e nel loro carattere irrazionale la sua matrice caotica e inconoscibile, mentre Henlein non esita a ricorrere ai risultati della geometria N-dimensionale per farci entrare in una misteriosa casa quadridimensionale che non ci risparmia una serie di sorprese.
A fianco a loro i maestri della letteratura universale a cui non poteva sfuggire il grande risultato della matematica del novecento nel ridurre a formule e teoremi gli infiniti ma anche i paradossi dell'età classica. Saramago, Borges, ancora Calvino, Wallace non vedono nella matematica una macchina che crea strumenti per i fisici e gli ingegneri, ma un prezioso occhio aggiuntivo sul nostro lato più oscuro. E la feroce contestazione che nel suo fantasticare Umberto Eco fa a Pitagora non ne è che il manifesto: non più l'indagine del mondo deve adeguarsi all'iperuraneo matematico ma i numeri, adeguandosi con modelli sempre nuovi a descrivere l'indescrivibile, ci aiutano a capire l'incomprensibile.
Non mancano storie brillanti e piacevoli scritte da autori di cristallino talento come McEwan ma soprattutto Cortazar, il cui incontro tra le pagine di un libro è sempre un gran piacere, in cui il mondo dei numeri ci fa l'occhiolino da un angoklo mentre in realtà si sta parlando d'altro.
Proporre un libro simile a chi in anni passati era stato preso per strambo perchè trovava "bella" la geometria proiettiva semplicemente non è leale. Equivale a prendere per la gola con un vassoio di babà un inguaribile goloso. E' pur vero che non tutti i pasticcini in salsa algoritmica di questo libro hanno lo stesso gusto (ci sono racconti che non sono a livello degli altri e che sono tutto sommato inutili), ma il gran numero di autori di alto livello, il fascino di indagare l'irrazionale, il gusto di scoprire il perfetto che supera se stesso ammettendo la propria imperfezione, rendono inevitabile come l'n-esima cifra di PI una quinta, sfolgorante stella sopra questo libro.
La letteratura si scopre qui intrisa di linguaggio matematico. Per chi fosse interessato a come la matematica guarda se stessa scoprendosi "letteraria" suggerisco due grandi libri.
"Cos'è davvero la matematica" di Reuben Hersh.
"Godel, Escher, Bach. Un'eterna ghirlanda brillante" di Douglas Hofstadter.