Parental Advisory: il libro contiene contenuti espliciti e la recensione contiene astio esplicito.
La fiera delle banalità
Mettete insieme tutte le banalità e tutti gli stereotipi di tutte le serie televisive che infestano ogni canale negli ultimi 15-20 anni: CSI, NCIS, Law and Order Criminal Intent, Law and Order Special Victim Unit, Criminal Minds, Jo (quella con Jean Reno), Profiling, mettetele insieme proprio tutte tutte. Non a caso ne ho messe due francesi in coda alla lista, visto che l'autore è francese e non so se fosse o meno sua intenzione mascherarsi dietro la voce narrante onnisciente, in ogni caso non ci è riuscito. A proposito di NCIS: quel particolare schema per cui ogni spezzone della puntata inizia con un'immagine in bianco e nero che è poi sempre l'ultimo fotogramma dello spezzone stesso, viene qui perfettamente riproposto secondo la regola per cui il titolo di ogni capitolo è l'ultimissima frase del capitolo stesso, a volte con risultati piuttosto grotteschi e farciti di una gran quantità di punti esclamativi.
Non sono esclusi dal campionario nemmeno quei capolavori hollywoodiani che vedono Sylvester Stallone o Bruce Willis o Steven Seagal intenti nella parte del poliziotto dal passato difficile, dai metodi poco ortodossi ma invariabilmente impegnato nella sacrosanta crociata contro i poliziotti cattivi, quelli corrotti e assetati di "potere", i quali nella loro furiosa rincorsa al "potere" non dimenticano mai, e ribadisco mai, di coinvolgere la innocente figlioletta del poliziotto buono (o al massimo, nella versione americana un po' più puritana, la nipotina). Non manca dalla lista nemmeno James Bond visto che l'indagine si apre immancabilmente con il protagonista che viene esautorato da ogni ruolo ufficiale ma che decide comunque di procedere ad investigare per conto suo, in maniera del tutto extra-ufficiale e extra-giudiziale.
Non escludete nulla della lista di banalità che vi possono venire in mente: il medico legale ovviamente dalla parte del poliziotto buono e ovviamente dotata di una sfilza di skills extracurriculari pressoché infinita e perché no, già che ci siamo, è anche una gran sgnaccherona; le periferie malfamate sul genere di Scampia o Secondigliano (Gomorra, perbacco!); il bambinetto che fa da guida e da spia e da mascotte un po' come con Indiana Jones nel tempio maledetto (la figura della adorabile canaglia è proprio uno degli stereotipi che più detesto); l'anziano e saggio maestro in stile Karate kid, e non dimenticate nemmeno loro, i nazisti dell'Illinois, non sia mai che se ne abbiano a male.
Tutte le banalità possibili anche nella trama: il nostro eroe che sparisce momentaneamente nella fase centrale della storia per poi ricomparire come un ciclone più carico e più forte che mai; il mostro più cattivo di tutti va lasciato per ultimo, come in ogni videogioco che si rispetti; i cattivi devono ovviamente essere tutti esacerbati da cattiveria intrinseca e fine a sé stessa; e infine pur essendo un giallo/thriller, e dunque essendo in un ambito in cui alcuni tasselli dovrebbero tornare al loro posto e possibilmente combaciare, il plot tipico hollywoodiano vuole tuttavia che uno se ne freghi bellamente della coerenza tra un dettaglio e l'altro della trama, è più importante ravanare sui dettagli scabrosi degli stupri, ripetere allo sfinimento che la bambina è stata sepolta viva, ecc. ecc.
E ancora, a proposito di banalità: se da un lato si apprezza il tentativo di attualizzare un contesto che in occidente viene ancora oggi considerato forse in maniera un po' troppo esotica e romantica (in altre parole: se uno nel ventunesimo secolo vuole ambientare una storia in Mongolia, si deve giustamente ricordare che la Mongolia non può essere fatta solo di yurte e yak e praterie, sennò finirebbe per riscrivere un romanzo di Verne, si deve ricordare che piantata là immezzo c'è comunque una metropoli a tutti gli effetti), dall'altro lato l'autore ha finito per eccedere nel suo zelo e a parte il dettaglio di qualche yurta messa qua e là, infilata tra un Hilton e un McDonald's, alla fin fine il racconto è ambientato in una capitale qualsiasi, potremmo anche essere in un sobborgo di Gotham City tanto tutta l'azione si svolge tra localacci malfamati, localini di lusso, prostitute, magnaccia e poliziotti corrotti. Un po' come dire che a metà strada tra Batman e Alle falde del Kilimangiaro non ci può essere niente.
E nei rari momenti in cui le azioni si spostano nella steppa, le cose non vanno meglio: l'autore era talmente preso dal desiderio di sottolineare il contrasto tra due estremi - da un lato dei turisti rumorosi e irrispettosi che fanno una festa sguaiata attorno al falò con fiumi di vodka e con karaoke, e dall'altro lato il nostro eroe che passa la nottata attorno al falò, con una vecchia del posto e con una prostituta redenta, un falò in questo caso attorniato da racconti a bassa voce e cibi tradizionali portati in maniera rocambolesca dall'altro falò, quello dei cattivi - dicevo, l'autore è talmente preso dal desiderio di evidenziare questo confronto che pianta le due cose nella trama come due chiodi conficcati nel muro, a distanza di pochi metri e pochi minuti l'uno dall'altro. Il tutto risulta di una goffaggine così ridicola che ci sarebbe proprio da mettersi a sghignazzare forte se non fosse che ormai siamo dalle parti di pagina quattrocentoenovanta, si sono fatte quasi le cinque del mattino e di questa sfilza di sciocchezze non se ne può più e il povero lettore, più che ridere, inizia ad avere voglia di piangere.
Shakerate tutte le banalità e gli stereotipi facendo anche finta di scherzarci sopra, fingendo una sorta di auto-ironia (oppure affettando falsa modestia) quando è lo stesso commissario protagonista del romanzo a definire come "spazzatura" quelle serie televisive citate in apertura, le loro ridicole procedure sulla scena del crimine e le ancor più ridicole pose plastiche con cui affrontano il nemico senza paura: più l'eroe le critica e più l'autore ce lo fa sguazzare dentro, e quello con tanto ci sguazza tanto le critica, e così via ad libitum. Aggiungete una spruzzata abbondante di scrittura sciatterella e quattro belle cucchiaiate di traduzione impacciata; aggiungete un finale così telefonato sin dalle primissime pagine che in confronto Marconi e Bell e Meucci sono gli ultimi dei dilettanti.
Ma soprattutto: mascherate questo terribile frappé con un'etichetta degna del miglior marketing, anzi del miglior window-dressing, perché all'immagine del totem di Dersu Uzala in copertina e alla promessa di un romanzo ambientato nientemeno che a Ulaanbaatar, gli allocchi come la sottoscritta non sanno resistere e ci cascano in pieno, in pieno. Accidenti a me.