Questo volumetto di saggi - originariamente due, ai quali, dopo la presentazione definitiva dell’intero opus intitolato alla figura del Homo Sacer nel 2018, ne viene aggiunto un ultimo – più che costituire una opera a sé stante, ha le dimensioni di una postilla di approfondimenti delle tematiche aperte da parte dei primi due libri della serie. In questo senso, va letto senz’altro con la giusta misura di propedeuticità. Ragione per la quale, Agamben inserisce “Stasis” nel secondo gradino della complessa architettura del Homo Sacer (II, 2), spostando in tale modo il volume dal titolo “Il sacramento del linguaggio”, godente di quella posizione fino appunto alla pubblicazione della presente raccolta di saggi.
Presenti in “Stasis” rimangono gli stessi nomi e tradizioni celebri del pensiero filosofico e teologico-politico che Agamben utilizza in chiave di lettura già nei primi due volumi. Infatti, il primo saggio è dedicato al concetto di guerra civile presso i Greci al momento del trapasso dalla fase arcaica a quella classica, facendosi scudo delle preziose osservazioni di studiosi del calibro di Vernant e Loraux. In esso, memore della sua ricerca iniziale nel “Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita” (1995) - la quale riportava in auge la presenza del ζωή nella polis, antecedentemente alla premessa aristotelica fra la stessa polis e βῐ́ος – Agamben discute del rapporto mellifluo fra l’οἶκος, ovvero la sfera familiare delle relazioni, e quella pubblica, rappresentata appunto dalla polis. Nell’incontro fra queste, o più esattamente nella spinta verso la politicizzazione della prima e, per inversa, nella necessità alla depoliticizzazione della seconda, l’autore vorrebbe trovare il punto di analisi per comprendere il significato della guerra civile nella cultura greca.
Un significato il quale, continua Agamben nel terzo saggio, assume presso la relazione intra-ellenica in età arcaica delle dimensioni robustamente ludiche (sulla scia degli studi paradigmatici di Huzinga, ed in seguito di Vernant sulla nozione generale di guerra presso la civiltà ellenica). Centrale in questo scritto rimane il rapporto contiguo fra politica e guerra di Schmitt, tesi che, fra l’altro, Agamben sembra seguire attraverso un approccio molto più critico di quanto avrebbe fatto nei confronti di questo autore diversi anni prima. Non mi ha convinto, tuttavia, la sua contestazione finale alla tesi schmittiana sull’avvicendarsi di guerra e politica (ovvero di inimicizia e politicizzazione), la quale sembra tralasciare – in una erroneità filologica alquanto stucchevole – le fondamenta moderne dell’associazione che fa Schmitt fra i due fattori.
In ultimo, il secondo saggio si concentra sulla teologia politica di Hobbes – con una acuta attenzione alle parti più neglette del “Leviatano”, dunque i due capitoli finali – e facendo tesoro, attraverso molte citazioni e riferimenti, a delle tesi di lettura del famoso frontespizio di Abraham Bosse, già avanzate da Malcolm, Ginzburg, Bredekamp e Falk. La tesi già annunciata da parte di Agamben nell’avvertenza, ovvero dell’assenza di un popolo (l”’ademia”) come elemento costitutivo dello Stato in epoca moderna, viene esplicata in questo saggio attraverso la contrapposizione fra Hobbes e Schmitt.
In definitiva, si tratta di un volumetto abbastanza interessante e pieno di spunti, sicuramente prezioso per l’elegante ricerca che lo sostiene e i diversi riferimenti presenti; sebbene non consiglierei – come d’altronde già affermato inizialmente – una sua lettura come primo passo verso una conoscenza del suo autore.