Un autentico album di famiglia. Album classicissimo per quanto riguarda i soggetti ritratti (nonni, genitori, zii, cugini, moglie, figlia, e ovviamente il cane); album originalissimo e inusuale per quanto riguarda le "tecniche pittoriche", oserei dire che si tratta di ritratti cangianti: se li guardi da una certa angolazione sono fotografie, ma se li guardi dall'altra sono schizzi a pastello, o ancora schizzi di caricature oppure vignette. A seconda della luce e dei momenti le immagini sono a colori, o in bianco e nero, o in qualche momento si intravedono ritratti in seppia. Le frasi brevi sono proprio come pennellate o qualche volta persino come puntini che vanno a ricostruire una sagoma, un profilo o un interno. A suo modo postmoderno ma senza svolazzi inutili e senza pretesa di stupire ad ogni costo.
Il dosaggio di ironia e malinconia è perfetto, se si modificassero le dosi di un solo milligrammo o di una sola virgola, allora cascherebbe tutto il castello di carte. Eccezionale esempio di auto-fiction, e l'"eccezionale" lo intendo proprio nel senso di "notevole" perché grazie al dosaggio perfetto di tutti gli ingredienti (i tempi, il tono, i personaggi, la scansione) riesce a rendere piacevole la lettura senza che al lettore freghi un bel niente di niente di cosa è vero e cosa non lo è.
Assonanze: la struttura fatta di brevi racconti però tutti collegati tra loro ricorda l'Armata a cavallo di Babel'; le ambientazioni qui ricostruite, e anche i temi collegati alle vite dei personaggi mi hanno felicemente richiamato alla mente la Storia Russa della Ulitskaja; il tono scanzonato delle facezie, dei non-sense e del prendere la vita con un'alzata di spalle ricorda John Fante (così pure come il tema dell'emigrato/esiliato che si dedica alla scrittura), ma mentre in Fante le spiritosate sembrano per lo più fini a sé stesse, qui c'è la malinconia per la patria perduta a fare da contraltare, a controbilanciare il mix dei sapori che compongono tutta la ricetta. Non solo malinconia per un luogo ormai lontano ma anche malinconia per le cose che sono andate storte e forse, chissà, potevano anche andare diversamente (ricopio dalla postfazione di Laura Salmon: "dietro questa parola [Noialtri] si cela un innegabile amore per il suo paese, per quella Russia sovietica, bistrattata dalla Storia e da uno stuolo di suoi autorevoli colleghi, verso la quale - a dispetto di ogni recriminazione - prevale la nostalgia"); malinconia anche nei confronti di un qualcosa che non è chiaro e immediato da definire: nei confronti del regime la critica non è aspra e definitiva, non è quella di chi vorrebbe ribellarsi quanto quella di chi non comprende, di chi si aspettava di più e di meglio, e nell'attesa di capire o di veder cambiare qualcosa la butta in ridere e chiude il discorso con una battuta (oltre che con una bevuta, ovviamente): ricopio ancora dalla Salmon, "Dovlatov ha offerto un'altra possibilità interpretativa all'oppressione sovietica: ha mostrato innanzitutto che l'"inferno" non appartiene tanto al "mondo" istituzionalmente inteso quanto piuttosto all'"uomo", alla sua natura straordinariamente contraddittoria; ha indicato, in secondo luogo, che Bene e Male (Giusto e Ingiusto) sono concetti meno isolabili e districabili di quanto si possa o si voglia sperare."
Quest'ultimo appunto, la particolare sfumatura nella posizione dell'autore nei confronti del regime sovietico, che non è tutta adulazione acritica ma nemmeno tutta odio e ribellione, nemmeno quando questi sarebbero più che giustificati, questo è forse l'elemento più originale e avvolgente della lettura: in poche paginette riesce a condensare quello che credo non si riuscirebbe a mettere insieme in anni, vivendo sul posto, parlando con le persone e cercando di fare la somma algebrica delle argomentazioni positive e negative e possibilmente cercando di togliersi dalla testa l'impostazione da filmetto di seconda categoria che vuole vedere a tutti i costi buoni-contro-cattivi (dicesi anche: "con noi o contro di noi"). Ma ripensandoci bene, i sentimenti espressi qui da Dovlatov li avevo già avvertiti anche nel libro della Ulitskaja. Mi fa piacere di trovare conferme, e mi fa ancora più piacere ammettere che qui Dovlatov ha una grazia e un'ispirazione istintive che forse la Ulitskaja non ha (motivo per cui l'uno sa dire tutto quel che c'è da dire in poco più di cento pagine mentre all'altra ne occorrono cinquecento e oltre per spiegarsi).
Nota di merito per la traduttrice che ho già citato, la quale nella postfazione (che io invece ho letto come prefazione e posso assicurare che funziona anche così) sa esporre molto chiaramente i punti cruciali del lavoro svolto e dei ragionamenti da lei seguiti, e sottolineare con precisione le peculiarità dei termini chiave del libro. Si sofferma in particolare proprio su quel Noialtri che è il termine da lei scelto per tradurre più da vicino possibile il titolo originale. Da quel che ho potuto capire si tratta della scelta più azzeccata: "resta un concetto connesso al mondo affettivo, psicologico, non a quello geografico e tanto meno a quello etnico".
"...ho deciso di ricorrere alla parola "noialtri", a questo piccolo residuato, un poco dialettale e un poco arcaico, ma opportunamente rafforzativo e delimitativo [...] allude all'essenza più intima, psicologica dell'appartenenza al "gruppo" [...] esprime tutto un mondo di comunanze, affetti e nostalgie".
Dopo quel disastro psicofisico che è stato il libro di Manook, questo Dovlatov è stato un vero tonico, che piacere quando i libri sono così rinfrancanti.
Se avevo valutato quattro stelle e mezza la Storia russa della Ulitskaja, per l'ampiezza del respiro della sua narrazione; allora devo valutarne quattro e mezza anche quest'altra storia russa, che invece di rivolgersi al macro preferisce guardare al micro, che sa stringere in una sola parola tutto il tempo di quattro generazioni più tutto lo spazio che passa da Vladivostok al Caucaso e poi da Leningrado a New York passando per Vienna.
"Naši è infatti una retrospettiva "epica" sul mondo familiare, affettivo, presentata secondo la formula inattesa dello humor. Pur nelle sue numerose soluzioni, l'umorismo sembrerebbe contraddire alla stessa possibilità di convivere con l'epos, ma nella realtà artistica, il talento è spesso proprio la capacità di coniugare aspetti apparentemente incompatibili."