Simone Moro è infaticabile, su questo non si discute. È sempre dietro a sponsor, conferenze, brevetti per piloti, costruire scuole in Asia, organizzare spedizioni e partire. Non pago di essere così preso da essere lontano da casa circa sei mesi all’anno, ultimamente ha deciso di utilizzare i tempi morti delle sue spedizioni invernali per scrivere i suoi libri. Sì, al plurale. Simone è consapevole di aver scritto dei capitoli della storia dell’alpinismo, è consapevole del potere della parola scritta di un libro (e non quello di una rivista) per il suo perdurare nel tempo e ama raccontarsi, soprattutto ama raccontarsi senza intermediari (come sui social, altro luogo da lui molto amato per narrare delle sue imprese). E questo perché, a quanto pare, non gli piace quando sono altri a raccontare di lui, non gli piace le cose che dicono di lui che, secondo Simone, non corrispondono a verità. Così, nel tempo, ha scritto nel frattempo parecchi libri, gli ultimi sempre più brevi, variegati nelle tematiche, dalla paura, alla paternità, da manuali di semi-self help (in questo caso a due mani con la sua manager) sul lavoro (come cambiarlo, come lavorare in squadra), a storie di grandi cordate come quella con Mario Curnis. Nella pagina scritta poi, Simone si sfoga dalla tanta rabbia che cova dentro vis à vis dal mondo – in generale e di quello dell’alpinismo nello specifico, che secondo lui gli è avverso e lo critica ad ogni pié sospinto. Nonostante gli anni di angherie subite (a livello verbale), Simone, sicuro di sé, dei suoi risultati in montagna se da una parte non ha alcuna intenzione di cedere o di cambiare qualcosa nel suo atteggiamento, dall’altra non riesce nemmeno ad elevarsi dal nervosismo che gli provoca chiunque gli stia accanto.
Non è in pace, Simone Moro, prima che con gli altri, con sé stesso. Polemizza, puntualizza, accusa senza mai però puntare chiaramente il dito (con parole come: “nessuno mi dice in mai le cose in faccia, nessuno mi scrive mai sul mio profilo Fb. Chi è “nessuno”? E se nessuno mai gli dice le cose in faccia, come fa a sapere cosa gli dicono?) e poi non perde occasione (ma ho capito che lo fa inconsciamente) per mettersi sul gradino più alto, rispetto a chi gli sta accanto. Insomma, è un po’ difficile stargli vicino, soprattutto per quest’ultimo suo aspetto: non che non sia una persona generosa, ma ho avuto l’impressione che se ti fa una cortesia poi te la fa pesare tanto perché appunto ci tiene a risaltare meglio di te (affermo questo anche dalla lettura di altri testi). Per quanto riguarda poi lo specifico di questo libro, esso non incontra particolarmente i miei gusti perché Simone non dedica (mai o sennò solo in maniera molto blanda) spazio alla condivisione delle sue riflessioni personali e di conseguenza il materiale che poi ne risulta è un po’ uguale a tanti (suoi innanzia tutto ma anche uguale a tanti altri) perché in una spedizione himalayana, estiva o invernale, troviamo comunque il crepaccio, la salita erta e complicata, le vecchie corde di cui non si sa se fidarsi o no, il mettersi a bollire la neve per idratarsi, lo smarrimento del campo causa scarsa visibilità, le temperature polari, il vento fortissimo, l’aria sottile, il respiro corto e via dicendo. Se si scrive un libro, bisogna anche scrivere di dettagli (meglio se riflessioni!) che contraddistinguono in maniera unica questa spedizione. Unica nota davvero commovente è l’amicizia verso Anatolij Boukreev – sembrava che potesse succedere lo stesso anche con Denis, ma a quanto pare, le cose poi si sono sviluppate diversamente anche se in questo libro, del lontano 2012, ancora non ci sono cenni alla loro rottura che avverrà quattro anni dopo, nel 2016: il Nanga Parbat sarà la loro ultima cordata insieme.